Rothko, la mostra di Palazzo Strozzi vista da due artisti. Le loro impressioni


Due artisti, Gabriele Landi e Gianluca Sgherri, visitano la mostra di Mark Rothko a Palazzo Strozzi e ne restituiscono un racconto intimo e inatteso: non solo capolavori, ma anche errori, ripensamenti e fragilità che aprono uno sguardo molto particolare sul processo creativo.

La grande mostra che Palazzo Strozzi a Firenze dedica a Mark Rothko (14 marzo – 23 agosto 2026), curata da Christopher Rothko ed Elena Geuna, si offre come un’occasione che consente non solo di confrontarsi con uno dei protagonisti assoluti dell’arte del Novecento, ma di farlo attraverso uno sguardo meno celebrativo e più umano, più esposto, più vero. È proprio in questo spazio, sospeso tra aspettativa e sorpresa, che si colloca il dialogo tra Gabriele Landi e Gianluca Sgherri: due artisti, che hanno attraversato la mostra non da spettatori passivi, ma da interlocutori diretti, coinvolti in un confronto intimo con l’opera e con il processo che la genera. Questa conversazione, nata dopo la visita alla mostra, prende forma come un doppio movimento: da un lato il disarmo delle aspettative, quelle costruite nel tempo dalla riproduzione e dalla retorica del capolavoro, dall’altro la riscoperta di un Rothko inatteso, fatto anche di esitazioni, tentativi, fragilità. Ne emerge un racconto a due voci che restituisce alla mostra una dimensione profonda, in cui il vedere si trasforma in un esercizio di attenzione e disponibilità, e l’opera d’arte torna a essere terreno vivo di ricerca, più che immagine definitiva da contemplare.

Gabriele Landi. Ogni volta che si va a vedere una mostra bisognerebbe essere in uno stato di grazia: la mente totalmente sgombra, priva di idee precostituite e capace di mettere nel dimenticatoio tutte quelle inutili nozioni che inesorabilmente riaffiorano quando ci si trova al cospetto di un’opera d’arte. Sono coincidenze che, devo dire, mi capitano fortunatamente abbastanza di frequente negli ultimi tempi. Così, accompagnato da questo spirito benevolo, oggi sono entrato a Palazzo Strozzi a Firenze e ho visitato la mostra di Mark Rothko. Non ti nascondo che ero prevenuto; quasi tutte le mostre d’arte contemporanea che ho visto in questa sede mi hanno lasciato molto perplesso. Basate tutte su quello che Nanni Moretti definisce “l’effetto wow”, mi risultavano dei baracconi da selfie superficiali e, per questo, capaci solo di farsi accarezzare dallo sguardo di un pubblico distratto dalla monumentale spettacolarità di alcuni interventi privi di senso. Erano, perciò, completamente incapaci di avvicinare il pubblico alla vertigine del disarmante rapporto con l’opera d’arte. Questa volta le cose sono andate diversamente e ne voglio parlare con te da un punto di vista che è il mio, ed anche il tuo: quello di un artista che visita la mostra di un altro artista. Diciamocelo subito: la forza di questa mostra sta nel fatto che presenta il lavoro di Rothko non solo dal punto di vista dei capolavori irraggiungibili…

Allestimenti della mostra Mark Rothko a Firenze, Palazzo Strozzi. Foto: Ela Bialkowska / OKNO Studio
Allestimenti della mostra Mark Rothko a Firenze, Palazzo Strozzi. Foto: Ela Bialkowska / OKNO Studio
Allestimenti della mostra Mark Rothko a Firenze, Palazzo Strozzi. Foto: Ela Bialkowska / OKNO Studio
Allestimenti della mostra Mark Rothko a Firenze, Palazzo Strozzi. Foto: Ela Bialkowska / OKNO Studio
Allestimenti della mostra Mark Rothko a Firenze, Palazzo Strozzi. Foto: Ela Bialkowska / OKNO Studio
Allestimenti della mostra Mark Rothko a Firenze, Palazzo Strozzi. Foto: Ela Bialkowska / OKNO Studio

Gianluca Sgherri. Essendo abituati a vedere le opere di Mark Rothko attraverso canali di diffusione mediatici e pubblicizzati, quando finalmente capita di trovarsi davanti a una sua mostra – come quella ospitata a Palazzo Strozzi – ci si aspetta quasi naturalmente una sequenza di capolavori, uno dopo l’altro. Un percorso perfetto, composto solo dalle immagini più celebri e reclamizzate che abbiamo imparato a riconoscere nei libri, nei documentari o online. La sorpresa, invece, è stata diversa. Tra le sale della mostra compaiono anche opere meno riuscite: almeno una decina di quadri che, senza troppi giri di parole, si potrebbero definire incerti, incompiuti o persino un po’ bruttini. Eppure è proprio questa presenza inattesa a rendere l’esperienza ancora più interessante. L’incertezza che affiora in alcune opere, attraverso strati di colore sovrapposti, talvolta rielaborati o cancellati, rende la visione particolarmente intensa ed emozionante. Si tratta di un’esperienza diretta, quasi un confronto a tu per tu, che rivela le fragilità e le insicurezze dell’artista, ma anche il suo coraggio e la sua perseveranza nel perseguire un obiettivo intimo e profondamente sentito, che tuttavia non appare ancora del tutto definito.

Gabriele Landi. Sì, hai ragione. La presenza di questi dipinti di seconda scelta appesantiti da vistosi aggiustamenti, ritocchi, prosciughi e talvolta da clamorose ridipinture totali che privano i quadri di compostezza, luminosità e freschezza ha il pregio di rendere l’esposizione meno assoluta, meno inarrivabile. Regala così, inaspettatamente, agli spettatori più attenti una possibilità di accesso al lavoro di questo gigante solitario dell’arte del secolo scorso davvero senza precedenti.

Gianluca Sgherri. L’innovazione non nasce soltanto da grandi visioni e intuizioni: prende forma anche dagli errori e dai tentativi ripetuti, proprio come accade nella vita. Sono anche i passaggi meno riusciti a rendere ogni espressione artistica più autentica e accessibile, sia essa piccola o grande. Così come la mostra di Rothko a Firenze, al tempo stesso incerta e bellissima, raccolta e immensa.

Allestimenti della mostra Mark Rothko a Firenze, Palazzo Strozzi. Foto: Ela Bialkowska / OKNO Studio
Allestimenti della mostra Mark Rothko a Firenze, Palazzo Strozzi. Foto: Ela Bialkowska / OKNO Studio
Allestimenti della mostra Mark Rothko a Firenze, Palazzo Strozzi. Foto: Ela Bialkowska / OKNO Studio
Allestimenti della mostra Mark Rothko a Firenze, Palazzo Strozzi. Foto: Ela Bialkowska / OKNO Studio
Allestimenti della mostra Mark Rothko a Firenze, Palazzo Strozzi. Foto: Ela Bialkowska / OKNO Studio
Allestimenti della mostra Mark Rothko a Firenze, Palazzo Strozzi. Foto: Ela Bialkowska / OKNO Studio

Gabriele Landi. Lo so, sembra un paradosso, eppure le cose stanno proprio così: è più facile capire i meccanismi del lavoro di un artista nei suoi tentativi meno riusciti; cogliere il modo in cui muove il pennello sulla superficie del dipinto, il modo in cui gestisce l’impasto cromatico, la consistenza della materia, la trasparenza di alcune velature e i passaggi tonali… Tutte cose che nei dipinti più riusciti, dove tutto è risolto in nome della semplicità, sono incoglibili proprio in virtù di quella che Rothko stesso, in un suo noto scritto, definisce in questo modo: “Noi siamo per l’espressione semplice del pensiero complesso”. Così la mostra alterna, in un susseguirsi ben concertato, pezzi asciutti, secchi, di grande forza, dove il colore si fa spazio fluttuante, ad altri più incerti e pesantemente rimaneggiati. Questi ultimi, gomito a gomito con i capolavori, oltre a quanto già detto, fanno rimbalzare lo sguardo dello spettatore da una sala all’altra in un susseguirsi ben ritmato di immagini che è vera musica per gli occhi.

Gianluca Sgherri. Da notare il primo quadro figurativo dell’esposizione: apparentemente lontano e quasi irriconoscibile rispetto ai grandi lavori degli anni Sessanta, rivela già in nuce il germe della ricerca futura. Vi si legge una tensione stilistica, una sensibilità cromatica e compositiva che, pur non essendo ancora compiute, contengono già l’eco di ciò che verrà. È proprio in queste tracce iniziali che si riconosce la verità di un percorso e, forse, anche la sua inevitabile solitudine.

Gabriele Landi. Non ti nascondo che mi hanno colpito molto le opere su carta che finora avevo visto solo nei libri, soprattutto quelle raccolte nell’ultima sala. Il colore in questi lavori ha una consistenza e una densità gessosa, come fosse prosciugato, esangue, il che rende questo corpo di opere molto intenso. Non importa se i colori di queste ultime opere su carta sono pastello è la loro densità il modo in cui il colore si appropria di questi spazi a rendere con sempre maggiore efficacia tutto il dramma di una vita vissuta con grande intensità. La mostra consiglia una doppia visita al Museo di San Marco e alla Biblioteca Laurenziana, due luoghi di Firenze cari a Mark Rothko. Io mi permetto di aggiungere in chiusura una nota “scentrata”, basata più sulla suggestione che sulla filologia: usciti dalla mostra, attraversate l’Arno e andate a Santa Felicita a vedere o a rivedere la Cappella Capponi con il Trasporto del corpo di Cristo di Pontormo; poi salite a Poggio Imperiale per vedere la Crocifissione di Ottone Rosai. La troverete facilmente, passata la villa neoclassica lungo la strada, in uno di quei tabernacoli di cui è ricca la città vicino all’osservatorio astronomico. Ritroverete, secondo me, qualcosa in questa celebrazione dell’anti-pittura che risuonerà potentemente con quello che avete visto nelle sale di Palazzo Strozzi.



Gabriele Landi

L'autore di questo articolo: Gabriele Landi

Gabriele Landi (Schaerbeek, Belgio, 1971), è un artista che lavora da tempo su una raffinata ricerca che indaga le forme dell'astrazione geometrica, sempre però con richiami alla realtà che lo circonda. Si occupa inoltre di didattica dell'arte moderna e contemporanea. Ha creato un format, Parola d'Artista, attraverso il quale approfondisce, con interviste e focus, il lavoro di suoi colleghi artisti e di critici. Diplomato all'Accademia di Belle Arti di Milano, vive e lavora in provincia di La Spezia.



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