Il Museo Fattori di Livorno cambia volto: perché il nuovo allestimento segna una svolta


Il Museo Giovanni Fattori di Livorno si presenta col nuovo allestimento. Il museo è stato completamente ripensato dal direttore Vincenzo Farinella: opere redistribuite, nuove sezioni e un racconto che amplia l’orizzonte della collezione oltre la dimensione cittadina facendo del museo una tappa imprescindibile per comprendere l’arte italiana dell’Ottocento. L’articolo di Federico Giannini.

Il vecchio allestimento del Museo Fattori di Livorno è scomparso, finito, non esiste più, né mai più lo rivedremo: smontato prima della mostra su Giovanni Fattori dello scorso anno, è stato adesso completamente rinnovato, trasformato, sostituito. Del vecchio rimangono le memorie e i documenti, rimangono ricordi già nebbiosi, rimane la polvere, al più si potranno consultare le fotografie. Chi lo aveva conosciuto prima, incontrerà adesso un museo irriconoscibile. O meglio: incontrerà un altro museo, un museo nuovo, un museo che prima non esisteva. Chi invece non sia mai entrato a Villa Mimbelli e si trovi oggi davanti alle immagini di quell’allestimento estinto potrà forse cavarne un’impressione singolare, un’impressione simile a quella di chi, sfogliando qualche giornale, qualche rivista degli anni Cinquanta o Sessanta, s’imbatta nelle fotografie dei musei di quel tempo: non sembrerà un museo diverso, ma una diversa specie di museo, come se tra queste sale si fosse prodotta una frattura ch’è ontologica ancor prima che cronologica.

Più di sei mesi di lavoro son serviti al direttore Vincenzo Farinella per dare a Livorno un museo nuovo, dopo che la mostra di Fattori ne aveva occupato tutte le sale, consegnando agli archivi la memoria di quell’allestimento che aveva appena compiuto trent’anni e che resisteva dai tempi dell’inaugurazione, era il 1994, della sede di Villa Mimbelli dov’era stata trasferita la raccolta comunale delle arti che vanno, grosso modo, dall’età del Risorgimento fino a poco dopo la prima guerra mondiale. In trent’anni, si penserà, è profondamente cambiata la disciplina della museologia, son cambiate l’esigenze del pubblico, è cambiata la città, son cambiati i nessi tra la città e la sua storia, e son cambiati pure gli artisti morti cent’anni fa. Così il Museo Fattori, per quanto rimaneggiato, corretto, accomodato negli anni, rimaneva ancora una stratificazione d’abitudini, il lacerto ostinato d’un passato che aveva preso la forma d’una collezione pensata per raccontare la città prima ancora che un frammento di storia dell’arte. Ecco: quel rapporto, adesso, s’è invertito. Si capisce subito, appena si cammina per le prime sale, accolti da un atrio spoglio, liberato dalla biglietteria e dalla rivendita di libri e gadget (tutto spostato a fianco, nei vecchi granai di Villa Mimbelli, dove finalmente è stato anche aperto un rifornito caffè), che uno spirito più ordinato, più compito, più maniacale s’è impossessato del museo. È un poco più freddo e minimalista dell’abitante che l’ha preceduto, parla un italiano più composto ma conserva ancora evidenti, ben udibili inflessioni locali, manifesta una certa inclinazione per la pulizia, per la sottrazione, per la catalogazione.

Si noterà, intanto, che il pittore che dà nome al museo non è più considerato un episodio, ma è diventato un pilastro: se prima tutti i suoi lavori erano raccolti in una sorta di sancta sanctorum di tre sale al secondo piano, adesso la storia di Giovanni Fattori procede di pari passo con la storia di tutti gli altri. Anzi, si potrebbe dire che Fattori sia diventato il socio di maggioranza dell’anima del museo, una conquista ratificata dalla sua ubiquità, dacché adesso non c’è piano della villa che non mostri i suoi lavori. Si comincia a incontrare Fattori già al pian terreno, dopo la sala Pollastrini, ch’è stata anticipata d’un ambiente per far posto all’Episodio della battaglia di Montebello, il dipinto che Fattori eseguì sul retro d’una sua grande tela di soggetto storico (Clarice Strozzi intima a Ippolito e Alessandro de’ Medici di partire da Firenze), che ancora risentiva della lezione di Enrico Pollastrini. La sala è rimasta identica a com’era stata allestita per la mostra dello scorso anno, se si fa eccezione per un’aggiunta importante, la tavoletta degli Eccidi di Livorno, di cui Fattori fu testimone oculare, ch’è stata di recente acquistata dal Comune per il museo. Lo si ritrova poi al primo piano, dove son state disallestite la sala dei postmacchiaioli, quella degli allievi di Guglielmo Micheli, l’ambiente dedicato a Ulvi Liegi e quello con la Livorno del primo Novecento evocata soprattutto per tramite degli occhi di Renato Natali, ed è stato invece composto un lineare resoconto degli esordi della macchia. Una sala, dunque, è per i macchiaioli della prima ora: c’è un bel paesaggio di Serafino De Tivoli, figura fin troppo negletta e che in questo allestimento riacquista una nuova centralità (prima era al terzo piano, assieme a tutti gli altri macchiaioli, nelle sale che seguivano quelle su Fattori), c’è un curioso e non comunissimo Boldini paesaggista degli anni Sessanta, macchiaiolo anche lui prima d’annusare le fragranze di Parigi (va aggiunto che la presenza di Boldini nell’esposizione è stata opportunamente e meritoriamente sfoltita: tornate nel deposito le cose di minor qualità), ci sono i Mendicanti di Cristiano Banti sistemati a fianco della grande tela coi Volontari livornesi di Cesare Bartolena, quest’ultima sottratta al precedente confronto con le battaglie di Fattori e pertanto presentata al pubblico come un fatto d’arte ancor prima che come un racconto storico. Vincenzo Cabianca, da questo nuovo allestimento, ha ricavato una sala a lui dedicata, così come ne han guadagnato, per le stesse ragioni, Telemaco Signorini e Silvestro Lega, che guidano il visitatore verso le sale di Fattori, adesso divise per periodi: ci sono i primi, decisivi esperimenti degli anni Sessanta e Settanta, segue una sezione sui ritratti e sui paesaggi della maturità, per arrivare al Fattori dell’ultimo scorcio d’Ottocento, più attento alle questioni sociali, e a quello delle Ultime pennellate (l’ultimo suo dipinto è stato tolto dal cavalletto appartenuto al maestro e sistemato a parete, altra decisione che forse più d’ogni altra dà conto del rinnovato corso del museo). L’allestimento è poi annaffiato con gran copia di disegni e d’incisioni che verranno esposti a rotazione: gli spazi però sono permanenti, e il processo creativo degli artisti, pertanto, in questo nuovo Museo Fattori potrà contare su di un’antologia stabile e in costante, assiduo rinnovamento.

Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno: la Sala Pollastrini
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno: la Sala della Battaglia di Montebello di Fattori
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno: la Sala della Battaglia di Montebello di Fattori
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno: gli Eccidi di Livorno di Giovanni Fattori, nuovo acquisto del museo
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno: la Sala Moresca dov’è stato collocato il ritratto bronzeo di Yorick, opera di Ettore Ximenes
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno: sala di Cesare Bartolena e dei primi macchiaioli
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno: nuove sale di Fattori al primo piano
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno: nuove sale di Fattori al primo piano
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno: sala Incipit Nova Aetas
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno: il rilievo di Leonardo Bistolfi tratto dai depositi

Potrebbe esser sufficiente anche soltanto il primo piano per rendersi conto che a Livorno, adesso, è stato aperto un museo che parla una lingua diversa, più vasta della geografia che lo ospita. Un museo, si potrebbe dire, che ha ambizioni da galleria d’arte moderna estranea alle consuetudini municipali, una galleria dove la provincia abbandona la sua posizione d’intelligenza regolatrice, smette il suo status di momento fondativo, e diventa piuttosto una circostanza feconda e orgogliosa. Al secondo, dunque, il nuovo assetto del museo finisce per squadernare i risultati di quella stagione che, con giustezza millimetrica e con piglio quasi inventariale, viene ricostruita al piano inferiore: finite le scale, ecco l’ultimo Fattori che offre il suo viatico al primo Nomellini (benché si fossero già sfiorati prima delle scale, nella sala dell’inamovibile, fascistissima Incipit nova aetas, adesso circondata di cimeli nomelliniani, d’opere appartenute alla sua collezione: spicca, in particolare, un rilievo funerario di Leonardo Bistolfi fatto risorgere dai depositi). Nomellini aveva già una sala per sé, ma è stata ingrandita, e adesso beneficia del confronto con Fattori e d’una piccola selezione di disegni (scelti, per questo turno, il Vogatore, un bel Nudo maschile e una Scena notturna in cui l’artista anticipa, o riprende quei Daini morti che son tra i suoi lavori più noti).

Nomellini, a sua volta, introduce ai divisionisti (ecco allora Benvenuti, Grubicy, Previati e Lloyd tutti radunati in un’unica sala, e non più sparpagliati com’erano prima, e cioè coi divisionisti livornesi da una parte e i foresti dall’altra: Livorno non è più monade, non è più quella pur saettante molecola separata da tutto il resto, ma è capitolo fruttifero e felice d’un più vasto e più impetuoso flusso nazionale), ai fattoriani più osservanti (Cecconi, Cannicci, Panerai), a Guglielmo Micheli e alla sua scuola, ai tre Tommasi, fino a giungere alle ultime sale: un’intera sezione per Leonetto Cappiello (il più internazionale dei livornesi, il più dirompente e il più originale degl’italiani a Parigi, uno dei pionieri della grafica pubblicitaria: la sala per lui era quasi un atto dovuto), allestita coi dipinti e con alcuni manifesti tratti dai depositi, e poi il corridoio con le allegorie che Adolfo Tommasi dipinse per il Ricovero di Mendicità di Livorno (altra novità), una sala per la ritrattistica di Vittorio Maria Corcos e Michele Gordigiani (con, a fianco, un’ulteriore novità, ovvero una rara scena di genere di Francesco Fanelli, e nel mezzo l’intrusione dei migranti di Raffaello Gambogi a disturbare questa parata di fantasmi altoborghesi). Infine, il congedo è affidato a una congrega d’inquieti, ai pittori più innovativi che Livorno accolse nel primo scorcio di Novecento: ecco allora l’espressionismo allucinato e febbrile di Lorenzo Viani, le esasperazioni formali e cromatiche di Mario Puccini, la Livorno cupa e notturna del primo Natali, le meditazioni cézanniane di Oscar Ghiglia e Giovanni Bartolena. E quando si potrebbe già ritener concluso il catalogo delle apparizioni, giunge inaspettato il sigillo: un disegno di Amedeo Modigliani e un dipinto a lui tradizionalmente attribuito. Tocca dunque al presidente di questo sacrario conclusivo il compito di accomiatare il visitatore e di suggerirgli che il museo non s’esaurisce qui, che la storia continua da qualche altra parte.

Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno: nuove sale di Nomellini
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno: nuove sale di Nomellini
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno: nuove sale di Nomellini
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno: sala dei fattoriani
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno: sala dei Tommasi
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno: sala dei divisionisti
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno: sala di Leonetto Cappiello
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno: sala delle allegorie di Adolfo Tommasi
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno: sala di Corcos, Gordigiani, Gambogi e Fanelli
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno
Nuovo allestimento del Museo Fattori di Livorno: sala conclusiva dedicata alla Livorno del primo Novecento (Viani, Natali, Ghiglia, Giovanni Bartolena, Puccini, Modigliani)

Ora, alla fine della visita, verrà naturale ragionare sul fatto che, in tanto dispiegamento di novità, si sia resa necessaria anche qualche amara espunzione: nel nuovo allestimento non si vedono le fantasticherie sottomarine di Gino Romiti, non c’è più l’Urlo di Ermenegildo Bois, manca il notturno febbrile di Gabriele Gabrielli, son stati sfrangiati con una certa decisione i nuclei di Ulvi Liegi (che adesso fa compagnia a Cappiello nella sala più internazionale del museo), di Guglielmo Micheli (son rimaste le cose irrinunciabili), di Benvenuto Benvenuti (via i ritratti). È stato, si dirà, il saldo da regolare a trasformazione avvenuta: da museo dei ricordi, il Museo Fattori è divenuto istituto fornito del rigore d’una galleria nazionale, che tuttavia conserva il soffio dell’archivio cittadino. Era però opportuno dare al Museo Fattori un allestimento più pulito e più diradato, così com’è stato encomiabile sottrarlo un poco alla provincia per farlo diventare una fermata obbligatoria lungo il viaggio nell’Ottocento italiano.

Certo: a sfogliare l’album dei ricordi s’avverte già la nostalgia delle origini locali. Ovvio, comunque, che il Museo Fattori, pur in questa sua importante metamorfosi, non abbia smesso, né smetterà d’essere, anche il museo dei livornesi: quello ch’è momentaneamente celato alla vista troverà sicuramente una sua sistemazione coi naturali accomodamenti che arriveranno in futuro, anche alla luce del fatto che certe sale (la Sala Gialla, i salottini del pianterreno ch’erano dedicati agli allestimenti temporanei) sono ancora in costruzione. E ci sono poi i granai: al pianterreno, s’è detto, son già arrivati gli ambienti di servizio e il nuovo bar. C’è però quasi tutto un piano ch’è ancora occupato da quel variopinto campionario di minuteria secentesca che qualcuno ha voluto gattescamente qualificare per museo: e siccome ogni museo dovrebbe esser custode d’una necessità e non strumento di visibilità, la più appropriata prosecuzione del lavoro sarà allora lo sgombero del Museo Mediceo, di cui difficilmente rimpiangeremo l’eventuale perdita (se proprio ritenuto indispensabile, gli si potrà benissimo trovare altra e più acconcia sede), e che, s’è scoperto con un’interpellanza presentata un mese fa in consiglio comunale, non poteva manco esser definito “museo”, in quanto semplice comodato di beni privati esposti in una sede pubblica. Gli ambienti così liberati potrebbero esser finalmente destinati alle mostre temporanee e all’avvicendarsi dei materiali conservati nei depositi, per consegnare al Museo Fattori un ulteriore spazio in cui far vivere di nuovo quei nuclei storici che son stati in parte modificati col nuovo allestimento. Un ulteriore spazio in cui si possa ancora percepire quella misura domestica, calorosa, intima che il vecchio museo sapeva suggerire, in cui il museo possa perseverare con sempre maggior tenacia nel suo inderogabile patto con la città. Un ulteriore spazio in cui, dunque, si possa vedere e sentire una collezione che respira.



Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).




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