Aldo Grasso critica Jacopo Veneziani perché su Rai 3 fa l'influencer. Ma anche Grasso è un influencer per vecchi


Sul Corriere della Sera, Aldo Grasso stronca il programma di Jacopo Veneziani, accusato di essere un influencer prestato al servizio pubblico. Ma Aldo Grasso cos’è se non un influencer per boomer?

Da qualche ora noto nella mia bolla una certa sovreccitazione per la stroncatura che Aldo Grasso sul Corriere ha rifilato al programma di Jacopo Veneziani (“Vita da artista”), stavolta più feroce rispetto a sei mesi fa, quando Veneziani se l’era cavata con un “divulgatore pop”, mentre ora viene degradato sul campo a tiktoker dei beni culturali, bollato come “influencer prestato al servizio pubblico”, raggiunto dall’accusa di critica metonimica (ma quando lo faceva Daverio, tuttapposto) con l’aggravante del “trionfo della disintermediazione”, perché reo d’utilizzare un tono “leggero e spigliato”. Apprendiamo oggi da Grasso che la disintermediazione non è un processo strutturale ma corrisponde al linguaggio che un divulgatore adopera per arrivare al suo pubblico (senza contare che la classificazione cambia evidentemente a seconda di come Grasso si tira giù le lenzuola quando scende dal letto, visto che le sollecitazioni di Barbero, quando il nostro recensiva il suo programma su Matteotti, sono “buon uso della retorica”, mentre la leggerezza di Veneziani è, a quanto pare, deprecabile sintomo di distruzione dell’autorità critica tradizionale), ma al di là di questo poco significante dettaglio noto un interessante parallelismo. Premetto: il mio non è un intervento in difesa del programma di Veneziani, di cui m’interessa il giusto (e purtroppo il disclaimer è una scocciatura pressoché mandatoria, dacché oggi sui social è stabilito il demenziale assunto che se critichi uno è perché difendi l’altro: no, io rivendico ancora il diritto di criticare tutti). Anche perché avevo già espresso le mie riserve sul programma di Jacopo Veneziani, la scorsa estate, dicendo sostanzialmente che se gli autori di “Vita da artista” la smettessero con quelle arlecchinate cui costringono il malcapitato conduttore (lui che sbuca da dietro le porte, i riferimenti pop che tra un mese tutti si saranno già scordati, le gag assortite), e se consentissero a Veneziani di essere semplicemente se stesso ed evitassero di fargli fare per forza il piacione a tutti i costi, allora il programma ne gioverebbe (e noi tutti di conseguenza), e potremmo avere un degno successore di Passepartout e programmi simili. Da questo punto di vista mi sembra che la seconda stagione abbia fatto dei notevoli passi in avanti rispetto alla prima, ma gli autori dovrebbero mettersi l’anima in pace una volta per tutte: piantarla d’inseguire i venti-trentenni con un linguaggio che i venti-trentenni stessi sarebbero i primi a bollare immancabilmente come cringe, e organizzarsi per dare a tutti gli altri un programma d’arte serio, che non sia una lezione accademica ma che non dia neppure al telespettatore l’impressione che l’autore lo abbia preso per un sedicenne svogliato e pure col quoziente intellettivo sotto il cinquantesimo percentile. Liberiamo la televisione da quella rovinosa calamità che è il giovanilismo ad ogni costo. Sarebbe un win-win in tutti i casi: se pensiamo che il pubblico sia intelligente, daremo al pubblico un prodotto serio. Se pensiamo che il pubblico sia scemo, cercheremo di farlo evadere dalla sua condizione.

Jacopo Veneziani
Jacopo Veneziani

Noto, dicevo, un curioso parallelismo tra l’imputazione di tiktokismo applicato alla tivvù dei beni culturali e i corsivi di Aldo Grasso. Cosa sono esattamente i corsivi di Aldo Grasso se non una sorta di tiktok per vecchi? Di tiktok per boomer? Cosa sono se non una forma nobilitata, profumata, tipograficamente rispettabile, di quello che si aborrisce se fatto coi mezzi che le tecnologie del terzo millennio mettono nelle mani di tutti? Ovvero, un contenuto superficiale, tutto basato sulla battuta fulminea, sul sarcasmo, da consumare in un minuto d’orologio, esattamente come i lacerti da social che il nostro evidentemente disprezza? Aldo Grasso forse non si rende conto d’essere anche lui un influencer, un tiktoker, che però s’esprime sulla carta invece che sui social, e che si rivolge a un uditorio che vedeva Carosello invece che al pubblico che deve ancora finire di sviluppare la corteccia prefrontale. Un tiktoker di cellulosa. Magari gli utenti di tiktok avessero la costanza di seguire un tizio che per venti minuti di fila gli parla di Vasari o di Morandi! E forse non saremo lontani dal vero se sospettassimo che valga lo stesso anche per i lettori di Grasso, dato che il suo trafiletto impegna due minuti di lettura, almeno stando al plugin del sito del Corriere che ti legge a voce i pezzi. Plugin, peraltro, ch’è anche lento a parlare: se si legge l’articolino a mente ci s’impiega un minuto, un minuto e mezzo. Praticamente il tempo di due o tre stories su Instagram. Una volta, quando non c’erano Instagram o Tiktok, il corrispettivo delle stories erano questi commentini scritti per lo più a sentimento da giornalisti specializzati ch’erano in grado di sfornarne uno al giorno. Uso uova del contadino. Il sessantenne che adesso ha scoperto Instagram, se deve leggere una facezia, preferisce accendere Instagram, imbattersi nel primo giullare dell’etere che si punta la telecamera in faccia e pontifica su cose a caso, dalla guerra in Iran alla nazionale di calcio che perde contro la Bosnia passando per come i musei raccontano gli artisti del Seicento (sui social commentano di tutto, il commento è il genere più in voga, perché è anche il più facile: basta saper parlare ed essere minimamente brillanti), dedicare qualche decina di secondi della sua attenzione all’imbonitore di turno e commentare. Per l’ex lettore del Corriere è tutto di guadagnato: primo, è gratis. Secondo, vede in faccia chi è che parla. Terzo, c’è caso che il ciarlatano di turno gli risponda se ha qualcosa da replicargli.

Grasso è un quasi ottantenne che può prendersi il lusso di commentare senza argomentare (come fanno gli influencer) perché una volta per commentare i faits divers della giornata a sentimento serviva una piattaforma disposta a pubblicarti. E siccome le piattaforme erano poche anche i commentatori erano pochi, quindi gli influencer della carta stampata hanno avuto tutto il tempo di diventare famosi. Certo, c’era selezione: occorreva la capacità d’esser brillanti, pungenti, taglienti. Ecco, articoletti del genere sono il frutto di questo capitale accumulato nei decenni (e si vede, perché se ci fosse un ranking ATP dei giornalisti famosi che scrivono per frasi fatte, Aldo Grasso sarebbe tra quelli che si giocano la leadership: per dire, solo negli ultimi tre articoli conto un “ci prende per mano e ci porta”, un “senza troppi giri di parole”, un “il cuore è rimasto lo stesso”, un “più di un semplice X”, un “strano destino quello di”, un “a tirare le somme”, un “ferite insanabili”). E quando non ci saranno più gli Aldo Grasso, ovvero quei giornalisti che il pubblico oggi legge più per il nome che per quello che esprimono, cosa rimarrà? È un giornalismo ancora credibile?

Se un commento identico a quello di Grasso al programma di Veneziani fosse stato proposto per la pubblicazione a un giornale qualunque da un venticinquenne con velleità da opinionista, con tutta probabilità sarebbe stato cestinato dopo le prime due righe, e l’indirizzo del mittente messo nella posta indesiderata, insieme alle offerte per il Cialis e alla mail dell’erede nigeriano che vuole dividere la sua fortuna milionaria col redattore. Se invece lo scrive Aldo Grasso il Corriere glielo pubblica. Ma rimane una forma di Tiktok per la terza età, di cui probabilmente ci sbarazzeremo in futuro. E per fortuna, perché nell’epoca in cui chiunque può commentare qualsiasi cosa, nell’epoca in cui tutti sanno tutto, ed essendo la brillantezza dote invero non così rara (chiunque avrà, tra i suoi conoscenti, un amico divertente, con la battuta pronta: se è pure fotogenico ed è fornito d’un lessico che superi quello d’un terzamediato, alla prossima cena in pizzeria accendetegli la telecamera del telefono quando parla di Sanremo o del referendum sulla giustizia, se l’algoritmo è generoso c’è caso diventi il prossimo influencer di successo), non esiste differenza alcuna tra un commento di Aldo Grasso e le migliaia che ogni giorno ammorbano l’utenza dell’Instagram. Quel tipo di giornalismo è morto, stramorto, sepolto sotto quintali di terra, polvere e ghiaia.

Il giornalismo d’opinione, se ritiene sia una buona idea voler sopravvivere, dovrebbe fare quello che ancora sanno fare in pochi, e che non è appannaggio del tuo amico che commenta la nazionale di calcio in pizzeria: studiare, fare critica argomentata, fare analisi, approfondire. Su “Vita da artista”, per esempio, mi domando se l’entusiasmo di vedere luoghi che nessuno conosce e che non hanno l’appeal d’una Versailles o d’una Pompei (sì, mi riferisco a un altro divulgatore celebre per la sua propensione alle vittorie facili) finisca con l’esser quanto meno temperato dal linguaggio carnascialesco di Veneziani, se poter vedere Casa Morandi o Casa Balla in un preserale su Rai Tre riesca a farci chiudere un occhio sul fatto che questo programma duri venti minuti (contro i sessanta d’un Passepartout), se è un bene (per me lo è) che la colonna sonora di un programma che ha vagamente a che fare con l’arte superi una cronologia ferma al 1861 e sia possibile dunque vedere Casa Morandi con in sottofondo i Journey o Gotye. Critica argomentata, insomma. Una critica che torni a triturarci le palle. Una critica incurante dei subumani risentiti perché il giornalista li costringe a leggere più di una pagina di Word e loro mica c’hanno tempo da perdere, devono andare sulla pagina FB della Gazzetta a scrivere le due righe con cui suggeriranno, in 180 caratteri, la riforma della FIGC per vincere la prossima Coppa del Mondo di calcio. Non se ne può più di leggerezza, ovunque è tutto un appello a essere divertenti, brevi, comodi, leggeri, spigliati, easy. Siamo nel 2026, usciamo una volta per tutte dagli abissi del postmoderno. Torniamo alla complessità. Sennò, se devo sorbirmi un commento di un minuto scritto com’è scritto l’articolino di Aldo Grasso, preferisco Tiktok: faccio prima.



Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).




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