Francia, imbrattò statua di Colbert: la Cassazione gli riconosce la libertà d'espressione


In Francia, la Corte di cassazione ha annullato la condanna di un militante antirazzista che nel 2020 aveva imbrattato la statua di Jean-Baptiste Colbert davanti a Palazzo Borbone. I giudici ritengono che l’azione rientri in un dibattito di interesse generale sul razzismo e sull’eredità del colonialismo.

La giustizia francese riapre di fatto il dibattito sul rapporto tra tutela del patrimonio e libertà di espressione dopo una decisione destinata a fare giurisprudenza e soprattutto a far discutere. Con una sentenza del 14 gennaio 2026, la Cour de cassation, Corte di Cassazione, ha infatti annullato la condanna inflitta al militante antirazzista guadalupense Franco Lollia per aver imbrattato nel 2020 la statua di Jean-Baptiste Colbert davanti al Palazzo Borbone di Parigi. Il caso nasce il 23 giugno 2020, quando Lollia scrisse con vernice rossa la frase “Négrophobie d’État” sul basamento della statua del ministro di Luigi XIV, prima di spruzzare ulteriore pittura sull’opera. Il gesto voleva denunciare quello che l’attivista definiva razzismo di Stato, ricordando il ruolo attribuito a Colbert nell’elaborazione del Code noir, il corpus normativo che regolava la schiavitù nelle colonie francesi. La statua, innalzata nel 1808 in epoca napoleonica, è opera di Jacques-Edmé Dumont (Parigi, 1761 – 1808), uno dei più importanti scultori francesi del tempo.

Secondo i giudici supremi, l’azione del militante si inseriva in un dibattito di interesse generale relativo alla storia della schiavitù e al ruolo dello Stato francese nel sistema coloniale. Per questo motivo la condanna penale pronunciata nei precedenti gradi di giudizio potrebbe rappresentare, secondo la Cassazione, un’ingerenza sproporzionata nella libertà di espressione garantita dal diritto europeo. Il tribunale penale di Parigi aveva condannato in primo grado Lollia il 28 giugno 2021 sulla base dell’articolo 322-1 del codice penale francese, che punisce la distruzione o il danneggiamento di un bene appartenente ad altri. La norma prevede una pena fino a 30.000 euro di multa, ridotta a 3.750 euro quando il danno provocato è considerato lieve. Nel caso del militante antirazzista, i giudici avevano inflitto una sanzione di 500 euro, con sospensione della pena.

La decisione era stata successivamente confermata dalla Corte d’appello di Parigi con una sentenza del 5 maggio 2025. Tuttavia Lollia aveva presentato ricorso alla Corte di cassazione sostenendo che la sua condanna costituiva una violazione della libertà di espressione garantita dall’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Negli ultimi anni la giurisprudenza della Cassazione francese ha progressivamente ampliato il controllo esercitato dai giudici quando si tratta di conciliare la repressione di un reato con la tutela della libertà di espressione. Secondo l’orientamento sviluppato dalla Corte, l’applicazione di una norma penale può in alcune circostanze costituire un’ingerenza sproporzionata quando l’atto contestato riguarda una forma di espressione legata a un dibattito pubblico di particolare rilevanza. In origine questo principio era stato applicato soprattutto ai reati di stampa, ma negli ultimi anni è stato esteso anche a fattispecie di diritto comune.

La statua di Colbert a Palazzo Borbone. Foto: Wikimedia/ndiggity
La statua di Colbert a Palazzo Borbone. Foto: Wikimedia/ndiggity

Elemento centrale di questo orientamento è la nozione di “dibattito di interesse generale”. Quando un’azione si inserisce in una discussione pubblica su temi di grande rilevanza politica o sociale, i giudici devono verificare se la condanna sia realmente necessaria oppure se rischi di limitare in modo eccessivo la libertà di espressione. Nel caso di Lollia, la Corte d’appello di Parigi aveva riconosciuto che l’azione riguardava effettivamente un tema di interesse generale, cioè la tratta degli schiavi e l’eredità storica della schiavitù. Tuttavia i magistrati avevano ritenuto che l’iscrizione realizzata dall’attivista non fosse sufficientemente esplicita per permettere a un osservatore non informato di comprendere il messaggio politico dell’azione. Secondo la Corte d’appello, infatti, l’assenza di rivendicazioni contestuali rendeva difficile collegare direttamente il gesto al dibattito sul passato coloniale e sul ruolo storico di Colbert. Per questo motivo i giudici avevano concluso che la condanna penale non costituiva un’ingerenza sproporzionata nella libertà di espressione, anche se l’atto era inserito in un contesto militante e politico.

La Cassazione ha ora respinto questa interpretazione. Nella sua decisione, la Corte ha stabilito che i giudici d’appello non avevano valutato correttamente la necessità della sanzione penale e avevano finito per invertire l’onere della prova. In sostanza avevano richiesto al militante di dimostrare che la sua azione fosse indispensabile rispetto ad altre forme di protesta simbolica, come l’abbattimento delle statue. Per i giudici supremi, invece, l’efficacia o l’impatto dell’azione rivendicativa non è determinante per stabilire se una condanna penale rappresenti o meno un’ingerenza sproporzionata nella libertà di espressione quando l’atto riguarda un tema di interesse generale. Di conseguenza la sentenza della Corte d’appello è stata annullata e il caso dovrà essere riesaminato.

Il nuovo processo potrebbe quindi concludersi con l’assoluzione del militante. Al di là dell’esito finale, la decisione della Cassazione rappresenta comunque un passaggio importante nel dibattito europeo sul rapporto tra libertà di espressione, attivismo politico e tutela dei beni culturali, un equilibrio sempre più complesso in un’epoca in cui monumenti e opere d’arte diventano spesso terreno di confronto sulle questioni più sensibili della memoria storica e dell’identità collettiva.




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