Dalle poche aperture delle prime edizioni (l’esordio nel 1993), a una mobilitazione che coinvolge centinaia di città e centinaia di migliaia di persone ogni anno, le Giornate FAI di Primavera sono diventate uno degli appuntamenti culturali più partecipati d’Italia. Un evento capace di portare il pubblico dentro luoghi spesso inaccessibili, ma soprattutto di accendere uno sguardo nuovo sul patrimonio che ci circonda. A raccontarne l’evoluzione in questa intervista con Federico Giannini è il presidente del FAI, Marco Magnifico, che ripercorre le origini quasi pionieristiche dell’iniziativa e ne rivendica la crescita impressionante nei numeri e nell’impatto. Ma il punto, spiega, non è cambiato: il FAI intende le Giornate non tanto e non soltanto come un evento culturale, ma come una festa di piazza, perché l’obiettivo resta quello di stimolare curiosità, coinvolgere i cittadini, far nascere un legame diretto con la storia e i luoghi. In questa intervista, Magnifico riflette sul successo dell’iniziativa, sui problemi (a cominciare dal ruolo dei volontari, dalle code, dalla comunicazione), sulle sfide e sulla necessità di far comprendere che il lavoro del FAI non si esaurisce in un fine settimana, ma continua ogni giorno, lontano dai riflettori.
FG. Le Giornate FAI di Primavera sono arrivate alla 34ª edizione: cosa rappresentano oggi per il FAI e per il paese rispetto alla prima edizione del 1993? E quali sono secondo Lei i motivi del successo di una manifestazione che gode indiscutibilmente di una grande attenzione, sia da parte del pubblico sia da parte dei media, in un modo che non ha eguali se pensiamo a questo genere di eventi?
MM. Il motivo per cui l’abbiamo organizzata, 34 anni fa, era che... nessuno parlava di noi. Il FAI era piccolo, aveva tre proprietà, tre Beni, eravamo in quattro. E tutto è nato “copiando” dalle buone iniziative: in particolare le Giornate FAI sono nate copiando Napoli porte aperte della Fondazione Napoli Novantanove. Noi però non volevamo limitarci a una sola città, volevamo aprirci a tutta Italia. Nella prima edizione eravamo solo al nord, con una cinquantina di delegazioni, contro le 380 di oggi. Una cosa molto piccola. Abbiamo visto però che funzionava, e da allora poco è cambiato, se non i numeri, che sono colossali: in queste 34 edizioni delle sole Giornate FAI di Primavera abbiamo mosso 13 milioni di italiani a visitare 17.000 luoghi. Però non è cambiato lo spirito, è cambiata la motivazione finale: a suo tempo le Giornate erano nate per far parlare di noi, mentre oggi si sono trasformate, senza che ce ne accorgessimo, nella più grande manifestazione di piazza che il Paese dedica ai beni culturali e paesaggistici. Le Giornate FAI sono lo specchio più sincero della Fondazione, ne riflette le qualità fondamentali nel suo complesso, per chi ci lavora e per chi ne è volontario: ardimento, curiosità, attenzione. La chiamo “manifestazione di piazza” perché è una grande festa popolare, ma il lavoro del FAI è anche un’altra cosa, in quanto come ogni Fondazione il lavoro quotidiano è nei suoi Beni, ed è un lavoro più silenzioso e continuo. Il Suo articolo dello scorso anno ci ha aiutato, in un certo senso, a meditare sul fatto che le Giornate FAI di Primavera e d’Autunno rischiano di far credere o pensare che l’attività del FAI sia quella di aprire dei monumenti due volte l’anno. Non è solo così: l’attività del FAI è quella di curare per sempre e per tutti dei pezzi di patrimonio che vengono donati o lasciati in eredità alla Fondazione, e poi restaurati e aperti al pubblico. E quest’anno, presentando le Giornate FAI di Primavera al Ministero della Cultura col ministro Giuli, ho ribadito proprio che la nostra attività (noi nel 2026 raccogliamo e investiamo 12 milioni di euro per restaurare, abbiamo 150 cantieri aperti, 170 professionisti che lavorano, spendiamo oltre 2 milioni di euro per la sola manutenzione ordinaria) è anche molto altro. Le Giornate FAI di Primavera sono un momento di sensibilizzazione. La nostra attività di gestori di un patrimonio storico artistico e paesaggistico oramai colossale è complessa. Ma le Giornate di Primavera e d’Autunno rimangono il momento annuale di sensibilizzazione più importante del FAI. Le faccio un esempio: l’AIRC finanzia le preziose ricerche sul cancro vendendo arance. Ecco, quella è la nostra giornata della vendita delle arance. Ma anziché vendere qualcosa, offriamo l’occasione di visitare luoghi poco conosciuti, o del tutto sconosciuti perché privati, in modo festoso. Oltretutto il FAI è quasi un tramite, perché sono le Delegazioni (i volontari) a farlo per gli italiani. Questa è la cosa più bella delle Giornate FAI: è il senso del cittadino volontario che si mette in gioco, così esprimendo il suo senso civico, per far godere ai suoi concittadini la gioia di visitare un luogo che normalmente è difficile da vedere. Però è una manifestazione culturale di piazza. Una manifestazione di piazza, con una certa, mi passi il termine, leggerezza d’approccio, perché è una festa.
Lei peraltro ha definito le Giornate FAI “un grande e potente megafono” per raccontare cos’è il FAI e cosa fa ogni giorno. Ecco, vorrei partire proprio da questo punto, chiedendoLe che cos’è, secondo Lei, che in questi due giorni di festa di piazza, come Lei l’ha definita, non si vede del lavoro che fate dietro le quinte gli altri 363 giorni, e in che modo cercate di farlo emergere nelle Giornate di Primavera.
Questa è la scommessa! Nelle Giornate FAI di Primavera (che, ricordo, sono a contributo libero, non obbligatorio; se uno non vuol dare niente, entra lo stesso) cerchiamo in tutti i modi di far sì che la gente si iscriva o dia un contributo, perché è la nostra giornata di raccolta fondi. Chiamiamola pure così, perché lo è. Chi si iscrive viene poi naturalmente “catturato”: riceve i notiziari, riceve la tessera che gli dà l’accesso gratuito tutti i giorni a tutti i Beni della Fondazione, e quindi sa che cosa fa il FAI. Verso chi non si iscrive devo dire che siamo ancora un po’ indietro, nel senso che non abbiamo sempre il tempo di raccontare a tutta quella gente che cosa facciamo per davvero. C’è poi anche un altro aspetto. Fino a qualche anno fa eravamo quasi solo al nord. Oggi invece abbiamo un Bene meraviglioso nella Valle dei Templi, uno bellissimo sulla Sila, uno in Puglia, stiamo forse acquisendo un Bene a Napoli, presto ne avremo finalmente uno a Firenze. Siamo dunque sempre più presenti nel centro-sud, e quindi oggi è più facile raccontare chi siamo. Però non è ancora facilissimo, perché in Italia c’è ancora una diffidenza nei confronti di chi fa un lavoro che può essere preso per qualcosa che viene fatto al posto dello Stato. Noi però siamo totalmente sussidiari, come recita l’articolo 118 della Costituzione. Non c’è nessun tornaconto per una Fondazione come la nostra, perché quando c’è un attivo, quell’attivo va tutto investito in nuovi restauri. È un meccanismo più protestante che cattolico, se mi passa l’aggettivo. Un meccanismo in cui il ruolo veramente sociale viene percepito per quello che è: rivolto all’utilità della collettività. Ma in Italia si fa ancora un po’ fatica, si pensa sempre che ci sia qualche forma di vantaggio o di tornaconto, che naturalmente non c’è. Lei con il Suo articolo ha fatto emergere una tematica reale: le Giornate FAI hanno in effetti una comunicazione molto appassionata. Da un lato è inevitabile, perché anche quest’anno vengono aperti quasi 800 monumenti in tutta Italia, e rispetto a tutte le iniziative simili nate sul nostro modello, il nostro rimane il più grande, perché i nostri volontari sono in tutta Italia. Il tema è che può accadere che la gente pensi che quello sia il FAI, mentre la Fondazione è anche molto altro, e dobbiamo comunicarlo.
E a proposito di quello che la gente pensa, e in particolare (visto che ha aperto questa riflessione) del fatto che ci sono persone che pensano (sbagliando) che il FAI agisca come una specie di ministero-ombra, come un qualcosa che si sostituisce allo Stato. Tuttavia, per spezzare una lancia a favore di chi porta avanti questa visione, c’è da dire che il FAI spesso interviene nell’ambito di beni pubblici. Ma la tutela del patrimonio italiano è anche una storia di emergenze e fragilità. Ecco, quanto spazio c’è, durante queste giornate, per raccontare anche questo lato meno celebrativo? Avete in mente di espandere la consapevolezza della sua fragilità?
Bellissima domanda: non le so dire se quest’anno fra i 780 aperture ce ne sono alcune aperte con una funzione di denuncia, ma negli anni passati ne abbiamo aperti tantissimi in condizioni rovinose, proprio perché ci si rendesse conto che quel bene aveva bisogno dell’attenzione delle istituzioni. Mi ricordo per esempio che tre o quattro anni fa abbiamo aperto in Sardegna un enorme oliveto bruciato nell’estate precedente, proprio per portare la gente a vedere il disastro causato da un incendio doloso. Abbiamo aperti tantissimi luoghi di questo tipo (a volte anche con dei rischi). Il Faro di Messina, aperto una decina di anni fa per la prima volta, era stato pulito dai nostri volontari da metri di guano per essere riportato alla visitabilità. E lo avevamo detto: l’aspetto della denuncia c’è sempre stato. Anche perché dalle Giornate FAI e dalle aperture di denuncia sono anche nati i Luoghi del Cuore, che sono anch’essi momenti di sensibilizzazione. Non di valorizzazione del patrimonio, ma di sensibilizzazione delle persone sull’esistenza di quel patrimonio, sull’interesse che può avere per il cittadino, e sul fatto che con il contributo di tutti si può fare del bene. È un momento di “eccitazione”, mi passi ancora il termine: le Giornate FAI servono a eccitare la collettività. A farle dire: “Ma guarda che meraviglia, guarda quanta roba abbiamo. Guarda come da un lato siamo stati fortunati e dall’altro che responsabilità abbiamo”. È quello il motivo delle Giornate FAI. E quindi, ancora una volta, convengo con Lei che può essere lacunoso il racconto degli Apprendisti Ciceroni. Su questo non c’è il minimo dubbio. Ma il bello è che sono i ragazzi a raccontare il patrimonio agli adulti. Non è un evento prettamente culturale come i Rolli Days, dove i mediatori culturali sono pagati dal comune, o come Pontremoli Barocca, dove uno paga il biglietto e quindi vuole un servizio. In questo caso è una festa, e bisogna prenderla per quella che è. Bisogna stare attenti che non si dicano troppe imprecisioni e questo è certamente un pericolo che si corre, ma lo spirito è diverso. E infatti nei nostri Beni regolarmente aperti, le guide sono tutte professioniste: paghiamo ogni anno circa 120 guide, di cui 8 sono assunte dal FAI. Nei nostri beni non ci sono volontari a raccontare: ci sono solo guide professioniste, anzi: facciamo ricerca, e anche approfondita, in collaborazione con molte università. Ma quello è il lavoro quotidiano del FAI. Le Giornate FAI sono un fuoco d’artificio: meraviglioso al momento, ma poi si spegne. La realtà degli altri 364 giorni è ben diversa, come dicevo più silenziosa e continuativa.
Siamo passati da 700 luoghi delle scorse Giornate d’Autunno in 350 città, ai 780 in 400 città di queste Giornate di Primavera. Mi piacerebbe quindi sapere quali sono i criteri con cui vengono selezionati i luoghi che il pubblico potrà visitare.
Non lo so: questa è la mia risposta. Il bello è proprio che sono le delegazioni a sceglierli, e quindi sono i volontari. Abbiamo 360 gruppi di volontari in tutta Italia e sono loro che scelgono, non ci sono criteri imposti dall’alto. I criteri sono sempre quelli di raccontare al meglio il territorio, perché le delegazioni (come tutti noi italiani, del resto) sono campaniliste. Quindi, il divertimento dei nostri volontari è proporre ogni anno degli spunti nuovi (o meglio: non sempre nuovi, perché alla 34ª edizione ci sono anche nuove generazioni, e molto spesso si riaprono luoghi già aperti: chi aveva dieci anni alla prima edizione, oggi ne ha 44). È qualcosa che noi lasciamo totalmente nelle mani dei nostri volontari. Quello che mi stupisce moltissimo è che una volta avevamo pochissimi giovani. Oggi abbiamo circa settanta gruppi giovani (ragazzi tra i 20 e i 30 anni) che sono i più attivi e i più curiosi. Sono quelli che propongono le cose più bizzarre: magari devi camminare tre quarti d’ora per arrivare alla grotta, e spesso non c’è neanche un grande valore artistico, ma c’è un valore culturale locale. Per i giovani è fondamentale condividere con gli altri dei luoghi che parlano della storia dei loro nonni, bisnonni, trisavoli. Le Giornate FAI sono come un momento per pescare nella propria identità, da dove veniamo.
A proposito dei giovani: spesso si dice che è molto faticoso coinvolgerli in tutto ciò che riguarda il patrimonio culturale. Evidentemente, se Lei mi dice questo, vuol dire che non è così vero.
Non è vero per niente! Quando il presidente Mattarella, l’anno scorso il 28 aprile, ci ha ricevuto al Quirinale nel giorno della fondazione del FAI, siamo andati in 150. Ho parlato io e ha parlato un giovane volontario, proprio per dimostrare a Mattarella che non è vero che ai giovani non interessa il patrimonio culturale. Si tratta, semmai, di capire come li coinvolgi. E ribadisco che il nostro modo è farli divertire: ci sono questi gruppi di ragazzi che si divertono perché stanno insieme, vanno a mangiare la pizza, bevono una birra, magari trovano la ragazza o il ragazzo, ma intanto vanno nella Valle dei Mulini sopra Amalfi a farsi strada tra i rovi che poi puliscono per aprire nelle Giornate FAI di Primavera, raccontando la storia dei mulini che non sono capolavori d’arte ma sono testimonianze vive della loro storia. Ancora una volta: la Giornata FAI come momento di divertimento collettivo, di festa intorno al patrimonio. Poi a casa magari non ti ricordi con certezza i dettagli storici artistici ma non importa: quello che conta è portarti a vedere qualcosa che non hai mai visto, per farti dire: “Ma guarda, ce l’avevo di fianco a casa e non me ne ero mai accorto perché vado in giro con gli occhi bendati”. Perché lo spirito è questo: eccitare la gente alla curiosità verso il patrimonio, senza stare troppo a raccontare l’artista o il committente. Quello lo facciamo tutti i giorni nei nostri Beni, perché quella è la missione del FAI.
Mi riallaccio allora al tema delle competenze a cui Lei ha fatto cenno. Siamo d’accordo sul fatto che la qualità della visita che un volontario può offrire è... variabile. Ci si può imbattere nel volontario ch’è magari uno studioso in pensione, profondo conoscitore della materia, ma come è capitato anche al sottoscritto ci si può imbattere nel diciottenne che ha imparato la lezioncina a memoria. Non chiedo certo al FAI di adottare un modello che non gli appartiene, però mi domando: avete mai pensato a modi alternativi per impiegare i volontari, o magari a degli “upgrade” per chi tra il pubblico non vuole accontentarsi e intende approfondire la visita con qualcosa di più strutturato?
Come ho detto prima, il nostro è un fuoco d’artificio. Normalmente cerchiamo di aprire luoghi poco conosciuti, poco frequentati, difficili da raggiungere. Da quel punto di vista, anche il proprietario del luogo (visto l’interesse che l’apertura FAI genera) può decidere poi di approfondire o prolungare l’offerta. Per esempio, quest’anno riapriamo la sede RAI di Corso Sempione a Milano, che è un capolavoro di Gio Ponti con gli arredi da lui disegnati. La RAI è contenta di farlo attraverso di noi, perché non ha le strutture per far visitare quella magnifica architettura, e trova che il FAI sia un buon modo per dimostrare che quel luogo, che è della RAI e quindi appartiene agli italiani, non è chiuso. Se però la RAI volesse poi organizzare visite più approfondite, magari le organizza anche. Ma il nostro, mi ripeto, è un fuoco d’artificio. Detto questo, ci sono decine di ragazzi che hanno fatto i volontari nelle Giornate FAI e che poi hanno scelto di fare del racconto del patrimonio la propria professione. Io stesso faccio questo mestiere perché Giulia Maria Crespi [nda: fondatrice del FAI], quando avevo vent’anni, mi aveva coinvolto in Italia Nostra e mi aveva messo nel gruppo viaggi: ho cominciato da ventenne a fare da guida nelle visite culturali che Italia Nostra organizzava, e avrò detto un sacco di cavolate, evidentemente. Ma lì ho imparato a raccontare, a intrattenere il pubblico, a non perdere l’attenzione delle persone a cui parlavo. Poi ho deciso di fare questo di mestiere, mentre allora studiavo alla Bocconi e volevo fare economia. Abbiamo una quantità di casi in cui questo training è servito a far scoprire all’Apprendista Cicerone che la sua vocazione era nei beni culturali. E anche questa mi sembra che sia una bella cosa. Poi, ripeto: nei nostri Beni, ci sono solo guide professioniste, perché non essendo più un fuoco d’artificio, ma essendo la quotidianità, dobbiamo e vogliamo essere molto precisi proprio per rispettare il dettato dell’articolo 2 del nostro statuto che dice che lo “scopo esclusivo del FAI è l’educazione alla collettività” . Nelle Giornate FAI lo si fa con leggerezza, nei Beni con precisione. Poi, abbiamo pubblicato sul nostro sito delle brevi schede di tutti i beni aperti, scritte dai volontari delle delegazioni.
A proposito di code: spesso le critiche riguardano le attese. Ci sono stati casi di lunghe code, accessi non garantiti, con persone che hanno dovuto rinunciare alla visita (ne sono testimone perché è successo anche a me). Secondo Lei il FAI può fare qualcosa per migliorare l’esperienza? E poi: perché finora avete scelto di mantenere questa modalità aperta invece di introdurre delle prenotazioni digitali?
Le prenotazioni le avevamo introdotte nella prima edizione post-Covid, perché evidentemente la gente ancora non voleva stare vicina. Questo ha limitato in maniera colossale l’affluenza: anziché 400-500.000 persone ne abbiamo avute la metà. E questo è un peccato, perché se fai un servizio e arriva la metà delle persone, l’altra metà non ha vissuto quell’esperienza. Poi la prenotazione portava con sé un altro problema: c’erano tanti che non andavano. Molti gruppi, per esempio, prenotavano in 30 e arrivavano in 15. Per cui abbiamo deciso di riaprire le code. Io personalmente non mi metterei mai in coda, ma la coda è libera: se vuoi farla, la fai; se non vuoi, non la fai. La prenotazione dimezzava l’afflusso, e questo, per la realtà che rappresentano le Giornate FAI, ci sembrava davvero un peccato. Però, guardi, anche le code hanno stupito molto le istituzioni che hanno deciso di aprire con noi. Per dire: quest’anno, per la prima volta, apriamo il Ministero dell’Istruzione, che non è mai stato aperto. Peraltro il Ministro Valditara farà personalmente le prime visite come volontario, devo dire molto collaborativo. Ma lui stesso si è stupito moltissimo di vedere le code, perché gli italiani nelle Giornate FAI fanno la coda in modo straordinariamente ordinato. Non diresti mai che noi italiani siamo capaci di tanto. E in fondo è anche questa una manifestazione positiva: vuol dire che quelle persone vogliono vedere quel posto e sono disposte a un certo “sacrificio” pur di farlo. Vediamo allora le code in positivo: è una bella manifestazione di interesse. Poi se si vuol trovare l’elemento negativo, allora si può sempre criticare. Una volta stavo quasi per scappare: aprivamo al pubblico Villa Arconati Visconti a Castellazzo di Bollate, una delle più belle case lombarde alle porte di Milano. C’era una coda di automobili nelle viuzze, e siccome non aveva piovuto (era stato un inverno secco) e i campi erano sodi, le macchine anziché restare sulla strada hanno cominciato ad andare sui campi coltivati. Una cosa che da un lato mi ha spaventato, e dall’altro lato è la cifra del successo e della voglia di vedere quel luogo. Si può vederla negativamente, ma anche come la soddisfazione di un bisogno che evidentemente esiste e che le Giornate FAI hanno intercettato. Ed è un gran bel bisogno. Ad ogni modo mi domando se ogni anno sia il caso di farle sempre con la stessa formula, ma evidentemente anche questa formula risponde a un bisogno reale.
In che modo il FAI gestisce l’eventuale insoddisfazione del pubblico che partecipa alle Giornate?
Facciamo ovviamente training ai nostri volontari: educazione, sorriso, scuse. È ovvio che ci sono persone che protestano, e quello che diciamo sempre è che la gentilezza è contagiosa: se vieni aggredito, rispondi nella maniera più gentile possibile. Non sarebbe tollerabile una lamentela per la scortesia di un nostro volontario: chi fa il volontario sa a cosa va incontro, sa che le Giornate FAI sono molto faticose, che per due giorni devi salutare, dare il benvenuto, raccontare, e devi farlo sempre col sorriso. Se uno è sgarbato non può fare il volontario, e se qualcuno si lamenta per quello ha ragione. Se invece uno si lamenta perché ha fatto mezz’ora di coda, il volontario può solo dire: “Mi dispiace moltissimo, noi offriamo questo servizio, e se lei è scontento mi dispiace davvero tanto, ma non ho argomenti per risponderle”. Poi bisogna guardare la realtà: noi del FAI a livello centrale siamo un po’ dei mediatori. Come ho già detto le Giornate FAI son organizzate dalla nostra rete territoriale: la struttura della Fondazione è un tramite organizzativo e comunicativo tra degli italiani e degli altri italiani. Tra degli italiani che decidono di mettersi in gioco (e non solo per due giorni: devi andare a cercare il monumento, chiedere di aprirlo, studiarlo, pulirlo, allestirlo... è un lavoro molto più lungo) e i loro concittadini pronti a recepire un servizio per i quali sono grati, pronti a vedere quel campanile che non hanno mai visto e che vogliono conoscere. Questo è la Giornata FAI.
Le Giornate FAI sono anche una grande occasione di raccolta fondi. È difficile comunicare al pubblico che dietro l’evento festoso c’è anche una necessità economica concreta per la tutela dei Beni?
Non tanto. Intanto, naturalmente, l’SMS aiuta, anche se ormai con l’SMS si raccoglie poco, però serve a dare alla manifestazione il senso della raccolta fondi: “Se non ti vuoi iscrivere, almeno manda un SMS”. Lo teniamo in vita soprattutto per quello. Però oggi del FAI si parla abbastanza spesso, e man mano che il FAI si espande in Italia (gli italiani vedono che il Giardino della Kolymbethra nella Valle dei Templi è tenuto come l’Eden di Adamo ed Eva, che le piccole case dove stavano i contadini accanto alle case degli dei sono state restaurate in modo meraviglioso, e via dicendo), man mano che la gente capisce che oltre la vampata delle Giornate FAI ci sono delle braci molto solide, è più facile dire: “Iscriviti”. Tanto è vero che siamo balzati a 320-330.000 iscritti, persone che ogni anno pagano 39 euro. Una volta festeggiavamo i 1.000, perché era molto difficile raccontare quello che siamo. Oggi è un po’ più facile. Le Giornate FAI sono l’occasione per dire: “Va bene, ho capito che fate un bel lavoro, mi iscrivo”. È dunque anche la giornata in cui raccogliamo i frutti maturi.
Nel comunicato che avete inviato quest’anno alle testate rivendicate un numero impressionante, ovvero 13,5 milioni di italiani che hanno partecipato alle Giornate FAI in oltre trent’anni, il che significa grosso modo mezzo milione di italiani per ogni Giornata di Primavera: ora, anche alla luce del fatto che le Giornate FAI intendono offrirsi come un’occasione che, come scrivete, viene “offerta agli italiani per conoscere e apprezzare le meraviglie del nostro paese”, che cosa pensa che gli italiani in tutti questi anni abbiano cambiato nel rapporto con il patrimonio culturale?
Credo che le Giornate FAI siano servite enormemente a un cambio di atteggiamento. Ne sono assolutamente convinto: 13 milioni è un numero impressionante, è un quinto della popolazione. Credo quindi che le Giornate FAI, seguite da tutte le iniziative simili (mi verrebbe da dire “imitazioni”, ma è sbagliato chiamarle così, visto che anche noi abbiamo imitato Napoli Novantanove) abbiano contribuito in modo decisivo. Le giornate di apertura delle dimore storiche, delle banche, Open House, Le Vie dei Tesori nel sud Italia, i Rolli Days, tutto è nato come un bellissimo sviluppo ed evoluzione del nostro modello. I nostri volontari a volte dicono “ci copiano”, e io dico “bene!”, perché anche noi abbiamo copiato Napoli 99, e più gente ci copia meglio è. Perché il risultato è che il rapporto tra gli italiani e il loro patrimonio, che esisteva 34 anni fa, oggi è molto diverso, è molto cambiato. Lo vede anche Lei: la Sua rivista vive dell’interesse che gli italiani hanno per il patrimonio, un interesse molto più forte e importante rispetto a 34 anni fa. Io sono convinto che le Giornate FAI abbiano avuto e tuttora abbiano un ruolo fondamentale nello sviluppo di questa curiosità e della percezione che siamo nati nel paese più bello del mondo, e che quindi ci tocchi sia la fortuna di averlo, sia la responsabilità di difenderlo, conoscerlo e, se me la sento, supportarlo con la mia quota di iscrizione al FAI o a tutte le altre bellissime realtà che esistono (non sono affatto geloso di chi ha imitato le Giornate FAI, anzi, lo dico sempre ai volontari: è sbagliato vederli come concorrenti, ma anche se fosse, la concorrenza è l’anima del commercio, se qualcuno ci fa concorrenza allora troviamo delle altre cose da fare). Per dire: quest’anno a Palermo apriamo Porta Nuova. E lì i nostri volontari hanno realizzato dei cartoni animati per raccontare la storia della porta ai bambini che non possono salire tutte le scale che servono per salire fino alla sommità della porta, perché anche loro abbiano la loro soddisfazione. Questo per dire che la concorrenza ti spreme il cervello a fare cose che non avresti pensato di fare, ma che fai proprio perché devi differenziarti. Poi loro ti copieranno, e tu ne troverai altre, ed è così che funziona la storia. Lei e la Sua rivista, l’anno scorso, in modo un po’ pepato (ma d’altronde il giornalista deve essere un po’ pepato) ci avete aiutato a riflettere sul fatto che dobbiamo essere più chiari nel comunicare chi siamo e cosa facciamo davvero tutti i giorni, e che le Giornate FAI sono solo una giornata di sensibilizzazione, una festa popolare. Alla festa popolare, in un certo senso, tu mangi il panino con la mortadella, non i piatti eccellenti della cucina locale.
Beh, mi pare una metafora calzante.
Ecco, sottolineo però che i nostri panini e la nostra mortadella sono squisiti. Se vuoi mangiare la cassoeula, vai in un buon ristorante milanese: noi la cassoeula la facciamo come si deve fare, ma nei nostri Beni, non alle Giornate FAI. Per la mortadella l’importante è che sia buona. E che sia sincera. Ma quello che non manca è l’entusiasmo dei volontari, la genuinità dello spirito con cui fanno le cose, e non in antagonismo alle istituzioni, ma con le istituzioni, coi Comuni, con le Regioni, con le Province, è un festone dove tutti si danno la mano, e questa è la cosa più bella.
L'autore di questo articolo: Federico Giannini
Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).
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