Robertaebasta, una delle realtà più rilevanti nel panorama italiano e internazionale dell’arte e dell’antiquariato, con particolare riferimento per l’art nouveau italiana, nasce nel 1967 grazie a Roberta Tagliavini. La galleria di Milano, situata nel cuore di Brera, si distingue per la selezione di mobili art nouveau, interior design e arti decorative del XX secolo. Il progetto riflette la sensibilità di Tagliavini, che sceglie pezzi in cui forme, colori ed emozioni si legano, dando vita a proposte che non seguono schemi commerciali ma rispondono a un’intima passione per la bellezza e la storia. La galleria ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui la medaglia d’oro al premio Milano Produttiva e il premio del sindacato antiquari milanesi, e partecipa regolarmente a manifestazioni internazionali come la BIAF di Firenze, BRAFA a Bruxelles, Modenantiquaria, Masterpiece a Londra, l’International Fine Art and Antique Fair di Monte Carlo, La Biennale Paris. Roberta Tagliavini è anche protagonista del docureality La Mercante di Brera e del game show Cash or trash, entrambi in onda su Canale Nove, che racconta la vita quotidiana della gallerista tra aste serrate, pezzi iconici e oggetti singolari. Abbiamo intervistato Tagliavini per conoscere il suo punto di vista sul mondo dell’arte, sull’evoluzione della galleria e sul ruolo del vintage e del modernariato nel periodo attuale. L’intervista è di Noemi Capoccia.
NC. Qual è la filosofia dietro il progetto di Robertaebasta e come si è evoluta dagli inizi fino ad oggi?
RT. La filosofia dietro il progetto consiste nel creare ambienti di grande qualità estetica attraverso la scelta di elementi distintivi. Una casa può risultare affascinante in qualsiasi luogo. La differenza risiede negli oggetti che la abitano e, naturalmente, nella solidità e nell’armonia dell’impianto architettonico. Per tale ragione diventa fondamentale non commettere errori nella scelta di una lampada o di un mobile. Sono dettagli che determinano il carattere complessivo dello spazio; il resto può anche mantenersi essenziale. Accade lo stesso nell’abbigliamento. Un abito nero, di per sé semplice, acquista eleganza grazie a una collana scelta con cura. Se l’accessorio non è adeguato, oppure manca del tutto, l’insieme perde forza espressiva e appare più ordinario, meno incisivo.
Dagli anni Sessanta, il mondo dell’antiquariato è cambiato radicalmente. Secondo la sua esperienza, come si è evoluta la percezione del bello e del pezzo da collezione nel mercato attuale rispetto agli inizi della sua galleria?
All’inizio si usciva da una guerra. La priorità riguardava il possesso, non la qualità. Non contava che cosa si avesse, contava avere. Un salotto rappresentava già un traguardo anche se essenziale; una cucina bastava fosse dotata di fornelli. L’idea stessa di arredamento coincideva con la conquista di beni prima irraggiungibili, ma con il tempo le esigenze sono ambiate. Non è stata più sufficiente una semplice stampa appesa al muro: si è iniziato a desiderare un quadro autentico, una lampada di design al posto di una luce standard acquistata per necessità. Il benessere economico, sostenuto dal boom del dopoguerra, ha trasformato il modo di abitare e di concepire lo spazio domestico. Si è trattato di un passaggio generazionale netto. Prima del conflitto la società aveva una forte impronta rurale. La casa costituiva semplicemente spazio funzionale. Bastava un camino con una pentola per cucinare, l’essenziale coincideva con la sopravvivenza. Con la crescita economica è cambiato anche l’immaginario comune. Le cucine sono diventate ambienti progettati, attrezzati, pensati per durare e per rappresentare uno status. L’arredamento ha smesso di essere soltanto necessità ed è divenuto espressione di gusto.
Per una galleria del calibro di Robertaebasta, dove finisce il fascino dell’oggetto d’epoca e dove inizia, invece, il valore storico-artistico del design d’autore? Cosa trasforma un arredo del XX secolo in un pezzo da investimento?
In tale ambito occorre una reale formazione dello sguardo. Bisogna viaggiare, osservare, studiare sui libri, frequentare musei, informarsi con costanza. Il Novecento presenta una quantità incredibile di esperienze e linguaggi, ma non tutto possiede lo stesso valore. Esistono opere nate dall’invenzione di artisti e progettisti, e oggetti prodotti in serie che ne imitano le forme. Si somigliano, talvolta in modo sorprendente, ma non coincidono per qualità e intenzione. Un pezzo unico invece porta con sé un pensiero e una storia. Un oggetto seriale può risultare gradevole, ma resta privo di quella densità culturale. La ricerca personale consente dunque di comprendere tali distinzioni e di scegliere con consapevolezza. All’inizio il mercato non operava selezioni così rigorose: tutto ciò che apparteneva al Novecento trovava facilmente acquirenti. Oggi la richiesta è più mirata. Si cercano progettisti riconosciuti e opere attribuite con certezza. Non si accettano più oggetti privi di provenienza chiara. Anche nel settore della pittura la firma autentica, talvolta accompagnata dall’archivio o dalla fondazione di riferimento, è divenuta determinante. Il gusto si è affinato e il collezionismo si è fatto più esigente. La stessa logica vale per l’arredo domestico. Una casa può apparire elegante anche con elementi accessibili, così come ci si può vestire con capi economici ottenendo un buon risultato estetico. In ogni caso esiste una distanza evidente tra un prodotto anonimo e uno firmato da un autore riconosciuto. La linea può sembrare identica, ma cambiano progetto, materiali, controlli qualitativi, valore nel tempo. La scelta dipende dal desiderio di possedere oggetti unici, dotati di identità e storia, oppure semplicemente elementi decorativi gradevoli. Nel primo caso si investe in cultura e autenticità; nel secondo si privilegia l’effetto immediato, pur consapevoli che il valore intrinseco resta diverso.
Nella sua galleria compaiono nomi come Gio Ponti, Carlo Bugatti, Richard Ginori e Renato Guttuso...
Sì. Gli artisti e i progettisti del Novecento sono numerosi e molto diversi tra loro. Proprio tale varietà consente accostamenti armonici, purché si possieda la sensibilità necessaria per creare legami coerenti tra opere, arredi e spazi. Non serve accumulare oggetti: una casa può risultare bellissima anche quasi spoglia, a condizione che ospiti pochi pezzi importanti. L’idea di decorazione legata all’Art Déco non coincide con l’eccesso ornamentale delle case del Settecento o dell’Ottocento: gli interni del Novecento tendono alla sintesi. Una libreria essenziale o un tavolo dalle proporzioni studiate possono definire l’intero ambiente. Nel confronto tra déco e design emerge una distinzione precisa: il déco esprime lusso, il design moderno privilegia funzionalità. L’arredo diventa più lineare, talvolta persino più rigoroso. Diverso è il discorso per vintage e modernariato. Spesso questi due termini vengono utilizzati in modo generico per indicare oggetti che sembrano appartenere a un’epoca o a un linguaggio progettuale preciso. Ecco, però somiglianza non significa autenticità. Un pezzo di design firmato nasce da un autore riconosciuto, da una produzione controllata. Il modernariato, in molti casi, indica oggetti d’epoca privi di attribuzione rilevante o repliche ispirate ai grandi maestri.
Il vintage e il modernariato sono spesso riproposti da grandi brand e piattaforme globali. Secondo Lei, questo fenomeno può aver cambiato il modo in cui collezionisti e clienti percepiscono il valore del design d’epoca?
I collezionisti conoscono perfettamente il valore del design, spesso in modo ancora più approfondito rispetto a chi opera in maniera più trasversale. Il vero collezionista si concentra su un oggetto preciso oppure su una firma. Chi è più generalista tende invece ad avere molti interessi e numerose firme di riferimento. Si sviluppa una competenza estesa, ma meno focalizzata. Il collezionista, al contrario, costruisce una conoscenza che gli consente di riconoscere immediatamente autenticità e qualità.
Chi sono oggi i clienti di Robertaebasta? Ci sono differenze generazionali tra i collezionisti storici e i nuovi acquirenti che si avvicinano per la prima volta al Déco o al modernariato?
Oggi molti giovani non si orientano verso il design d’autore, né verso un modernariato selezionato. Spesso scelgono oggetti che richiamano le forme del passato, ma senza possederne l’identità storica o la firma. Costano meno, sono immediatamente disponibili e rispondono a un’esigenza di praticità. L’arredamento, per una parte delle nuove generazioni, non rappresenta più una priorità assoluta. Si investe con maggiore convinzione in viaggi, esperienze, automobili o in altre forme di benessere contemporaneo. La casa diventa uno spazio funzionale, gradevole, ma non necessariamente costruito attraverso una ricerca. Negli ultimi anni, soprattutto in città come Milano, il numero di negozi che propongono arredi ispirati agli anni Settanta, Ottanta e Novanta è cresciuto in modo evidente. Si tratta di produzioni nuove che reinterpretano linguaggi del passato. Il cliente entra, sceglie in poche ore e definisce l’intero appartamento senza affrontare il lavoro più complesso della selezione filologica. Si nota inoltre una differenza tra pubblico italiano e straniero. Molti giovani stranieri dimostrano interesse per la ricerca e per l’autenticità; una parte dei coetanei italiani appare invece più attratta dall’immediatezza dell’offerta commerciale, compresi i grandi magazzini che propongono arredi dal costo contenuto e dal gusto contemporaneo. Con il tempo i gusti possono evolvere. Spesso l’interesse per il pezzo firmato, per la storia del progetto e per il valore duraturo emerge in una fase più matura della vita. In gioventù prevale la rapidità della scelta, solo in seguito può nascere il desiderio di qualità e unicità.
Qual è il prezzo medio per chi vuole iniziare a investire con la Sua galleria? Esiste un punto d’ingresso pensato per i giovani collezionisti?
Esistono anche oggetti che non hanno costi proibitivi e che, pur senza appartenere a fasce di mercato altissime, possiedono autenticità e carattere. Un pezzo ben scelto, magari unico può modificare la percezione di un ambiente. Talvolta basta un elemento per dare anima a una casa. A quel punto entra in gioco una dimensione emotiva. Quando nasce un vero interesse per il design o per l’arte, la scelta non è più soltanto estetica o funzionale: diventa una forma di affezione. Ci si innamora di un oggetto e non lo si considera più intercambiabile. Senza quella sensibilità ogni soluzione può apparire equivalente.
Come avviene il processo di ricerca dei pezzi? È più una questione di relazioni storiche o di intuito nelle fiere internazionali?
Le fiere internazionali presentano ormai quotazioni molto elevate. Per chi svolge una ricerca attenta e indipendente, quei contesti risultano spesso inaccessibili sul piano economico. Sono mercati destinati soprattutto a grandi collezionisti e a privati con forte capacità di spesa. Per operatori e studiosi diventa quindi necessario cercare altrove, attraverso un lavoro diretto sul territorio. È un’attività complessa, destinata a diventare ancora più difficile. Un ruolo decisivo è svolto dalle case d’asta. Loro operano con un modello che riduce al minimo i rischi: non sostengono costi di magazzino paragonabili a quelli di una galleria tradizionale e applicano commissioni sia al venditore sia all’acquirente. In tal modo possono permettersi una presenza capillare nella caccia ai pezzi migliori, spesso intercettandoli prima di altri operatori. Il sistema delle aste, inoltre, influenza la percezione dei valori e chi non conosce bene le dinamiche rischia di farsi guidare da parametri distorti. Anche la rete contribuisce a rendere il quadro più complesso. Alcune piattaforme online pubblicano prezzi molto alti per orientare il mercato, mentre altre propongono oggetti simili a cifre inferiori e questo genera confusione.
Lei ha sedi a Milano e Londra, due piazze fondamentali ma diverse. Quali sono le principali differenze nelle richieste tra il pubblico italiano e quello anglosassone? Cosa cercano gli inglesi nel design italiano del Novecento che non trovano altrove?
Un tempo, la Francia era il punto di riferimento assoluto per l’Art Déco: gli esempi più raffinati nascevano lì e tutti i ricercatori si recavano in Francia per osservarli. Per il design, invece, il centro era l’Italia. Il nostro Paese è stato e rimane un punto di riferimento per tutta l’Europa, attira l’interesse di spagnoli, inglesi e di collezionisti di altri Paesi. Gli arredi e gli oggetti italiani del Novecento sono oggi molto ricercati proprio per tutte le loro caratteristiche. Questa domanda internazionale contribuisce ad aumentare i prezzi e rende molti pezzi difficilmente reperibili: spesso all’estero vengono apprezzati e custoditi con maggiore cura rispetto a quanto accade da noi. Molte opere sono scappate dal mercato italiano, acquistate da collezionisti stranieri che ne comprendono il valore e l’unicità.
Come descriverebbe oggi il mercato del modernariato di qualità?
Oggi è sempre più raro trovare interesse verso il design autentico o i pezzi del Novecento, perché molti si concentrano su ciò che viene definito modernariato o vintage. In gran parte dei casi si tratta di un fenomeno di moda: i giovani lo seguono perché è trendy, utilizzano gli oggetti e i complementi come accessori estetici, senza considerare il loro valore culturale. Quando poi entrano nella realtà della casa, spesso si accorgono che non basta il fascino. È qui che entra in gioco chi presenta un servizio completo come il nostro, che comprende restauri, verifiche, ma anche il controllo della qualità.
L'autrice di questo articolo: Noemi Capoccia
Originaria di Lecce, classe 1995, ha conseguito la laurea presso l'Accademia di Belle Arti di Carrara nel 2021. Le sue passioni sono l'arte antica e l'archeologia. Dal 2024 lavora in Finestre sull'Arte.Per inviare il commento devi
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