I dipinti del Sodoma per Sigismondo Chigi

La nota

2012, Diciannovesima puntata

Agli inizi del Cinquecento, Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma ricevette da Sigismondo Chigi, esponente di una delle famiglie più in vista della Siena del tempo, l'incarico di realizzare un ciclo di dipinti aventi per tema alcune storie tratte dalle Metamorfosi di Ovidio: tre di queste storie ci vengono raccontate nell'articolo di Giovanni.

Nei primi anni del Cinquecento, il Sodoma viene chiamato a realizzare un ciclo di dipinti per la decorazione del soffitto del palazzo del principe don Sigismondo Chigi a Siena. Nei Chisial Familiae Commentarii di Fabio Chigi, infatti, si trovano delle menzioni di quadri aventi per soggetto tutti temi tratti dalle Metamorfosi di Ovidio. Le storie evocate dal pennello del Bazzi erano quelle che vedevano come protagonisti Apollo e Dafne, Marte e Venere, Fetonte e ancora altre, disperse oggi in diverse collezioni in tutto il mondo.

L’Apollo e Dafne, conservato attualmente al Worcester Art Museum in Massachussets, dopo lo smantellamento del soffitto della residenza senese, entrò a far parte alla fine dell’Ottocento della collezione del Visconte Tazia a Parigi. Assieme alle altre tele è datata al 1510. Non si tratta di una delle migliori prove dell’artista, in quanto tirata via con velocità e senza troppe cure estetiche; probabilmente la sua destinazione ornamentale e puramente decorativa ha inficiato sulla bellezza e godibilità che avrebbe avuto, forse, se la tela fosse stata commissionata per altri scopi. Sulla sinistra è raffigurato il dio Apollo con l’arco in mano; sotto di lui vi è il serpente Pitone, sulla destra compare invece Dafne che fugge mentre in cielo Cupido scocca una freccia in direzione di Apollo. Il Sodoma, in realtà, ha fuso insieme diversi momenti della storia narrata da Ovidio: Apollo nudo, armato di faretra e arco, si compiace della morte di Pitone, il pauroso drago alato ormai morto a terra. Nella favola di Ovidio Cupido non compare durante l’uccisione del drago, ma più tardi, quando discute con il dio che si vanta e si prende gioco di lui. Il pittore qui ha omesso il diverbio e ha raffigurato direttamente il puttino alato che per vendicarsi di Apollo lo trafigge con la freccia che lo farà innamorare di Dafne. La quale, colpita invece con la freccia dell’odio, non vorrà cedere ad Apollo.

Tra le tele inserite nel soffitto a lacunari e fissate in un telaio di legno, quella che narra le vicende di Venere e Marte è forse la più curiosa e bizzarra. Realizzata probabilmente intorno al 1507 in occasione del matrimonio tra Sulpicia Chigi e il potentissimo Pandolfo Petrucci, il dipinto si trova oggi al Metropolitan Museum of Art di New York. La scena si sviluppa in senso orizzontale ed è divisa in due scomparti: da un lato vi sono il Sole e Vulcano, mentre dall’altro, sotto un loggiato, compaiono la dea Venere e il suo amante, il dio Marte, intrappolati nella rete di Vulcano. Il Sole, chiaramente identificabile grazie all’attributo della corona dei raggi sul capo, confida a Vulcano quanto ha scoperto durante il suo consueto passaggio diurno, ovvero il tradimento di Venere con Marte. Al lato opposto, quindi, si svolge la vendetta di Vulcano che, dopo essersi naturalmente infuriato per l’adulterio e ancor di più perché esso veniva consumato nel suo letto, ha preparato una rete sottilissima, dove sono rimasti intrappolati i due amanti infedeli. Per accrescere l’onta ha convocato nella stanza anche altre divinità, tra cui Mercurio, che fanno commenti sui due amanti ancora abbracciati.

Ancora al museo del Massachussets, e ancora databile al 1510, è infine la tela con la raffigurazione della caduta di Fetonte. Il formato quadrato della tela è funzionale a concentrare meglio la scena, che sembra suggerire quasi un moto circolare. In alto vediamo il carro del sole guidato da Fetonte, trainato da quattro cavalli. Sulla destra compaiono invece delle figure femminili dalle quali spuntano rami d’albero. Il mito qui descritto dal Sodoma è quello, infatti, del figlio di Apollo e di Climène, Fetonte, il quale si era intestardito nel voler guidare il carro del sole al posto del padre. Dopo tante insistenza il suo desiderio si realizza. Quando però i cavalli si accorsero che il giovane non era in grado di domarli, iniziarono a scalpitare minacciando così di schiantarsi con tutto il sole sulla terra e quindi di bruciarla. Giove allora fulminò Fetonte e le fece cadere dal carro, precipitandolo nel fiume Erìdalo, l’attuale Po. Le sorelle di Fetonte, dette le tre Elìadi, Egle, Lampèzia, e Faetùsa, per il dolore e per il loro atroce pianto vennero tramutate in pioppi.

Giovanni De Girolamo








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