Un dipinto inedito da attribuire ad Artemisia Gentileschi? Di questo è convinta la casa d’aste francese Rouillac, che il prossimo 7 giugno, al Castello di Villandry, nella Valle della Loira, presenterà una Santa Dorotea associata all’altisonante nome della pittrice secentesca, con stima conseguente: tra i 200 e i 300mila euro. L’attribuzione ad Artemisia, riferisce la casa d’aste, è stata confermata da Keith Christiansen, noto storico dell’arte esperto di primo Seicento, in particolare di Caravaggio e dell’ambito caravaggesco. L’opera, un olio su tela di 74 per 62 centimetri, secondo la casa d’aste è databile agli anni napoletani dell’artista tra il 1630 e il 1654, rappresenta una nuova aggiunta al corpus di una delle figure più studiate e celebrate del Seicento europeo.
La scoperta del dipinto è legata a una vicenda familiare. La proprietaria dell’opera, pronipote di un ingegnere generale del Genio marittimo francese e diplomato al Politecnico, Georges Raclot, conservava ancora il manoscritto del discorso pronunciato ai funerali del nonno nel 1957. In quelle pagine si ricordava il piacere che l’uomo trovava nel soggiornare nella sua casa in Borgogna circondato dai dipinti che amava maggiormente. Tra quelle opere figurava anche la tela oggi attribuita ad Artemisia Gentileschi. Alla fine dell’estate 2024, l’attuale proprietaria ha deciso di contattare Aymeric Rouillac, titolare della casa d’aste, dopo aver visto su Instagram un suo video (Rouillac è infatti molto attivo sui social).
Rouillac ha dunque coinvolto lo studio Turquin & Associés e lo storico dell’arte Stéphane Pinta, che fin dalle prime osservazioni non avrebbe avuto dubbi sull’attribuzione. Secondo Pinta, sarebbero gli elementi stilistici a ricondurre alla mano di Artemisia Gentileschi. In particolare, il critico sottolinea il trattamento della stoffa bianca, leggermente sgualcita e increspata, interpretata quasi come una firma dell’artista. Il dipinto, osserva l’esperto, si costruisce attraverso transizioni cromatiche estremamente sofisticate: dal bianco freddo modulato da leggere velature grigie emergono gradualmente toni più caldi nelle pieghe violacee e rosso vino del drappo, eseguite con una pennellata morbida e quasi schiumosa, fino ad arrivare agli incarnati ramati che caratterizzano il volto della santa.
Il recupero dell’opera è stato accompagnato da un intervento di restauro condotto da Laurence Baron-Callegari: proprio il restauro ha rivelato che l’autore del dipinto modificò significativamente la composizione durante l’esecuzione del quadro. In origine, infatti, l’architrave presente nella parte superiore del dipinto era stato decorato con una serie di petali successivamente cancellati, ma ancora visibili in alcuni frammenti degli strati pittorici originari. Secondo Baron-Callegari, questi elementi introducono una simbologia completamente diversa, vicina quasi al tema della vanitas. Anche la palma del martirio, oggi presente nella composizione, appare problematica e poco definita, probabilmente aggiunta in una fase successiva quando Artemisia decise di trasformare il soggetto del dipinto. La restauratrice sottolinea inoltre che la palma fu realizzata con una vernice a lacca che ne rende oggi difficile la lettura. Il restauro ha inoltre evidenziato le difficoltà affrontate dai precedenti interventi conservativi. Baron-Callegari osserva che sia il restauratore ottocentesco sia quello attivo all’inizio del Novecento che hanno lavorato sul dipinto si trovarono di fronte a evidenti pentimenti e modifiche pittoriche senza sapere come gestirli. Entrambi optarono quindi per coprire alcune tracce della composizione originaria, seppure con modalità differenti. L’ultimo intervento ha invece scelto di eliminare numerose ridipinture per restituire leggibilità alla superficie autentica.
L’identificazione del soggetto rimane però complessa e ancora aperta. Il dipinto viene oggi presentato come santa Dorotea, ma le ipotesi formulate dagli studiosi oscillano tra differenti figure della tradizione cristiana. Una delle interpretazioni iniziali avanzava l’ipotesi che la figura fosse quella di santa Rosalia, particolarmente significativa nel contesto napoletano del Seicento. Dopo la peste che colpì Palermo nel 1624, infatti, il ritrovamento delle reliquie della santa sul Monte Pellegrino favorì una rapida diffusione del suo culto in tutto il Regno di Napoli, trasformandola in una potente figura protettiva e taumaturgica. Alcuni elementi iconografici sembrano effettivamente richiamare Rosalia. Lo sguardo rivolto verso il cielo e la presenza dei fiori potrebbero suggerire una lettura in questa direzione, almeno sul piano poetico. Tuttavia diversi studiosi invitano alla prudenza. Il confronto con la celebre Santa Rosalia di Antoon van Dyck conservata al Museo del Prado di Madrid rischierebbe infatti di indirizzare l’interpretazione in modo fuorviante. Nessun artista dell’epoca avrebbe collocato una palma del martirio in primo piano per rappresentare Rosalia, che non fu mai martire.
La presenza della palma spinge quindi verso un’altra identificazione, oggi considerata la più plausibile: santa Dorotea, martirizzata sotto Diocleziano nel 311. Secondo la tradizione agiografica, Dorotea inviò dal Paradiso rose e frutti all’avvocato pagano Teofilo, che l’aveva derisa prima dell’esecuzione. I fiori presenti nel dipinto potrebbero dunque alludere a questo episodio. Anche in questo caso, però, emergono alcune anomalie. Il culto di Dorotea apparteneva soprattutto alla tradizione spagnola e risultava relativamente raro nell’ambiente napoletano, privo di radici locali particolarmente forti. L’incertezza iconografica non rappresenta comunque un caso isolato nell’opera di Artemisia Gentileschi. Molti dipinti della pittrice sfuggono infatti a identificazioni univoche proprio per l’assenza di attributi chiaramente codificati.
Le nuove ricerche hanno inoltre riaperto il dibattito sull’identità della modella raffigurata nei dipinti napoletani dell’artista. Alcuni studiosi hanno suggerito che il volto presente nella Santa Caterina d’Alessandria entrata nel 2020 nelle collezioni del Nationalmsueum di Stoccolma possa essere identificato con Adriana Basile, cantante e musicista napoletana nata intorno al 1586 e sorella dello scrittore Giambattista Basile. Adriana Basile fu una figura centrale negli ambienti culturali tra Venezia e Napoli nei primi decenni del Seicento. Dopo il soggiorno veneziano del 1623, durante il quale le venne dedicata una raccolta poetica, l’artista si trasferì a Napoli entrando in contatto con l’Accademia degli Oziosi, una delle istituzioni letterarie più influenti del tempo. Sebbene non esistano documenti che attestino con certezza la presenza di Artemisia a Venezia in quegli stessi anni, la pittrice risulta attestata nella città lagunare nel 1628 e le frequentazioni comuni potrebbero rendere plausibile un incontro tra le due donne, secondo Rouillac. Laurence Baron-Callegari suggerisce invece che Artemisia possa aver utilizzato se stessa come modella. La restauratrice invita a osservare la forma del naso, il disegno delle guance e soprattutto l’intensità dello sguardo, descritto come penetrante e quasi giudicante. Un dettaglio che riporterebbe ancora una volta il dipinto all’universo personale dell’artista, alla sua autorappresentazione.
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