Si è aperta lo scorso 11 aprile, e durerà fino al 25 ottobre, la mostra Danse Macabre di Hans Op de Beeck alla Tenuta dello Scompiglio (Lucca). Qui, la recensione doppia di due artisti, Gabriele Landi e Gianluca Sgherri.
Oggi va molto di moda fare mostre che puntano sulla spettacolarizzazione dell’intervento artistico: le opere d’arte devono generare, di primo acchito, l’effetto “wow”. Le caratteristiche di questa ricetta sono sempre le stesse: formato monumentale del manufatto, creazione di un’atmosfera immersiva tramite l’impiego di luci d’ambiente, musiche create ad hoc e altri elementi di contorno, con lo scopo di far vivere allo spettatore un’esperienza multisensoriale indimenticabile. Si attiene rigorosamente a questo protocollo anche la mostra Dance Macabre di Hans Op de Beeck, attualmente in corso presso la Tenuta Dello Scompiglio a Vorno, in provincia di Lucca.
Questo modo di operare non mi convince. Puntare infatti sul suddetto effetto genera, secondo me, una fruizione distratta e superficiale che, al di là di una reazione immediata, non è in grado di coinvolgere profondamente lo spettatore.
Nel caso di questo specifico intervento dell’artista belga, entrando nella mostra ci si trova a percorrere un breve sentiero circondato da sassolini di piccola pezzatura di colore grigio — che è di fatto l’unico colore a cui ricorre l’artista, non solo in questo intervento ma costantemente nei suoi lavori. Sul vialetto si stagliano alberi spogli, intervallati da una serie di piccoli lampioncini che emanano una flebile luce giallastra, laghetti o pozzanghere, una serie di copertoni abbandonati, bancali e bidoni di metallo che sembrano contenere della brace crepitante, il tutto in un’atmosfera kitsch e fredda con una vaga venatura lugubre.
L’impressione si conferma quando si arriva al cospetto del “pezzo forte” della mostra: la giostra immobile, abitata da una famigliola di scheletri in abiti d’epoca a cui fanno compagnia, oltre alle attrazioni della giostra, una serie di animali non scheletriti. Le pareti della stanza sono dipinte di nero. Il percorso si chiude con un video in cui l’artista ha fatto animare, tramite l’intelligenza artificiale, una serie di suoi acquerelli. Il tutto è accompagnato da una musica composta ad hoc. Mi sembra che non manchi nulla.
Se l’arte e le mostre dovrebbero offrirci l’opportunità di confrontarci con il mondo e di guardarlo da prospettive nuove, qui questa possibilità appare fortemente limitata, se non del tutto assente.
Se pensiamo all’artista contemporaneo come a chi interroga la realtà attraverso questioni estetiche e formali, in questo caso ci troviamo piuttosto di fronte a una pratica che sfiora l’artigianato: una riproduzione accurata di figure e oggetti, un repertorio di calchi in resina.
Hans Op de Beeck costruisce un universo personale, a scala reale e monocromo. Per quanto affascinante, questo mondo resta chiuso in sé stesso: non sembra offrire strumenti per comprenderlo davvero né per rielaborare il rapporto con ciò che ci circonda. L’effetto è immediato, ma si esaurisce rapidamente, dissolvendosi una volta usciti dalla mostra: un’impressione che non lascia tracce durature.
L’emozione e i rimandi al passato sono presenti e riconoscibili, ma il linguaggio appare compatto e unidirezionale: non apre un confronto, né solleva interrogativi capaci di protrarsi oltre l’esperienza visiva.
L'autore di questo articolo: Gabriele Landi
Gabriele Landi (Schaerbeek, Belgio, 1971), è un artista che lavora da tempo su una raffinata ricerca che indaga le forme dell'astrazione geometrica, sempre però con richiami alla realtà che lo circonda. Si occupa inoltre di didattica dell'arte moderna e contemporanea. Ha creato un format, Parola d'Artista, attraverso il quale approfondisce, con interviste e focus, il lavoro di suoi colleghi artisti e di critici. Diplomato all'Accademia di Belle Arti di Milano, vive e lavora in provincia di La Spezia.Per inviare il commento devi
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