Come se la passa la fotografia oggi? Ne parliamo con Federico Rui, gallerista che attraversa oltre trent’anni di trasformazioni nel sistema dell’arte contemporanea, mantenendo uno sguardo lucido e indipendente. Rui ha avviato la propria attività nel mondo dell’arte nel 1995, all’interno di una galleria milanese, dove si occupava dell’organizzazione degli allestimenti espositivi e della gestione dei rapporti con i collezionisti. Nel 1996 ha partecipato alla progettazione di uno dei primi portali online dedicati all’arte e poco tempo dopo ha collaborato con una casa editrice, contribuendo alla nascita di una delle prime piattaforme italiane di shopping digitale. In seguito è entrato nel settore amministrativo dell’Accademia di Belle Arti di Brera, mentre nel 2002 ha fondato insieme a un socio la Galleria Pittura Italiana. È nel 2010 che prende forma Federico Rui Arte Contemporanea. L’attività della galleria privilegia la promozione di artisti emergenti, con un interesse specifico per la pittura. Dal 2004 partecipa alle principali fiere di settore in Italia e all’estero e collabora con importanti case d’asta italiane. In questa intervista, Rui, che abbiamo incontrato in occasione della sua partecipazione alla fiera MIA Photo Fair BNP Paribas 2026 a Milano, riflette sulle dinamiche che oggi regolano il sistema dell’arte, tra autonomia degli autori e pressioni commerciali. Al centro, il lavoro di Nicolò Quirico e Alex Trusty, due artisti che esplorano linguaggi diversi ma complementari. Ne emerge una riflessione più ampia sul significato dell’opera, sulla sua fruizione e sul rischio di una crescente spettacolarizzazione. In un’epoca dominata dalla velocità e dall’immagine, Rui invita a recuperare profondità e attenzione critica.
NC. Federico Rui è presente a MIA Photo Fair BNP Paribas 2026 con i lavori di Nicolò Quirico e Alex Trusty. In un contesto fieristico sempre più orientato alla costruzione di narrazioni e posizionamenti, come si inseriscono le ricerche nel sistema della fotografia contemporanea e quali dinamiche, secondo lei, stanno ridefinendo oggi il rapporto tra autore, galleria e mercato?
FR. Nicolò Quirico e Alex Trusty hanno una ricerca molto particolare, che portano avanti ormai da quasi dieci anni, in modo completamente autonomo e indipendente. Lo sguardo di Nicolò Quirico indaga le architetture soffermandosi sui diversi stili, le diverse epoche, le funzioni per cui sono state progettate. E restituisce loro una propria voce fatta di presenze, in cui l’uomo però non compare mai. Gli elementi fondanti dell’opera sono due: la città, con le sue geometrie e i suoi volumi architettonici, e i libri, condensato di memorie, di esperienze, di sapere dell’uomo che costruisce e abita la città. Così da un lato le inquadrature sono studiate ed elaborate per restituire un aspetto formale, a volte ideale, dall’altro i testi che compongono la texture di fondo restituiscono il vociare di quanto successo nel corso della loro esistenza. Il supporto diventa parte integrante dell’opera: un collage di pagine di libri d’epoca è infatti lo sfondo di una stampa fotografica che diventa così unica. La figura umana è invece centrale nell’opera di Alex Trusty, che mette in relazione il visitatore con l’opera e il museo, l’architettura con il fruitore. Nascono così degli scatti dove l’interazione casuale (le fotografie non sono in posa) crea istanti unici, in cui lo spettatore diventa a sua volta opera d’arte, e l’opera d’arte diventa memoria collettiva. I musei nascono per custodire, conservare e promuovere le tradizioni delle civiltà. Ogni visitatore si pone in dialogo con le opere cominciando un proprio dialogo personale e un proprio rapporto con esse: Alex Trusty fotografa le persone mentre osservano, si muovono, sostano davanti ai capolavori. È interessato a ciò che accade intorno all’opera d’arte, piuttosto che all’opera stessa. Le sue fotografie catturano il momento sospeso tra contemplazione e distrazione, tra attenzione e assenza, in cui ogni spettatore diventa parte della scena, anche se inconsapevolmente. Da un punto di vista delle dinamiche, gli autori sono completamente liberi nella loro ricerca, che portano avanti indipendentemente dalle influenze e dalle richieste del mercato. In questo senso il rapporto con la galleria è sempre più importante, perché diventa il ponte necessario e insostituibile tra produzione e fruizione e nel quale si raccolgono e convergono le impressioni non solo commerciali. Mi piace pensare che la vendita sia una naturale conseguenza di un lavoro fatto da più persone, con stabilità e continuità nel tempo.
ùQuando due linguaggi artistici, ma diversi si incontrano, come in questo caso tra i lavori di Quirico e Trusty (presenti a MIA Photo Fair BNP Paribas 2026), cosa succede al significato originale dell’opera? Viene ampliato o trasformato?
Il significato dell’opera rimane invariato, ma è un momento importante di confronto con le tendenze attuali. È un passaggio delicato e importante, perchè si pensi che una mostra in galleria accoglie qualche centinaio di persone, in un museo poche migliaia, in fiera qualche decina di migliaia. Proprio per questo motivo la fiera diventa il luogo non solo di scambio commerciale, ma anche di dialogo e scambio culturale.
Come giudica la scena della fotografia oggi? Ritiene che sia più aperta alla sperimentazione o dominata da logiche di mercato e tendenze?
La fotografia ormai è un termine abusato. Comprende al suo interno una tale varietà di generi (moda, reportage, commerciale, ritrattistica, etc.) che andrebbe delimitata al campo di nostro interesse: l’arte. Soprattutto perché oggi, con l’avvento dei social e degli smartphone, siamo tutti fotografi. Ma quanti sono artisti? Non basta uno scatto tecnicamente perfetto, né tantomeno una visione suggestiva. Serve un’idea, una sensazione, una ricerca, quel quid in più che rende l’artista unico. E l’artista è tale indipendentemente dal mezzo che usa. Il rischio nello scenario contemporaneo è che la parola sperimentazione venga confusa con “spettacolarizzazione”. Superare i limiti, propri e altrui, tecnici e creativi, non vuol dire spettacolarizzare l’opera. L’effetto è che possa avere un effetto contrario, di banalizzazione.
Alcuni sostengono che l’arte rischi di diventare solo spettacolo o prodotto. Come risponde a chi pensa che l’esperienza dell’opera stia perdendo profondità?
In realtà è vero, anche se bisogna ammettere che le mode sono sempre esistite. In questo periodo storico stiamo però perdendo il contatto diretto con l’opera. Tutto è immagine, tutto è velocità, tutto è poco approfondito. Quando si parla di arte si parla sempre più spesso di mercato dell’arte, e poco di arte. Raramente c’è il tempo (o la voglia di approfondire). In questo senso balzano poi alla cronaca le opere spettacolari, o presunte nuove. Lea Vergine diceva, in un’intervista da cui prende origine il libro Necessario è solo il superfluo, che “oggi ci sono solo curatori, i critici sono rarissimi. E il curatore chi è? È una persona che passa il tempo sugli aerei a cercare su commissione le novità in tutto il mondo. Cioè, è un manager. È quello che prima faceva il mercante mosso da passione. Questi sono mossi dalla necessità degli ordini che hanno avuto, cioè trovare il nuovo, trovare un nuovo con cui si può fare un affare. Il nuovo. Però il nuovo non c’è mai”.
Molti parlano di nuove frontiere della fotografia e dell’immagine: secondo lei, dove si colloca la ricerca degli artisti presenti nella sua galleria in un panorama in continua trasformazione?
“Il presente, che è nel tempo quello che la facciata è nello spazio, impedisce di vedere le cose in profondità”, scriveva Alberto Savinio (in Scritti dispersi 1943-1952). In questo senso trovo molto innovativo e coraggioso il lavoro di Nicolò Quirico, che esula dalla fotografia fine a se stessa, e si mette in discussione con la storia e la memoria rappresentata dai libri antichi. Le facciate delle architetture (il presente) nascondono tutto il carico della storia e del vissuto: ogni edificio è vita che si sta scrivendo e ogni libro è un mattone della nostra cultura. In modo diverso, anche Alex Trusty si mette in relazione non solo con la memora, ma anche con il contenitore della memoria. I musei, già definiti cattedrali della contemporaneità (Angelo Crespi), sono il luogo sacro dove costumi contemporanei, nel senso ampio del termine (colori, vestiti, pose, comportamenti) si confrontano con opere d’arte divenute di pubblico dominio.
Come vede oggi il ruolo dell’autore? Chi detta le regole dell’arte contemporanea, l’artista o il sistema che la circonda?
L’artista lavora da solo, sempre più circondato da stimoli, ma sempre meno accompagnato dallo scambio e dal confronto. Non è mai stato così libero come oggi, e l’arte non è mai stata così democratica e alla portata di tutti. Ne consegue che di regole non esistono, a meno che non ci si riferisca al mercato dell’arte... ma sarebbe bene tornare a parlare delle opere, e non del loro contorno!
L'autrice di questo articolo: Noemi Capoccia
Originaria di Lecce, classe 1995, ha conseguito la laurea presso l'Accademia di Belle Arti di Carrara nel 2021. Le sue passioni sono l'arte antica e l'archeologia. Dal 2024 lavora in Finestre sull'Arte.Per inviare il commento devi
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