Ironia, sberleffi e critiche per la chiesa ridecorata da Calatrava. E Bellenger si irrita


Non piace al pubblico ed è criticato dagli addetti ai lavori l’intervento di Calatrava nella chiesa di San Gennaro a Capodimonte. “Sembra il bagno di un autogrill”, si ironizza. Altri fanno critiche più puntuali. E Sylvain Bellenger scende nell’agone con un post

Non è stata particolarmente gradito dal pubblico, né da diversi addetti ai lavori, l’intervento dell’archistar Santiago Calatrava sulla chiesa di San Gennaro nel Real Bosco di Capdimonte, che era chiusa da decenni ed è stata riaperta l’altro ieri con le nuove decorazioni firmate dall’architetto spagnolo. Calatrava ha illuminato di blu tutto l’interno per omaggiare la “luce di Napoli” grazie all’installazione di vetrate realizzate da un maestro vetraio di Vietri sul Mare, e il blu oltremare è anche il colore con cui sono state ridipinte pareti e soffitto, ma non solo: il soffitto è stato decorato con 800 stelle di porcellana, materiale adoperato anche per produrre vasi e candelieri appoggiati sugli altari, coperti a loro volta con paramenti in seta di San Leucio. Ancora, nelle nicchie ecco una croce che spunta tra rami d’olivo e, dalla parte opposta, un’altra croce realizzata con fiori rossi che si fa strada tra fiori gialli, tutto realizzato in porcellana.

La chiesa di San Gennaro, che si trova all’interno del Bosco di Capodimonte, fu costruita nel 1745, su progetto di Ferdinando Sanfelice, architetto della corte napoletana, per volontà di Carlo di Borbone, molto devoto al santo patrono di Napoli. La chiesa rimase aperta al culto fino al 1970, anno della scomparsa dell’ultimo parroco, Domenico La Gamba, dopodiché, dopo essere stata restaurata in seguito ai danni prodotti dal terremoto del 1980, fu utilizzata di tanto in tanto come spazio espositivo (e solo saltuariamente riaperta al culto). L’intervento di Calatrava (che non è un restauro, come ha erroneamente dichiarato il ministro Dario Franceschini in una nota ufficiale, ma è semplicemente una ridecorazione, naturalmente reversibile) è stato però oggetto di ironia e sberleffi da parte del pubblico, che ha commentato sul web le foto della “nuova” San Gennaro, anche sui canali social del Museo Nazionale di Capodimonte.

E i paragoni si sono naturalmente sprecati, con gli utenti che si sono divertiti a proporre le somiglianze più disparate: bagno di un autogrill, toilette del McDonald’s, acquario, sala d’aspetto di un dentista di Dubai, shopping center di un hotel di Shanghai, il Billionaire (o discoteca generica), un bacio Perugina, boutique di lusso di un centro commerciale, pescheria, presepe, sala giochi, solarium. Per altri, l’intervento somiglia alla stazione Toledo della metropolitana partenopea. Ma non sono mancate neppure le critiche di storici dell’arte e architetti che hanno puntato il dito contro l’invasività dell’intervento di Calatrava e il suo mancato rispetto dell’aspetto originario della chiesa, giudicando troppo eccessiva la ridecorazione.

Alle polemiche sui social ha partecipato anche il direttore Sylvain Bellenger, che ha risposto in tono irritato ai commenti di un giovane storico dell’arte romano, Flavio Garreffa, reo di aver affermato che “andava rispettata l’originalità del luogo” senza trasformare l’interno della chiesa in una specie di sala multimediale (“rispettare e tramandare ai posteri l’arte e la storia è anche questo”, ha poi aggiunto Garreffa). Bellenger, rivolgendosi direttamente a Garreffa, lo ha dapprima rimproverato dicendo stizzito che “un po’ di conoscenza del luogo e dell’artista Calatrava mi sembra necessario prima di lanciare polemiche sui social”. Poi, travisando il commento del giovane professionista romano, il direttore di Capodimonte fa sapere che “non c’è nessuna installazione multimediale” nella chiesa e che l’effetto blu “è dovuto alla sostituzione delle vetrate di plexiglas con vetri di vetro cattedrale”. E ancora: “Calatrava non ha fatto un restauro” (ma Garreffa non aveva detto che quello di Calatrava è un restauro), “ma ha proposto un decoro reversibile utilizzando le risorse dell’artigianato campano”. Infine, Bellenger si è addirittura spinto a paragonare l’intervento di Calatrava alle decorazionio di Henri Matisse nella Chapelle du Saint-Marie du Rosaire a Vence in Provenza (confondendo peraltro Vence con Saint-Paul-de-Vence e dimenticando forse che Matisse non intervenne su di una chiesa settecentesca, ma progettò la cappella ex novo occupandosi anche delle decorazioni).

Uno dei pareri più duri è arrivato da Raffaella Forgione, architetta che negli ultimi anni ha lavorato nella squadra del direttore generale Nistri come componente della Segreteria tecnica del Grande Progetto Pompei, è stata esperta in restauro presso il Sito UNESCO del Parco Archeologico di Pompei (dal 2015 al 2018), e attualmente componente dell’Ufficio di Progettazione del Parco Archeologico del Colosseo (da maggio 2019: nell’ultimo anno ha avuto il ruolo di supporto alla progettazione esecutiva dell’Anfiteatro Flavio, oltre ad essere supporto tecnico-amministrativo per interventi infrastrutturali finanziati dalla regione Campania, in qualità di esperto di progettazione in territori sottoposti a vincoli architettonici, archeologici, paesaggistici). Per Forgione, si tratta di una “immagine cafona”, un “restauro che non è una restauro” che “avrebbe potuto fare un neolaureato appena uscito dall’università”: “in una struttura del genere”, ha poi spiegato Forgione, “puoi solo effettuare un restauro. Si tratta di un bene vincolato e come prescrive la normativa (ah questa sconosciuta) in un bene vincolato si restaura. Le rivisitazioni come questa di Calatrava non solo sono inappropriate del tutto, ma addirittura lesive della materia originaria, letteralmente stravolta e obliterata. Temo che in futuro non sarà neanche più possibile recuperare i materiali originati delle superfici decorate”. E commenti simili abbondano sulle bacheche social di altri professionisti della cultura. Insomma: anche se a molti è piaciuto, dai più arriva una sonora bocciatura. Anche senza scomodare Matisse.

Nella foto: la chiesa prima e dopo l’intervento

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