Andy Warhol e la serie Ladies and Gentlemen: un'epopea artistica e sociale


Tra il 1974 e il 1975 Andy Warhol realizza una delle sue serie più intense, dedicata alle drag queen di New York. Presentato per la prima volta nella sua completezza a Ferrara proprio cinquant’anni fa, il progetto segna un punto di rotta tra pittura materica, attivismo e riflessione sull’identità queer.

Passa da Ferrara la storia di uno dei capolavori di Andy Warhol (Pittsburgh, 1928 – New York, 1987), ovvero la serie Ladies and Gentlemen, che venne esposta per la prima volta nella sua interezza proprio qui, a Palazzo dei Diamanti, tra l’ottobre e il dicembre del 1975 (e qui è tornata, nel cinquantesimo anniversario, per la mostra Andy Warhol. Ladies and Gentlemen, a cura di Chiara Vorrasi, dal 14 marzo al 19 luglio 2026). La serie affonda le sue radici nella metà degli anni Settanta, e rappresenta un momento di profonda trasformazione nella traiettoria creativa di Andy Warhol. Il progetto ebbe inizio ufficialmente nel maggio del 1974, quando il gallerista e mercante d’arte Luciano Anselmino si recò a Torino per proporre all’artista americano una commissione inedita riguardante una serie di stampe di grande formato e opere pittoriche. L’idea originaria di Anselmino era quella di convincere Warhol a ritrarre figure emblematiche del travestitismo newyorkese, ma inizialmente l’artista si dimostrò scettico, sostenendo che il fenomeno delle drag queen fosse ormai superato dai tempi. Anselmino insistette proponendo nomi storici legati alla Factory come Candy Darling, Jackie Curtis o Holly Woodlawn, ma Warhol obiettò con pragmatismo: Candy Darling, per esempio, era recentemente scomparsa e l’artista temeva che le altre collaboratrici avrebbero preteso compensi sempre più elevati non appena le opere fossero state vendute. Fu dunque in quel momento che il mercante d’arte torinese suggerì una variazione concettuale che si sarebbe rivelata decisiva: non ritrarre soggetti che cercassero di apparire perfettamente femminili, bensì figure che esibissero i tratti evidenti del proprio genere d’origine, come barbe o lineamenti maschili marcati.

Superate le resistenze iniziali e dopo alcuni tentativi poco convincenti di fotografare i propri assistenti in abiti femminili, Warhol accettò la sfida e affidò ai suoi collaboratori più stretti il compito di reclutare le modelle. Bob Colacello, Ronnie Cutrone e Vincent Fremont iniziarono a frequentare il Gilded Grape, un locale notturno situato nei pressi di Times Square e noto per essere un punto di riferimento per la comunità queer afroamericana e latinoamericana. L’approccio era diretto e quasi burocratico: ai potenziali soggetti veniva offerto un compenso di 50 dollari per una sessione fotografica di trenta minuti presso la Factory. Le modelle, spesso ignare dell’identità del fotografo, che rimaneva protetto da un certo anonimato, si presentavano in studio dove Warhol scattava centinaia di Polaroid, catturando la loro esuberanza e la loro teatralità innata. Tra il 1974 e l’inizio del 1975, l’artista raccolse dunque oltre cinquecento fotografie di quattordici diverse modelle, tra cui spiccavano figure come Marsha P. Johnson e Wilhelmina Ross, divenute poi tra le più riconoscibili icone della serie: questa produzione segnò anche un significativo cambiamento economico nella gestione dell’opera warholiana, poiché Anselmino garantì un finanziamento di diverse centinaia di migliaia di dollari, supportato dal collezionista veneziano Carlo Monzino.

Dal punto di vista tecnico, Ladies and Gentlemen rappresentò un distacco dalla fredda riproducibilità meccanica che aveva caratterizzato i lavori precedenti di Warhol. L’artista tornò a utilizzare pennelli e dita per stendere il colore, creando superfici materiche e vibranti dove la base fotografica serigrafata veniva letteralmente sommersa da strati di pittura acrilica densa e gestuale: questo approccio, che i critici dell’epoca definirono come una forma di “attivismo passionale” (così si leggeva su La Stampa), mirava a esaltare la componente performativa dei soggetti, trasformando persone comuni e marginalizzate in icone dotate di una nuova sacralità mediatica.

Andy Warhol, Ladies and Gentlemen (Wilhelmina Ross) (1975; Acrilico e inchiostro serigrafico su tela, 305 x 205 cm; Parigi, Fondation Louis Vuitton) © foto Primae / Louis Bourjac © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026
Andy Warhol, Ladies and Gentlemen (Wilhelmina Ross) (1975; Acrilico e inchiostro serigrafico su tela, 305 x 205 cm; Parigi, Fondation Louis Vuitton) © foto Primae / Louis Bourjac © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026
Andy Warhol, Ladies and Gentlemen (Wilhelmina Ross) (1975; Acrilico e inchiostro serigrafico su lino, 127 x 101,6 cm; Pittsburgh, the Andy Warhol Museum, Founding Collection, Contribution The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc., 1998.1.167) © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026
Andy Warhol, Ladies and Gentlemen (Wilhelmina Ross) (1975; Acrilico e inchiostro serigrafico su lino, 127 x 101,6 cm; Pittsburgh, the Andy Warhol Museum, Founding Collection, Contribution The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc., 1998.1.167) © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026

Il culmine di questo percorso fu proprio la mostra organizzata al Palazzo dei Diamanti di Ferrara nell’ottobre del 1975, sotto la direzione lungimirante di Franco Farina. Quella ferrarese non fu solo una semplice esposizione, ma una rassegna rivoluzionaria che presentava per la prima volta in un contesto museale italiano centocinque opere della serie in anteprima mondiale. L’evento attirò l’attenzione della stampa internazionale e di un vasto pubblico giovane: un eloquente riflesso del clima di rinnovamento culturale che animava l’Italia di quegli anni. Warhol partecipò personalmente all’inaugurazione, dando vita a un singolare happening: l’allestimento prevedeva infatti che i passaggi tra le sale fossero chiusi da strati di manifesti che l’artista dovette squarciare fisicamente per permettere al pubblico di entrare. “All’inizio”, avrebbe raccontato Farina, “rimase perplesso, era una persona timida, inoltre aveva una corporatura esile e ci voleva una certa energia per sfondare gli strati dei manifesti che si erano induriti durante la notte, ma poi capì il gioco, e anche l’allusione, sembrava divertito e anche molto colpito nel vedere le sue opere alle pareti. Man mano che procedeva, le persone lo seguivano ed entravano nelle sale, c’era una grande euforia nell’aria”. Questo gesto simbolico di rottura, unito alla visione di tele monumentali alternate a piccoli formati, creò un effetto scenografico di grande impatto che moltiplicava i volti delle protagoniste lungo le pareti del palazzo rinascimentale.

Durante il suo soggiorno a Ferrara, ricostruisce Chiara Vorrasi nel saggio che accompagna la mostra del 2026, Warhol si dimostrò affascinato dalla realtà locale: visitò il Museo Giovanni Boldini restando colpito dai ritratti femminili del maestro ferrarese, e si recò al Centro Video Arte, dove manifestò un crescente interesse per le potenzialità della comunicazione dal basso e per il mezzo televisivo. Proprio in quel periodo l’artista teorizzava l’idea di un programma intitolato Niente di speciale, in cui avrebbe ripreso persone comuni impegnate in conversazioni ordinarie, rinunciando a qualsiasi intervento autoriale. La serie Ladies and Gentlemen divenne dunque il manifesto visivo di questa nuova filosofia, capace di nobilitare l’individuo qualunque attraverso la lente dell’arte e di trasformare la marginalità in una forma di resistenza estetica di fronte all’omologazione della società dei consumi

In Italia, l’accoglienza critica di Ladies and Gentlemen offrì spunti di riflessione che intrecciarono l’estetica pop con le istanze politiche e ideologiche del periodo. Uno dei contributi più rilevanti e drammatici venne da Pier Paolo Pasolini (Bologna, 1922 – Ostia, 1975), il quale dedicò al lavoro di Warhol uno dei suoi ultimi scritti poco prima della sua morte violenta nel novembre del 1975. “L’impressione”, scrisse Pasolini, “è di essere di fronte a un affresco [sic] ravennate rappresentante figure isocefale, tutte, s’intende, frontali. Iterate al punto da perdere la propria identità e di essere riconoscibili, come i gemelli, dal colore del loro vestito […] Il ‘Diverso’ nel suo ghetto permissivo di New York può trionfare a patto di non uscire da un comportamento che lo renda riconoscibile e tollerabile”. In altre parole, secondo il poeta friulano, la ripetizione ossessiva dell’immagine portava alla perdita dell’identità individuale dei soggetti, confinandoli in un ghetto permissivo dove la diversità veniva accettata solo se rimaneva riconoscibile e quindi tollerabile per la società dominante. Pasolini vedeva cioè in queste opere la conferma di una omologazione repressiva operata dal potere dei consumi, pur condividendo con Warhol un interesse profondo per la realtà ripresa senza filtri.

In contrasto con la visione pasoliniana, il curatore della mostra ferrarese, Janus (pseudonimo di Roberto Gianoglio), propose una lettura di stampo marxista, interpretando i dipinti come un atto di denuncia contro la marginalità sociale e lo sfruttamento della comunità afroamericana. Per Janus, spiega Vorrasi, “il travestimento incarnava l’estrema manifestazione della secolare oppressione razziale da parte dell’egemonica borghesia bianca, e l’inedita irruenza stilistica warholiana ne suggellava l’atto d’accusa”. E sempre secondo Janus, l’irruenza pittorica di Warhol e le sue colate di colore ardente rappresentavano una metafora di una piaga sociale definita apertamente come una forma di schiavitù moderna. Warhol, tuttavia, respinse costantemente queste interpretazioni politiche, ribadendo la sua celebre filosofia della superficie. “Se volete sapere tutto di Andy Warhol, vi basta guardare la superficie: dei miei quadri, dei miei film e della mia persona. È lì che sono io. Dietro non c’è niente”: un suo pensiero del 1966 che, ricostruisce Vorrasi, Warhol aveva manifestato durante la conferenza stampa della mostra. Per l’artista, la verità risiedeva interamente sulla pelle della tela, e rifiutava qualsiasi profondità psicologica o sociologica.

Tuttavia, un aspetto fondamentale per comprendere l’estetica di Ladies and Gentlemen è il riferimento alla cultura camp e all’uso della maschera. Warhol era affascinato da coloro che si impegnavano attivamente per costruire una propria femminilità ideale, vedendo nelle drag queen degli archivi viventi dei miti hollywoodiani. “Un esempio per tutti”, scrive Vorrasi, “è offerto dai ‘balli in drag’ fioriti a New York negli anni Venti, nell’ambito del fermento culturale e identitario afroamericano dell’Harlem Renaissance, accanto alle sperimentazioni letterarie, poetiche e musicali del movimento New Negro: indagati con preoccupazione dalla letteratura medico-criminologica, stigmatizzati quali ‘perversioni’ dalle norme di genere della borghesia bianca, i balli vennero condannati dalla stessa middle-class afroamericana che li ascriveva all’influenza corruttrice bianca, leggendovi un pericoloso intralcio al processo di integrazione”.

Questa inclinazione verso l’artificio e la teatralizzazione dell’esistenza lo portò a dialogare con la grande tradizione del modernismo. Molti studiosi hanno evidenziato infatti come l’artista possa aver studiato attentamente opere come Les Demoiselles d’Avignon di Pablo Picasso, richiamandone l’essenzialità scultorea e l’uso di maschere che evocano simbologie rituali e magiche. Tuttavia, Warhol operò una ricontestualizzazione urbana di questi elementi, utilizzando il trucco marcato e le parrucche vistose per creare maschere mediatiche capaci di sfidare gli stereotipi. La modella Wilhelmina Ross divenne l’emblema di questa trasformazione, comparendo in decine di varianti che catturavano la sua personalità carismatica attraverso formati che spaziavano dal monumentale all’intimo. La serie diede inoltre visibilità a figure storiche dell’attivismo per i diritti civili, come Marsha P. Johnson, fondatrice del movimento rivoluzionario per i transessuali di strada. Sebbene Warhol avesse inizialmente cercato di mantenere l’anonimato delle modelle per ragioni economiche, il lavoro finì per operare una decostruzione dei modelli di bellezza normativa, prefigurando un’estetica fluida e ibrida: questo interesse per la costruzione dell’identità attraverso la performance trovò un parallelo anche nei ritratti realizzati nello stesso periodo per Mick Jagger, dove l’artista indagò il sex appeal trasgressivo della rockstar attraverso dettagli del corpo e pose studiate. In entrambi i casi, Warhol utilizzò la pittura e la serigrafia per elevare il soggetto a una dimensione soprannaturale, trasformando l’effimero della vita quotidiana in qualcosa di eterno e universale.

Andy Warhol, Mick Jagger (1975; da Little Red Book no. 275 Polaroid™ Polacolor Type 108, 10,8 x 8,6 cm; Pittsburgh, the Andy Warhol Museum, Founding Collection, Contribution The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc., 1998.1.3003.2) © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026
Andy Warhol, Mick Jagger (1975; da Little Red Book no. 275 Polaroid™ Polacolor Type 108, 10,8 x 8,6 cm; Pittsburgh, the Andy Warhol Museum, Founding Collection, Contribution The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc., 1998.1.3003.2) © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026
Andy Warhol, Mick Jagger (1975; Acrilico e inchiostro serigrafico su lino, 101,6 x 101,6 cm; Pittsburgh, the Andy Warhol Museum, Founding Collection, Contribution Dia Center for the Arts, 1997.1.8a) © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026
Andy Warhol, Mick Jagger (1975; Acrilico e inchiostro serigrafico su lino, 101,6 x 101,6 cm; Pittsburgh, the Andy Warhol Museum, Founding Collection, Contribution Dia Center for the Arts, 1997.1.8a) © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026

Oltre all’influenza picassiana, Ladies and Gentlemen rivela sintonie con la ricerca cromatica e decorativa di Henri Matisse, ha notato Vorrasi. Warhol adottò infatti procedimenti vicini al collage e alla saturazione del colore tipici del maestro francese, cercando di estrarre la bellezza anche dalla volgarità della società di massa attraverso quella che alcuni critici definirono un’operazione cosmetica dell’arte. Questa strategia di oscillazione tra presenza e assenza, tra il segno grafico e la traccia fotografica, permise a Warhol di ridefinire lo statuto del ritratto in senso postmoderno: l’artista dimostrò cioè che “se esiste una società dello spettacolo, esiste anche lo spettacolo di una certa società, e infine lo spettacolo dell’individuo” (così Alessandro Del Puppo).

L’eredità di Ladies and Gentlemen continua a risuonare nella produzione artistica contemporanea, dal momento che ha influenzato generazioni di autori che lavorano sui limiti della costruzione dell’identità, oltre che sulla visibilità delle comunità marginalizzate. La serie ha aperto spazi per una narrazione multiculturale e non binaria che va ben oltre la soglia del nuovo millennio. Sebbene nata da una poetica dello spazio vuoto e dell’apparente superficialità, l’opera di Warhol in Ladies and Gentlemen riesce a trasmettere un’energia individuale che trascende il tempo, dimostrando come il mascheramento e l’artificio possano diventare strumenti di profonda verità umana e sociale. Il ciclo presentato per la prima volta a Ferrara rappresenta dunque non soltanto un ritorno alla pittura, ma una riflessione definitiva sulla libertà dell’individuo di sottrarsi alle definizioni precostituite attraverso la magia dell’immagine.




La consultazione di questo articolo è e rimarrà sempre gratuita. Se ti è piaciuto o lo hai ritenuto interessante, iscriviti alla nostra newsletter gratuita!
Niente spam, una sola uscita la domenica, più eventuali extra, per aggiornarti su tutte le nostre novità!

La tua lettura settimanale su tutto il mondo dell'arte

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Commenti

Commenta l'articolo che hai appena letto






Per inviare il commento devi accedere o registrarti.
Non preoccuparti, il tuo commento sarà salvato e ripristinato dopo l’accesso.

MAGAZINE
primo numero
NUMERO 1

SFOGLIA ONLINE

MAR-APR-MAG 2019
secondo numero
NUMERO 2

SFOGLIA ONLINE

GIU-LUG-AGO 2019
terzo numero
NUMERO 3

SFOGLIA ONLINE

SET-OTT-NOV 2019
quarto numero
NUMERO 4

SFOGLIA ONLINE

DIC-GEN-FEB 2019/2020
Finestre sull'Arte