Nuovo scontro politico attorno alla Biennale di Venezia e alla partecipazione della Russia alla prossima edizione della manifestazione (sul tema leggi anche l’editoriale di Federico Giannini, direttore di Finestre sull’Arte). Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha chiesto infatti le dimissioni alla rappresentante del Ministero della Cultura nel Consiglio di amministrazione della Fondazione La Biennale, Tamara Gregoretti: Giuli vorrebbe che Gregoretti rimettesse il proprio mandato in quanto sarebbe venuto meno il rapporto di fiducia proprio in virtù di quello che accade attorno alla partecipazione russa.
Secondo quanto riferito dal Ministero della Cultura, Gregoretti non avrebbe informato il dicastero né della possibile partecipazione della Russia alla manifestazione né della propria posizione favorevole alla presenza del Paese, nonostante la particolare sensibilità internazionale del tema nel contesto geopolitico attuale.
Gregoretti era stata nominata nel Consiglio di amministrazione della Fondazione Biennale il 13 marzo 2024 dall’allora ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. Tamara Gregoretti è una giornalista, autrice televisiva e consulente editoriale con una lunga carriera nel mondo dell’informazione e della televisione italiana. Il suo percorso professionale inizia alla fine degli anni Settanta all’ANSA, dove lavora nella sede di Londra dal gennaio 1977 al febbraio 1982. Sempre nella capitale britannica collabora successivamente con The Newsletter tra marzo e ottobre 1982. Ha poi lavorato per la FAO, realizzando un’inchiesta sul ruolo della donna nella comunità agricola del Rwanda, svolta tra dicembre 1982 e aprile 1983. Rientrata in Italia, dal gennaio 1984 al luglio 1989 collabora con Women’s Wear Daily presso lo Studio Cavallini di Milano. Ha poi lavorato per l’Espresso e nel 1991 ha cominciato a lavorare per la televisione, dapprima su Italia1 e poi in Rai. All’attivo esperienze anche a Repubblica, a Canale5, al Tg1, a La7 (dove è stata anche vicedirettrice dell’emittente tra il 2002 e il 2004), e in Fascino Pgt, la società di produzione di Maurizio Costanzo, dove è stata responsabile dei programmi tra cui il Maurizio Costanzo Show. Negli ultimi anni ha svolto sempre attività di autrice televisiva.
Il suo ruolo in Biennale rappresenta formalmente il Ministero all’interno dell’organo di governo dell’istituzione veneziana, ma proprio su questo punto si innesta la replica della diretta interessata. La giornalista e consulente editoriale ha infatti respinto la richiesta di dimissioni affermando di non avere alcuna intenzione di lasciare l’incarico. “Sono serena e non ho intenzione di dimettermi”, ha dichiarato Gregoretti, “in quanto sono certa di muovermi in osservanza dello Statuto della Biennale di Venezia e dell’autonomia dell’istituzione, in base a cui i componenti del Cda non rappresentano coloro che li hanno nominati, né a essi rispondono”. La vicenda si inserisce in un clima politico particolarmente acceso attorno alla presenza del padiglione russo alla Biennale, tema che negli ultimi giorni ha suscitato interventi da parte di esponenti politici italiani ed europei.
A intervenire nel dibattito è stato anche il presidente della Commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone, che ha espresso l’auspicio che la Biennale possa riconsiderare la presenza della Russia alla manifestazione. Interpellato sull’argomento, Mollicone ha precisato di non aver mai affermato che il padiglione russo non aprirà, ma ha ribadito la propria posizione in linea con quella del ministro Giuli. Secondo il presidente della Commissione Cultura, nel contesto attuale in un padiglione russo, così come in quello iraniano, non sarebbe possibile garantire una reale libertà artistica, ma soltanto una forma di espressione legata all’arte di Stato.
Il caso ha attirato anche l’attenzione delle istituzioni europee. L’Unione Europea, dopo una lettera firmata dai ministri della Cultura di ventidue Paesi, tra cui l’Ucraina, ha dichiarato di essere pronta a verificare se la Biennale di Venezia abbia violato l’accordo di sovvenzione stipulato con Bruxelles. La Commissione europea ha infatti sottoscritto con la Biennale una convenzione di finanziamento del valore di due milioni di euro. Qualora venisse accertata una violazione delle condizioni previste dall’accordo, Bruxelles potrebbe decidere di sospendere o addirittura risolvere il contratto. A spiegare le possibili conseguenze è stato il portavoce della Commissione europea Thomas Regnier, sottolineando che la Commissione potrebbe intervenire qualora emergessero elementi incompatibili con i termini della convenzione.
Il dibattito politico in Italia si è immediatamente ampliato coinvolgendo le principali forze parlamentari. Dall’opposizione è arrivata una dura critica all’operato del governo. Il segretario di +Europa Riccardo Magi ha definito la vicenda una “figuraccia del governo sulla Biennale”, parlando ironicamente di un vero e proprio “capolavoro d’arte”.
Irene Manzi, capogruppo del Pd nella Commissione Cultura della Camera, ha parlato di una gestione caotica della politica culturale da parte del ministro Giuli e dello stesso Mollicone. Secondo Manzi, le dichiarazioni del presidente della Commissione Cultura rischiano di delegittimare la figura del presidente della Biennale. Anche il Movimento 5 Stelle ha espresso sostegno all’operato di Buttafuoco, pur sottolineando la distanza politica dalle sue posizioni. Gli esponenti pentastellati presenti in Commissione Cultura hanno dichiarato di sostenere la scelta dell’istituzione di includere nella manifestazione tutti i paesi, compresa la Russia.
Nel dibattito è intervenuto anche il vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, che ha annunciato la propria presenza alla Biennale nel mese di maggio. “La cultura - così come lo sport - esprime un messaggio universale di unione”, ha detto Salvini. “Così come è stato per le Paralimpiadi tutti devono essere coinvolti, nessuno escluso”. Sulla stessa linea si è espresso anche il presidente della Regione Veneto Luca Zaia, secondo il quale è possibile condannare la guerra senza arrivare a censurare la cultura.
Nel frattempo il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco ha scelto di non intervenire direttamente nella polemica. La posizione della Fondazione resta quella espressa il 10 marzo durante la presentazione del Padiglione Italia. In quell’occasione Buttafuoco aveva rivendicato con forza l’autonomia dell’istituzione veneziana, ricordando la sua storia più che secolare. Secondo il presidente, la Biennale da centotrent’anni costruisce a Venezia uno spazio di confronto culturale nel quale chiusura e censura non trovano posto. La città lagunare, nella sua visione, rappresenta un luogo particolare dove il dialogo culturale può continuare anche in contesti internazionali complessi.
Nei giorni scorsi anche la Fondazione Biennale era intervenuta ufficialmente per chiarire il funzionamento del processo di partecipazione alle mostre internazionali. L’istituzione ha ricordato che “sono i Paesi riconosciuti dalla Repubblica Italiana che chiedono autonomamente di partecipare alle mostre, con semplice comunicazione qualora il Paese sia proprietario di un Padiglione ai Giardini, come nel caso della Russia”. La presenza del Paese alle mostre internazionali della Biennale avviene quindi attraverso una procedura autonoma, che non richiede un invito diretto da parte dell’organizzazione.
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