Alla 61ª Biennale di Venezia, il Padiglione della Danimarca affida a Maja Malou Lyse una delle riflessioni più controverse dell’edizione 2026. La Danish Arts Foundation presenta dunque Things To Come, progetto espositivo curato da Chus Martínez che mette in relazione pornografia, scienza e immaginazione speculativa per interrogare il futuro biologico e simbolico dell’umanità contemporanea. La mostra riunisce due opere principali: il film Things To Come, sviluppato insieme al collettivo DIS composto da Marco Roso, Lauren Boyle, Solomon Chase e David Toro, allestito nella Galleria Brummer, e l’installazione Stars in My Pocket, ospitata nella Galleria Koch. Il progetto prende il nome dal celebre film di fantascienza del 1936 tratto da The Shape of Things to Come dello scrittore britannico H. G. Wells, opera che immaginava il destino della civiltà attraverso il progresso tecnologico e la ridefinizione delle strutture sociali. Riprendendo quella tensione visionaria, Lyse trasporta il discorso nel presente e affronta uno dei temi più discussi della contemporaneità: il declino globale della fertilità maschile e il rapporto sempre più ambiguo tra immagini digitali, desiderio e biologia.
Al centro dell’indagine si collocano recenti ricerche scientifiche secondo cui l’esposizione a stimoli sessuali virtuali (in una parola: alla pornografia) potrebbe aumentare sensibilmente la motilità degli spermatozoi. Una prospettiva che, nella lettura dell’artista e della curatrice, modifica il ruolo stesso dell’immagine contemporanea. Non più semplice rappresentazione o costruzione ideologica, ma elemento capace di intervenire materialmente sulla vita biologica. In questo scenario pornografia, tecnologia e scienza non appaiono più sistemi separati, ma infrastrutture intrecciate che partecipano alla ridefinizione dell’esperienza umana.
Il film Things To Come è stato girato all’interno di una vera banca del seme e in uno studio di effetti speciali. La struttura narrativa assume la forma di un musical in cui un gruppo di attori pornografici si riunisce per realizzare un’opera che riflette sul desiderio, sul potere delle immagini e sulla crisi riproduttiva globale. La diminuzione della conta spermatica viene affrontata non soltanto come emergenza biologica, ma come metafora di un più ampio collasso esistenziale. Tossicità ambientale, dipendenza dagli schermi, esaurimento cognitivo ed erosione dell’intimità diventano sintomi di una società in cui relazioni, lavoro e riproduzione vengono progressivamente svuotati di significato.
Secondo la mostra, le tecnologie mediatiche contemporanee assumono un ruolo paradossale: sono al tempo stesso tossina e antidoto. Da una parte partecipano all’alienazione e all’iperstimolazione che caratterizzano la vita contemporanea; dall’altra sembrano aprire nuove possibilità di sopravvivenza biologica e simbolica. In questo contesto pornografia e sperma non vengono trattati semplicemente come elementi legati alla sessualità, ma come residui materiali e culturali di una civiltà in trasformazione. L’opera vuole assumere così i contorni di una fiaba pornografica concettuale che giunge in un’epoca dominata da immagini generate dall’intelligenza artificiale e da contenuti riproducibili all’infinito, un’epoca in cui la stessa pornografia ma anche la materialità dello sperma sembrano acquisire una qualità archeologica. Le tecnologie riproduttive e l’ingegneria genetica separano progressivamente sesso e riproduzione, modificando radicalmente il significato dell’intimità e del desiderio. Il film non tenta quindi di immaginare il futuro del sesso, ma si concentra sulla sua soglia estrema.
Accanto al film, l’installazione Stars in My Pocket amplia il discorso attraverso un ambiente che mette in relazione infrastrutture visibili e invisibili della riproduzione contemporanea. L’opera combina differenti sistemi di conoscenza: la scienza, rappresentata dalle scatole criogeniche utilizzate nelle banche della fertilità per il trasporto e la conservazione del materiale riproduttivo; le sottoculture maschili online, evocate attraverso immagini e video dedicati al fenomeno emergente delle “sperm races”; e la finzione narrativa costruita dall’architettura stessa dell’ambiente.
L’installazione assume la forma di una sorta di altare dedicato al culto dello sperma. Contenitori criogenici e schermi incorporati costruiscono uno spazio in cui la crisi della fertilità viene estetizzata e trasformata in spettacolo. Il progetto suggerisce che il futuro della specie non possa essere separato dalle narrazioni attraverso cui l’esperienza umana viene raccontata e interpretata. La dimensione biologica e quella simbolica diventano inseparabili.
“Le immagini generate dall’AI”, afferma la curatrice Chus Martínez, “non servono più come prova di nulla, essendo state separate dalla loro origine materiale. Immaginate quindi la sorpresa di Maja Malou Lyse nello scoprire che la fruizione di pornografia attraverso la tecnologia VR aumenta la fertilità maschile fino al 50%, come indicato da recenti studi. Fertilità, dimensione futura e pornografia diventano così profondamente intrecciati. Maja Malou Lyse ha concepito un ambiente paradossale che suggerisce come non ci troviamo semplicemente alla fine dell’immagine, ma all’inizio di un nuovo mondo in cui le immagini persistono, pur vedendo il loro significato, la loro funzione e la loro credibilità radicalmente trasformati. Nella sua opera, le immagini non descrivono più la realtà; agiscono al suo interno fungendo da tecnologia affettiva: producono sensazioni, producono tempo, producono la specie. Funzionano come simulazioni di futuri possibili, anziché come registrazioni del presente”.
L’intera architettura del Padiglione Danimarca è stata sviluppata in collaborazione con Common Accounts, studio di architettura e design fondato da Igor Bragado e Miles Gertler. La produzione è stata affidata a M+B Studio, mentre l’identità grafica e il progetto editoriale sono firmati da Studio Claus Due. Un volume dedicato alla mostra, pubblicato da Mousse Publishing, sarà distribuito nell’estate del 2026.
L’artista a cui la Danimarca ha affidato il suo padiglione, Maja Malou Lyse, è nata nel 1993 ed è la più giovane artista ad aver rappresentato la Danimarca all’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia nella storia. Formatasi alla Royal Danish Academy of Fine Arts, dove si è diplomata nel 2022, Lyse ha costruito negli ultimi anni una pratica centrata sull’analisi critica della sessualità, del corpo e delle strutture di potere nell’era digitale. Le sue opere sono state presentate in istituzioni come ARoS, Kunsthal Charlottenborg, Index Stockholm e O – Overgaden, mentre le sue performance hanno raggiunto spazi come il National Museum of Denmark, la Tate Modern e il Moderna Museet. Attualmente vive e lavora a New York.
Il programma che accompagna il Padiglione Danimarca si estende anche oltre gli spazi ufficiali della Biennale. Il 6 maggio, durante la settimana di anteprima riservata agli ospiti internazionali, è stato presentato Cicciolina’s Dream, evento realizzato al White Rabbit Cannery, ex fabbrica conserviera situata lungo la Fondamenta de la Sensa, nel sestiere di Cannaregio. La serata, concepita in dialogo diretto con Things To Come, ha segnato il ritorno dal vivo di Ilona Staller, in arte Cicciolina, alla sua prima performance dopo oltre dieci anni: sui social circolano già i video in cui si vede l’ex pornostar esibirsi nella sua ormai celeberrima canzone Muscolo rosso, parte di una performance in cui Cicciolina ha interpretato alcuni brani italo-disco, seguita dai dj set di Courtesy e Mina Galán. La figura di Cicciolina è stata riletta come elemento simbolico perfettamente coerente con le questioni affrontate da Lyse. Durante la sua esperienza parlamentare in Italia, Ilona Staller non separò mai identità politica e immagine pubblica, facendo della loro fusione il centro stesso della propria presenza mediatica e istituzionale.
Con Things To Come il Padiglione Danimarca propone dunque uno dei progetti che probabilmente più faranno discutere durante questa Biennale Arte 2026. Attraverso pornografia, biologia, immagini sintetiche e crisi della fertilità, Maja Malou Lyse costruisce un’indagine che mette in discussione il rapporto tra corpo, tecnologia e futuro umano, suggerendo che la trasformazione delle immagini coincida ormai con la trasformazione stessa della specie.
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