L'arte dei tarocchi: il mazzo Colleoni e la lunga durata degli Arcani. Com'è la mostra di Bergamo


A Bergamo, fino al 2 giugno 2026 una mostra sorprendente ricostruisce storia, simboli e fortuna dei tarocchi, riunendo per la prima volta il celebre mazzo Colleoni e raccontandone l’origine tra corti rinascimentali, arte miniata e immaginario collettivo. La recensione di Marta Santacatterina.

Capita raramente che, chiacchierando tra storici dell’arte, critici, giornalisti specializzati, emerga un consenso unanime su un progetto espositivo. Ma a proposito della mostra Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna a in corso all’Accademia Carrara di Bergamo non abbiamo ancora incontrato qualcuno che non affermi convintamente: “È bellissima!”. Il merito va senz’altro a un tema intrigante, che ha a che fare con il desiderio di ciascuno di noi di conoscere il futuro che lo aspetta (disclaimer: in mostra non si impara a leggere i tarocchi!), cui si aggiunge il fascino suscitato da opere d’arte minuscole, preziose come gioielli e che rappresentano una delle tante espressioni di quel fulgido periodo che va sotto il nome di gotico internazionale. Il giudizio positivo sul progetto, condiviso da chi scrive, trova basi solide in un rigoroso impianto di studi e in un’operazione significativa che da più di un secolo attendeva di essere compiuta, ovvero la riunione integrale dei tre nuclei in cui furono divisi i celebri tarocchi Colleoni.

La fama novecentesca di questo mazzo risale soprattutto alla convergenza tra l’intuito dell’editore Franco Maria Ricci per la riscoperta di capolavori nascosti o trascurati e la genialità di Italo Calvino: a loro, infatti, spetta uno splendido volume del 1969, stampato su carta azzurra (e la memoria va alle sperimentazioni di Giambattista Bodoni) e con le immagini impresse su carta patinata, ritagliate e incollate così da inframezzare il racconto dello scrittore, il quale proprio al mazzo Colleoni si ispirò per scrivere Il castello dei destini incrociati. A Calvino e a una selezione di volumi dedicati ai tarocchi è riservata peraltro una saletta allestita come se fosse una piccola biblioteca a metà del percorso di visita.

Non è tuttavia la prima volta che alcune carte di tarocchi o interi mazzi (in particolare quelli usciti dalla bottega di Bonifacio Bembo) vengono esposti al pubblico: ricordiamo ad esempio la mostra Quelle carte de triumphi che se fanno a Cremona, allestita nel 2013 a Milano, alla Pinacoteca di Brera, con la curatela di Sabrina Bandera e Marco Tanzi. Quel progetto si focalizzava sul mazzo Brambilla, conservato proprio a Brera, e si poneva parallelamente l’obiettivo di fare il punto sulla bottega dei Bembo che rivestì un ruolo da protagonista nella storia artistica del ducato di Milano nella seconda metà del Quattrocento: “Se Bonifacio è il preferito della corte milanese, al quale i duchi affidano la conduzione delle principali fabbriche nei centri del loro potere, Ambrogio è il suo collaboratore preferito e spesso mimetico tra gli anni quaranta e cinquanta, mentre Benedetto e il presunto Gerolamo sono i beniamini dei signori delle corti padane, come i Pallavicino a Busseto e Monticelli d’Ongina, e i Rossi a Torchiara e, forse, a Parma”, scriveva Bandera in catalogo. Riportiamo la citazione giusto per inquadrare lo scenario in cui deflagrò una passione che in pochi decenni si diffuse in tutte le corti d’Italia e d’Europa.

Allestimenti della mostra Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna, Accademia Carrara. Foto: Adi Corbetta
Allestimenti della mostra Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna, Accademia Carrara. Foto: Adi Corbetta
Allestimenti della mostra Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna, Accademia Carrara. Foto: Adi Corbetta
Allestimenti della mostra Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna, Accademia Carrara. Foto: Adi Corbetta
Allestimenti della mostra Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna, Accademia Carrara. Foto: Antonio Cadei
Allestimenti della mostra Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna, Accademia Carrara. Foto: Antonio Cadei
Allestimenti della mostra Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna, Accademia Carrara. Foto: Antonio Cadei
Allestimenti della mostra Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna, Accademia Carrara. Foto: Antonio Cadei
Allestimenti della mostra Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna, Accademia Carrara. Foto: Antonio Cadei
Allestimenti della mostra Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna, Accademia Carrara. Foto: Antonio Cadei
Allestimenti della mostra Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna, Accademia Carrara. Foto: Antonio Cadei
Allestimenti della mostra Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna, Accademia Carrara. Foto: Antonio Cadei
Allestimenti della mostra Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna, Accademia Carrara. Foto: Antonio Cadei
Allestimenti della mostra Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna, Accademia Carrara. Foto: Antonio Cadei

I tarocchi Colleoni sono attribuiti proprio alla mano di Bonifacio Bembo (l’intuizione, sempre luminosa, fu di Roberto Longhi) aiutato probabilmente da Ambrogio, mentre alcune carte sono da assegnare a un altro autore, come vedremo. L’arco cronologico verosimile per la loro esecuzione va dal 1450 al 1466 e il committente fu molto probabilmente Francesco Sforza. Vari indizi portano Paolo Plebani, curatore della mostra di Bergamo, a sostenere queste ipotesi, e nello specifico le imprese e i motti che compaiono sulle carte svelano un autentico repertorio dell’araldica viscontea e sforzesca: il sole raggiante ad esempio, ma soprattutto i tre anelli intrecciati riconducibili proprio a Francesco Sforza che li usò dal suo ingresso trionfale a Milano nel 1450 e fino alla sua morte, avvenuta nel 1466.

Il mazzo Colleoni, come si diceva, è il più completo tra quelli antichi e le sue carte si conservano in tre diverse collezioni: l’Accademia Carrara ne custodisce 28, la Morgan Library di New York 35 e una collezione privata, ancora dei Colleoni, ne possiede 13; sono invece perdute quattro carte, il Diavolo, la Torre, il Cavallo di Denari e il Tre di Spade. La dispersione avvenne agli inizi del Novecento, quando una parte del mazzo fu venduta a Francesco Baglioni (alla sua morte il nucleo confluì all’Accademia Carrara), mentre nel 1911 altre 35 carte vennero acquistate da John Pierpont Morgan.

Ma in generale come è composto un mazzo di tarocchi? Premesso che nella metà del Quattrocento il numero di carte e i soggetti raffigurati non erano ancora definitivamente canonizzati, un insieme come quello Colleoni è costituito da 78 carte suddivise nei cosiddetti “Arcani minori” e “Arcani maggiori”. I primi sono ulteriormente divisi in quattro semi, Denari, Coppe, Spade e Bastoni e nei relativi “Onori” o “Carte di corte”, cioè Fante, Cavallo, Re e Regina (esattamente come le carte per la briscola!). Le 22 carte degli Arcani maggiori invece raffigurano figure simboliche o allegoriche, tra cui spiccano il Bagatto (o il Mago), la Papessa, l’Imperatrice, l’Amore, il Carro, la Giustizia, la Ruota della Fortuna, l’Appeso, la Morte, la Torre, il Sole e il Mondo. Si aggiunge, allora come oggi, il Matto (o Jolly) che sta al di fuori dagli schemi proprio come tutti i “matti” in carne e ossa, e così sbaraglia tutti.

Bonifacio Bembo, Tarocchi, La giustizia (1455-1480; cartone, 176 x 87 mm; Bergamo, Accademia Carrara)
Bonifacio Bembo, Tarocchi, La giustizia (1455-1480; cartone, 176 x 87 mm; Bergamo, Accademia Carrara)
Bonifacio Bembo, Tarocchi, Due di coppe (1455-1480; cartone, 176 x 87 mm; Bergamo, Accademia Carrara)
Bonifacio Bembo, Tarocchi, Due di coppe (1455-1480; cartone, 176 x 87 mm; Bergamo, Accademia Carrara)
Bonifacio Bembo, Tarocchi, L’Imperatore (1455-1480; cartone, 176 x 87 mm; Bergamo, Accademia Carrara)
Bonifacio Bembo, Tarocchi, L’Imperatore (1455-1480; cartone, 176 x 87 mm; Bergamo, Accademia Carrara)
Bonifacio Bembo e Antonio Cicognara, Tarocchi, Il Bagatto (1455-80; New York, The Morgan Library Museum)
Bonifacio Bembo e Antonio Cicognara, Tarocchi, Il Bagatto (1455-80; New York, The Morgan Library Museum)
Antonio Cicognara, Tarocchi, Il Mondo (1455-1480; cartone, 176 x 87 mm; Bergamo, Accademia Carrara)
Antonio Cicognara, Tarocchi, Il Mondo (1455-1480; cartone, 176 x 87 mm; Bergamo, Accademia Carrara)
Antonio Cicognara, Tarocchi, La Luna (1455-1480; cartone, 176 x 87 mm; Bergamo, Accademia Carrara)
Antonio Cicognara, Tarocchi, La Luna (1455-1480; cartone, 176 x 87 mm; Bergamo, Accademia Carrara)

Dopo questa lunga premessa, veniamo finalmente al percorso di mostra che illustra in primo luogo le origini dei tarocchi, mettendo subito in evidenza come essi, nelle raffinatissime corti del XV secolo, rappresentassero solo un gioco di carte e fossero quindi privi di qualsiasi aspirazione divinatoria. Ecco allora che la prima sala dispiega una serie di oggetti ad altissimo tasso di finezza decorativa, quella di cui si circondavano nobili e sovrani e che investiva tutti gli ambiti artistici, dalla pittura all’illustrazione libraria, dagli oggetti ai tessuti. Si scopre così che le carte da gioco giunsero in Europa dopo la metà del Trecento dall’Egitto mamelucco, passando probabilmente dalla Spagna, e che germogliarono subito nel fertile terreno delle corti nobiliari, dove già si praticavano giochi quali gli scacchi e si combatteva la noia dedicandosi alla letteratura, alla musica, alla danza, al corteggiamento, alla caccia. Un contesto che ancora oggi ci ammalia e che è evocato da due splendide scatole da gioco, da un manoscritto raffigurante Re Artù che gioca a scacchi, dal volume illustrato – da Bonifacio e Ambrogio Bembo – con le storie di Lancillotto del Lago, da un manuale di danza, da un corno da caccia e da un arazzo che raffigura una battuta col falcone. Compaiono poi le prime carte: non conosciamo le regole in base alle quali venivano usate (probabilmente si trattava di giochi di presa o esercizi mnemonici), ma i piccoli cartoncini avevano già cominciato a riempirsi di animali per le carte numerali e di figure che sembrano uscite dai dipinti a fondo oro di quel periodo.

Affinché un semplice gruppo di carte illustrate potesse diventare qualcosa di differente serviva però un passaggio cruciale, e il merito va a uno dei poeti più celebrati di tutte le epoche. Nel 1378, poco prima di morire, Francesco Petrarca portò a termine i suoi Trionfi, un poema basato su un sistema allegorico che mette in scena le forze che dominano l’esistenza umana, dall’amore all’eternità, passando tramite la morte e la fama. Lo straordinario successo del componimento, scritto in volgare, non fu solo letterario: dalle descrizioni di quei cortei di carri allegorici scaturì infatti un immaginario visivo che ispirò innumerevoli artisti, i quali cominciarono a popolare le loro opere con i “trionfi” allegorici e con i relativi animali reali o fantastici, innestando così un’invenzione proto rinascimentale con la consolidata tradizione dei bestiari medievali. La transizione di quei modelli attraverso vari medium (codici miniati, avori, maioliche, cassoni nuziali, fino alle carte da gioco) fu immediata e da allora, per lungo tempo, i mazzi da gioco vennero chiamati proprio Trionfi. Un fenomeno nient’affatto isolato, né confinato all’epoca umanistica, come spiega Giulia Zaccariotto nel suo saggio in catalogo dove cita una case history assai recente: anche la saga di Harry Potter, pubblicata fra il 1997 e il 2007, diede infatti luogo a una diffusissima traduzione iconografica in oggetti, arredi e soprattutto giochi “che, proprio come i Tarocchi, si ispiravano al testo originale, ma hanno poi preso vita propria”.

Nel percorso di avvicinamento ai tarocchi Colleoni si incontrano in mostra i loro “cugini”: una selezione di carte provenienti da New Haven e facenti parte del mazzo Visconti, nonché altre estratte dal mazzo Brambilla (quello già citato e conservato a Brera). Entrambe messe a punto dai Bembo, testimoniano da un lato la passione per le carte da gioco tra le casate milanesi (verosimilmente, vista la loro preziosità, rappresentavano anche uno strumento di promozione politica) e dall’altro la capacità della bottega cremonese di attingere a varie fonti iconografiche. La Ruota della Fortuna, ad esempio, discende da miniature medievali come quelle di Michelino da Besozzo e Pietro da Pavia (lo si osserva nel codice De consolatione philosophiae, 1390-95, Cesena, Biblioteca Malatestiana). È esposta anche una magnifica tavoletta di Cosmè Tura: raffigura un San Giorgio abbigliato in rosa shocking, mentre sconfigge il drago. L’opera deriva dalle classiche raffigurazioni di Ercole e il leone e nei tarocchi ispira l’arcano della Forza, documentando inoltre un passaggio di modelli tra le principali corti dell’Italia settentrionale, inclusa la Ferrara degli Este. Si espongono inoltre i cosiddetti Tarocchi del Mantegna, che tuttavia non sono né tarocchi né di Mantegna… il curatore li definisce allora un gioco educativo che mette in scena una sorta di cosmogonia portatile.

Nella sala successiva, illuminate dallo splendore del loro fondo oro punzonato, compaiono le deliziose e fragili carte Colleoni, cui si accostano i ritratti del committente Francesco Sforza e il fantasmagorico Viaggio e Adorazione dei Re Magi di Bonifacio Bembo, opera dove si rintracciano molte figure assai somiglianti a quelle dei tarocchi. Nei piccoli cartoncini radunati in una vetrina si riconoscono i visi con gli occhioni spalancati tipici di Bonifacio, gli abiti elegantissimi, le armature possenti, gli stemmi dei Visconti e degli Sforza, le iconografie degli Arcani, che ormai corrono verso una stabilizzazione dei soggetti. Rispetto agli altri mazzi prodotti nella bottega dei Bembo, le figure si caratterizzano per un’impostazione più monumentale, si collocano più solidamente nello spazio e abbandonano l’eleganza filiforme tipicamente gotica, segno di un’esecuzione posteriore. Segnano un profondo scarto stilistico inoltre le figure della Forza, della Temperanza, della Stella, della Luna, del Sole e del Mondo, che senza dubbio sono da attribuire a un’altra mano. Ormai è abbastanza consolidata l’assegnazione ad Antonio Cicognara e per confutarla efficacemente i curatori hanno scelto la sua pala con la Madonna del latte proveniente dalla Fondazione Cavallini Sgarbi.

Victor Brauner, Le surrealiste (Il surrealista) (1947; olio su tela, 60,8 x 45,7 cm; Venezia, The Peggy Guggenheim Collection)
Victor Brauner, Le surrealiste (Il surrealista) (1947; olio su tela, 60,8 x 45,7 cm; Venezia, The Peggy Guggenheim Collection)
Francesco Clemente, Il Mago, (Ron Arad), serie dei Tarocchi Arcani Maggiori (2008–2011; acquerello e guazzo su carta, 19 x 9,5 cm). Su concessione di Francesco Clemente Studio
Francesco Clemente, Il Mago, (Ron Arad), serie dei Tarocchi Arcani Maggiori (2008–2011; acquerello e guazzo su carta, 19 x 9,5 cm). Su concessione di Francesco Clemente Studio
Niki de Saint Phalle, Tarocchi, La Temperanza (2002; DSM Leinfelden-Echterdingen, DSM Inv.- Nr. 2003-479, Landesmuseum Württemberg)
Niki de Saint Phalle, Tarocchi, La Temperanza (2002; DSM Leinfelden-Echterdingen, DSM Inv.- Nr. 2003-479, Landesmuseum Württemberg)

Procediamo ora più speditamente verso la conclusione della mostra: la fortuna dei tarocchi non si è certo esaurita con la fine del Quattrocento. Anzi, l’invenzione della stampa ne consentì una diffusione su larga scala che raggiunse tutta Europa, e a segnare un punto di svolta per il gioco di carte furono i bizzarri esoteristi Antoine Court de Gébelin e Jean Baptiste Alliette, noto come Etteilla che alla fine del Settecento si inventarono di sana pianta una derivazione dei tarocchi da un testo sacro dell’Antico Egitto, il Libro di Thot (pura invenzione, anche questa), aprendo così la stagione dell’interpretazione esoterica e occultistica di quelle semplici carte da gioco, le quali persero in parte il loro carattere ludico per diventare strumento di divinazione del futuro. Il successo di questa teoria, ça va sans dire, fu immediato e di vastissima portata, tanto che ancora oggi quando pensiamo ai tarocchi pensiamo alla cartomante che li legge al fine di svelarci il nostro destino.

Al di là delle superstizioni, la lunga durata degli Arcani (e dei numerali, basti fare un salto in una delle poche osterie sopravvissute nei paesi di provincia per incontrare gli anziani alle prese con quelle carte originate nel XV secolo) trovò nuovo slancio nell’arte, soprattutto attorno alla metà del Novecento, quando i Surrealisti subirono inevitabilmente il fascino delle figure misteriose. Ritiratisi a Marsiglia per sfuggire alla guerra in corso e al nazismo, nel 1941 André Breton, Max Ernst, Victor Brauner e André Masson decisero di realizzare una nuova interpretazione in chiave surrealista dei tarocchi, riprendendoli anche in pubblicazioni e dipinti, ad esempio nel Bagatto di Brauner; molto più recenti sono invece i lavori di Francesco Clemente sugli Arcani. E se nel Novecento ci è dato di identificare una “regina dei Tarocchi”, questa fu senz’altro Niki de Saint Phalle che non solo disegnò un mazzo di carte, ma per decenni, dal 1979 al 1996, si impegnò nella costruzione del Giardino dei Tarocchi nei dintorni di Capalbio: un luogo coloratissimo, magico, un sogno gioioso in cui addentrarsi. In mostra vengono eccezionalmente esposti anche dei lavori originali di Lenora Carrington, anch’essa autrice di un mazzo molto originale; l’artista tuttavia fece divieto di riproduzione delle sue opere e nemmeno in catalogo i disegni hanno potuto essere pubblicati.

Infine, parallelamente al progetto espositivo all’Accademia Carrara, nella Città Alta di Bergamo e più precisamente nel salone del Palazzo della Ragione, è stata allestita l’installazione multimediale di Studio Azzurro che ha reinterpretato l’interesse per i tarocchi di Fabrizio De André.



Marta Santacatterina

L'autrice di questo articolo: Marta Santacatterina

Marta Santacatterina (Schio, 1974, vive e lavora a Parma) ha conseguito nel 2007 il Dottorato di ricerca in Storia dell’Arte, con indirizzo medievale, all’Università di Parma. È iscritta all’Ordine dei giornalisti dal 2016 e attualmente collabora con diverse riviste specializzate in arte e cultura, privilegiando le epoche antica e moderna. Ha svolto e svolge ancora incarichi di coordinamento per diversi magazine e si occupa inoltre di approfondimenti e inchieste relativi alle tematiche del food e della sostenibilità.



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