Il tema leonardesco del Salvator Mundi torna al centro dell’attenzione del mercato e della ricerca storico-artistica internazionale. In occasione del Tefaf 2026, l’importante fiera d’antiquariato che si tiene a Maastricht, la Agnews Gallery di Londra presenta infatti il Salvator Mundi “de Ganay”, un dipinto attribuito alla bottega di Leonardo da Vinci che raffigura Cristo come Salvatore del mondo e che per lungo tempo è stato considerato una delle versioni più importanti della composizione leonardesca. La presentazione avviene in un momento in cui l’iconografia del Salvator Mundi è diventata una delle più discusse nella storia recente dell’arte. Nel 2017, infatti, il celebre Salvator Mundi attribuito a Leonardo da Vinci, proveniente dalla Cook Collection, è stato venduto da Christie’s a New York per la cifra record di 450 milioni di dollari a un principe saudita, stabilendo il prezzo più alto mai pagato per un’opera d’arte. Quella vendita ha segnato una svolta nella percezione del mercato internazionale, portando l’opera a diventare una vera icona contemporanea oltre che un simbolo della pittura occidentale.
Prima della riscoperta del dipinto della Cook Collection nel 2005, il Salvator Mundi oggi noto come “de Ganay” era spesso considerato la migliore tra le versioni conosciute della composizione e, secondo alcuni studiosi, persino il prototipo dell’immagine. La tela rappresenta Cristo frontalmente, con la mano destra sollevata in gesto di benedizione e la sinistra che regge il globo, secondo un’iconografia che ha avuto ampia diffusione nel Rinascimento ma che raggiunge nella concezione leonardesca un equilibrio particolarmente raffinato tra spiritualità, naturalismo e ricerca tecnica.
Un momento cruciale nella storia critica dell’opera è arrivato in occasione della grande mostra dedicata a Leonardo da Vinci organizzata dal Louvre nel 2019. In preparazione di quell’esposizione, il team curatoriale del museo parigino ha avuto per la prima volta in circa un secolo l’opportunità di studiare da vicino il Salvator Mundi “de Ganay”. Il risultato di queste analisi è stato l’inquadramento del dipinto come opera della bottega di Leonardo, definita nel catalogo della mostra come “una versione realizzata da un fedele allievo del maestro, probabilmente dipinta sotto la sua supervisione e con un possibile intervento diretto”.
Le indagini scientifiche hanno svolto un ruolo fondamentale nel chiarire il processo di realizzazione dell’opera. L’analisi mediante riflettografia infrarossa ha infatti rivelato l’uso di un cartone preparatorio traforato, utilizzato per trasferire il disegno sulla superficie pittorica tramite la tecnica dello spolvero nelle pieghe della veste rossa di Cristo. Questo procedimento consiste nel far passare polvere di carbone attraverso i piccoli fori del cartone per riportare il disegno sul supporto pittorico ed è noto come una pratica abituale all’interno della bottega leonardesca.
Un’ulteriore tappa nel percorso di studio dell’opera si è verificata con la mostra organizzata dal Museo Nacional del Prado tra il 2021 e il 2022, dedicata alle copie della Gioconda e alle pratiche di bottega legate a Leonardo. Nel catalogo dell’esposizione gli studiosi hanno suggerito che il Salvator Mundi “de Ganay” sia stato probabilmente eseguito sotto la supervisione del maestro nella sua bottega milanese. Gli autori hanno inoltre ipotizzato che l’artista di bottega responsabile di questo dipinto sia lo stesso che realizzò la celebre copia precoce della Monna Lisa conservata al Prado e datata tra il 1507 e il 1516.
La presentazione organizzata da Agnews Gallery al Tefaf Maastricht 2026 intende offrire al pubblico un’occasione di confronto diretto con il processo creativo della bottega di Leonardo. Il dipinto sarà infatti esposto accanto a un’immagine a infrarossi a grandezza naturale che permette di osservare il disegno preparatorio sottostante la superficie pittorica. Questo confronto visivo sarà ulteriormente arricchito dal riferimento a due studi di panneggio realizzati in gesso rosso e conservati nella Royal Collection di Windsor, con i quali il disegno sottostante del dipinto mostra stretti rapporti.
Dal punto di vista conservativo, il Salvator Mundi “de Ganay” si presenta in condizioni particolarmente favorevoli. Il dipinto è infatti ancora montato sul suo pannello originale in noce, circostanza che consente di apprezzare in modo diretto la qualità pittorica della composizione e la complessità tecnica del lavoro. La buona conservazione dell’opera rende evidente la raffinatezza della costruzione formale, la delicatezza dei passaggi di luce e ombra e la dimensione emotiva della figura di Cristo, elementi che hanno contribuito alla fortuna della composizione leonardesca nei secoli.
Oltre agli aspetti tecnici e stilistici, l’opera vanta anche una provenienza collezionistica di prestigio. La prima attestazione documentaria sicura risale al 1866, quando il dipinto fu esposto a Parigi come parte della collezione del barone de Lareinty di Nantes. Secondo quanto dichiarato dal collezionista, il dipinto proveniva originariamente da un convento disperso durante la Rivoluzione francese. Nel 1902 l’opera entrò a far parte della raccolta della contessa Martine de Béhague, una delle più importanti collezioniste parigine del primo Novecento. La sua collezione comprendeva capolavori di artisti come Albrecht Dürer e Tiziano, tra cui il monumentale Ritratto di Alfonso d’Avalos oggi conservato al J. Paul Getty Museum di Malibu, oltre a opere di Watteau, Fragonard, Guardi, Ingres, Degas e Renoir.
La passione di Martine de Béhague per Leonardo da Vinci era particolarmente forte. Circa vent’anni prima di acquistare il Salvator Mundi, la collezionista aveva già acquistato quattro raffinati studi di drappeggio realizzati da Leonardo con tempera su lino, oggi conservati tra la Fondation Custodia, il Louvre e collezioni private. Il suo legame con l’artista si manifestò anche nel 1905, quando donò la cornice rinascimentale che ancora oggi incornicia la Mona Lisa al Musée du Louvre. La collezione della contessa era celebre per la qualità delle opere che la componevano e per la varietà dei generi rappresentati. Come ha scritto il suo biografo Jumeau-Lafond, l’immagine del Cristo benedicente del Salvator Mundi offriva “un’immagine allo stesso tempo sacra e consolatrice”.
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