Due rari ritratti in terracotta dello scultore toscano Giovanni Gonnelli, noto come il Cieco di Gambassi (Gambassi, 1603 – Roma, 1656), sono presentati dalla Rob Smeets Gallery a TEFAF Maastricht 2026, una delle più prestigiose fiere internazionali dedicate all’arte e all’antiquariato. Le opere dell’artista toscano (qui un dettagliato approfondimento su di lui) raffigurano Ferdinando II de’ Medici, quinto granduca di Toscana, e François de Clermont-Tonnerre, conte-vescovo di Noyon, pari di Francia e consigliere di Stato di Luigi XIV. La presenza di questi busti alla fiera olandese rappresenta un’occasione significativa per riportare l’attenzione su uno scultore la cui produzione sopravvissuta è estremamente rara. Giovanni Gonnelli, nato nel 1603 e morto nel 1656, fu allievo di Pietro Tacca e acquisì una notorietà singolare nella Firenze e nella Roma del Seicento per la sua straordinaria capacità di modellare ritratti pur avendo perso la vista all’età di ventisette anni.
La perdita della vista non segnò un ostacolo alla sua carriera, ma contribuì paradossalmente ad accrescere la fama dello scultore. Gonnelli divenne infatti celebre per la sua abilità di “lavorare senza luce”, affidandosi esclusivamente al tatto per tradurre in argilla le fattezze dei suoi modelli. Le sue mani, guidate dal contatto diretto con i volti degli effigiati o da modelli intermedi, riuscivano a restituire con sorprendente immediatezza la presenza fisica e psicologica dei soggetti. Nel corso della sua attività Gonnelli ricevette commissioni prestigiose da principi, cardinali e granduchi, diventando uno dei ritrattisti più ricercati tra Firenze e Roma. Le due opere presentate a Maastricht dalla galleria svizzera rientrano tra gli esempi più importanti della sua produzione e sono oggetto di un catalogo dedicato realizzato dallo storico dell’arte Gerardo Moscariello e pubblicato da Mandragora in occasione della fiera. Il primo busto raffigura Ferdinando II de’ Medici (Firenze, 1610 – 1670), quinto granduca di Toscana. L’opera, databile tra il 1640 e il 1645, è realizzata in terracotta e misura 51 per 40 per 26 centimetri. Il sovrano è rappresentato in armatura contemporanea e indossa un ampio colletto inamidato che si proietta oltre le spalle.
L’identità dell’effigiato è stata talvolta confusa in passato con quella del padre Cosimo II de’ Medici, ma il confronto con i ritratti pittorici del giovane granduca consente di riconoscere con maggiore precisione Ferdinando II. Particolarmente significativo è l’accostamento con un dipinto ottagonale conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna e attribuito a Justus Suttermans, databile allo stesso periodo. L’opera di Suttermans, da cui derivano numerose repliche realizzate dal pittore o dalla sua bottega, presenta caratteristiche fisiognomiche molto simili a quelle del busto di Gonnelli. Tra gli elementi distintivi compare l’elaborata capigliatura che il granduca sfoggiava negli anni giovanili, visibile anche in altri ritratti scultorei e numismatici dell’epoca. Tra i confronti utili per comprendere l’iconografia di Ferdinando II si possono ricordare il profilo metallico presente in una medaglia realizzata da Gaspero Mola, un busto in terracotta modellato da Pietro Tacca intorno al 1627 e un ritratto in marmo eseguito da Antonio Novelli verso il 1640 per una delle nicchie della facciata verso il ponte di Santa Trinita dell’attuale Palazzo della Missione a Firenze. Questi riferimenti consentono di collocare la realizzazione del busto di Gonnelli nei primi anni Quaranta del Seicento, periodo in cui lo scultore era rientrato a Firenze dopo un primo soggiorno romano iniziato nel 1636. I suoi viaggi nella città papale continuarono comunque negli anni successivi, fino alla morte avvenuta proprio a Roma.
Dal punto di vista stilistico il ritratto presenta caratteristiche tipiche della produzione del Cieco di Gambassi. La composizione è dominata dalla centralità della testa dell’effigiato, modellata in continuità con un busto poco sviluppato in lunghezza e con un peduccio dalla forma simile a un rocchetto. Questa struttura compositiva, unita alla rigorosa frontalità delle figure, suggerisce il punto di osservazione pensato dallo scultore per le sue opere. La resa morbida degli incarnati, la semplificazione dei piani del volto e la modellazione vibrante della barba e dei capelli rivelano la mano esperta dell’artista e il suo uso sapiente della stecca con cui incideva la superficie dell’argilla.
Una caratteristica ricorrente nei ritratti di Gonnelli riguarda la costruzione degli occhi. Le pupille non sono incise ma ottenute premendo nell’argilla una piccola cavità concava, probabilmente realizzata con l’estremità convessa di uno strumento simile alla “certa cannuccia” ricordata nelle fonti. Il risultato è uno sguardo leggermente disallineato che conferisce alle figure una particolare intensità espressiva.
Il secondo busto presentato alla TEFAF raffigura François de Clermont-Tonnerre ed è databile intorno al 1655. La scultura, anch’essa in terracotta, misura 50 per 34 per 28 centimetri. Il personaggio era conte-vescovo di Noyon, pari di Francia e consigliere di Stato di Luigi XIV. François de Clermont-Tonnerre, nato probabilmente nel 1629 e nominato vescovo nel 1661 durante il pontificato di Alessandro VII Chigi, era noto per la sua forte personalità e per una vanità considerata incrollabile dai contemporanei. Le cronache ricordano anche lo sfarzo delle sue dimore e uno stile di vita che lo poneva in aperta competizione con la corte pontificia. L’identificazione del personaggio si basa su un confronto fisiognomico con un ritratto inciso realizzato nel 1655 da Robert Nanteuil (la somiglianza tra l’incisione e il busto in terracotta suggerisce che le due opere possano raffigurare lo stesso individuo). Ulteriori confronti sono stati individuati in un disegno attribuito al pittore fiammingo Jan van Ravesteyn, oggi conservato allo Städel Museum di Francoforte.
Anche se non sono documentati viaggi in Italia di Clermont-Tonnerre negli anni Cinquanta del Seicento, l’ipotesi di un contatto con Gonnelli non è considerata impossibile, data la posizione sociale del nobile francese. In ogni caso è noto che lo scultore realizzò in almeno un’occasione un ritratto senza conoscere direttamente l’effigiato. È il caso del perduto busto di Nicolas-Claude Fabri de Peiresc, erudito e collezionista francese morto nel 1637. L’opera fu commissionata dall’antiquario Francesco Gualdi, che organizzò un complesso procedimento per ottenere il ritratto dell’amico. Un’immagine del volto di Peiresc fu infatti prima tradotta in una scultura da un artista anonimo e successivamente inviata a Gonnelli, che la utilizzò come modello per realizzare la sua versione in terracotta. Questo metodo testimonia il prestigio delle opere del Cieco di Gambassi tra i collezionisti del Seicento. Le sue sculture erano considerate oggetti straordinari, capaci di suscitare meraviglia per la loro qualità artistica e per le condizioni eccezionali in cui venivano realizzate.
Le fonti storiche, tra cui le testimonianze dello storico dell’arte Filippo Baldinucci, forniscono inoltre preziosi dettagli sulle tecniche di lavorazione adottate da Gonnelli. Lo scultore aveva l’abitudine di svuotare la massa interna delle sue terrecotte e di riempire temporaneamente il vuoto con stracci, che venivano poi rimossi prima della cottura (la terracotta infatti dev’essere sempre svuotata prima di passare in forno, perché altrimenti l’umidità interna rimarrebbe intrappolata e, non trovando sfogo, rischierebbe di far esplodere l’opera). Questo accorgimento con l’uso di stracci facilitava l’asciugatura dell’argilla e riduceva il rischio di rotture durante la permanenza nelle fornaci, permettendo di ottenere sculture cave e più leggere. Una volta cotto e raffreddato, il ritratto non veniva consegnato al committente con l’aspetto naturale della terracotta. Secondo Baldinucci, Gonnelli applicava infatti sulle sue opere una particolare colorazione verdastra, simile alla patina delle statue di bronzo antico. La superficie risultava leggermente lucente e ricordava la tonalità chiamata purpurina dai pittori dell’epoca.
Le due sculture presentate alla TEFAF Maastricht rappresentano quindi testimonianze preziose della produzione di uno scultore che seppe trasformare una condizione di cecità in un elemento distintivo della propria arte. Lavorando esclusivamente attraverso il tatto, Giovanni Gonnelli riuscì a creare ritratti di straordinaria vitalità, capaci di catturare non solo le sembianze ma anche la presenza psicologica dei suoi modelli.
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