Il ruolo degli storici dell’arte nei musei statali italiani è sempre più marginale rispetto alle necessità di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale nazionale. È la denuncia avanzata dal CISDA – Comitato Idonei Storici dell’Arte, che torna a intervenire nel dibattito sulla condizione della professione con una nuova riflessione dedicata alla situazione del personale nei musei italiani.
Secondo il comitato, la recente pubblicazione del PIAO – Piano Integrato di Attività e Organizzazione 2026-2028 certifica una carenza ormai strutturale di personale all’interno del Ministero della Cultura. Il documento indica infatti 6.352 unità mancanti su una dotazione organica complessiva prevista di 19.000 dipendenti. Un dato che, secondo il CISDA, assume contorni ancora più preoccupanti se si osserva la presenza di una figura professionale fondamentale per il sistema museale: lo storico dell’arte.
Nei circa 500 istituti museali statali visitabili in Italia, tra musei nazionali e parchi archeologici, operano oggi appena 200 storici dell’arte. Di questi, circa 60 sono concentrati nei 14 musei e parchi archeologici di prima fascia, mentre i restanti lavorano nei 52 istituti di seconda fascia, che comprendono musei, ville, parchi archeologici e direzioni regionali museali. La distribuzione territoriale del personale appare particolarmente disomogenea. In alcune regioni la presenza di storici dell’arte è estremamente limitata: il Molise dispone di un solo professionista per l’intero sistema museale regionale, la Calabria ne conta tre e il Friuli-Venezia Giulia appena quattro. Al contrario, nel Lazio operano oltre quaranta storici dell’arte e in Toscana più di venti. Tuttavia, sottolinea il comitato, anche queste cifre risultano insufficienti rispetto alla reale necessità di competenze scientifiche nei territori.
Secondo il CISDA, si tratta di uno squilibrio che non può più essere ignorato se lo Stato intende davvero promuovere il patrimonio culturale come risorsa strategica del Paese. Il tema diventa particolarmente rilevante alla luce delle recenti iniziative avviate dal Ministero della Cultura, tra cui il programma nazionale Semi di comunità – Piano Olivetti per la cultura, presentato ad Arezzo, che punta alla rigenerazione dei musei e dei luoghi della cultura lontani dai principali flussi turistici. L’obiettivo del piano è trasformare questi spazi in veri e propri hub culturali, punti di riferimento per le comunità locali e motori di sviluppo economico e sociale.
Un progetto di tale portata, osserva il CISDA, richiede però competenze scientifiche adeguate. La definizione di museo adottata nel 2022 dall’ICOM – International Council of Museums stabilisce infatti che il museo è un’istituzione permanente che “compie ricerche, colleziona, conserva, interpreta ed espone il patrimonio culturale” e “opera e comunica in modo etico e professionale”. Funzioni che, nella pratica quotidiana delle istituzioni museali, richiedono la presenza di figure altamente qualificate. Sempre l’ICOM, attraverso la Carta nazionale delle professioni museali, individua nello storico dell’arte una delle professionalità più adatte a svolgere queste funzioni. Si tratta infatti di una figura per sua natura trasversale, capace di operare come conservatore, curatore, catalogatore, registrar o educatore museale. Grazie alla formazione specialistica, lo storico dell’arte può contribuire a numerosi ambiti della gestione museale, dalla cura delle collezioni alla ricerca scientifica, fino alla divulgazione e alla didattica.
L’analisi condotta dal CISDA su sei musei statali rappresentativi della realtà italiana (tre di prima fascia e tre di seconda) mette tuttavia in evidenza alcune criticità significative. Gli istituti presi in esame sono la Pinacoteca di Brera, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma e il Museo e Real Bosco di Capodimonte di Napoli per quanto riguarda i musei di prima fascia, e il Museo Nazionale d’Abruzzo, il Castello di Miramare e la Galleria Nazionale dell’Umbria tra quelli di seconda fascia.
Sono due gli elementi critici che emergono da questa analisi, secondo il CISDA: “Il primo riguarda il mancato riconoscimento formale di figure professionali le cui competenze rientrano a pieno titolo in quelle degli storici dell’arte. Proprio questi ultimi sono inquadrati quasi esclusivamente come responsabili delle collezioni, con la figura del curatore che viene riconosciuta esplicitamente solo alla GNAMC. Inoltre, se il catalogatore compare in poche istituzioni, il registrar è formalmente presente solo a Brera, mentre altrove chi svolge di fatto quel ruolo afferisce genericamente all’ufficio mostre. Ma la situazione più critica riguarda un aspetto fondamentale che ha importanti ricadute civiche e sociali: l’educazione. A Capodimonte, per analizzare un caso tra altri possibili, tra 6 storici dell’arte, non risulta alcun responsabile dei servizi educativi né alcun educatore museale tra il personale ministeriale, mentre a Brera i 7 funzionari storici dell’arte sono affiancati da sole 2 assistenti educatrici museali. Il secondo dato riguarda invece la distribuzione del personale, e in particolare il fatto che i già pochi storici dell’arte in servizio coprono simultaneamente più uffici. Nei musei di seconda fascia il fenomeno è sistematico: al MUNDA l’unico funzionario presente è attivo in quattro uffici diversi, mentre a Miramare e alla Galleria Nazionale dell’Umbria, i rispettivi 2 e 3 funzionari si dividono tra collezioni, allestimenti, didattica e mostre. Ma anche i musei di prima fascia non sono esenti da questo fenomeno. Basti pensare che alla GNAMC 4 funzionari coprono curatela, mostre, catalogo, archivio, pubblicazioni e biblioteca”.
Il CISDA segnala inoltre la presenza, seppur sporadica, di figure professionali diverse dagli storici dell’arte impiegate in ambiti che rientrerebbero nelle loro competenze. Una situazione che contribuisce a rendere ancora più complesso il quadro generale della gestione del personale nei musei statali.
In questo contesto, il comitato richiama l’attenzione sulla graduatoria del concorso bandito dal Ministero della Cultura per 518 funzionari, pubblicata nel 2022 e relativa al profilo di funzionario storico dell’arte. La graduatoria, che scadrà il 30 maggio 2026, rappresenta secondo il CISDA un patrimonio di competenze già selezionate e immediatamente disponibili per il sistema museale.
Parallelamente, l’aggiornamento dell’ordinamento professionale del Ministero ha recepito alcune figure previste dalla Carta ICOM (tra cui catalogatore, registrar ed educatore museale) ma secondo il comitato con scelte discutibili. “L’inserimento di queste nuove figure, a cui si aggiunge quella del numismatico”, spiega il CISDA, “appare il frutto di un disegno incompiuto: la figura del catalogatore, pur coordinata dal funzionario, risulta dequalificata, passando dalla terza alla seconda fascia – e dunque da funzionario ad assistente – con il solo diploma come requisito minimo di accesso. Le figure del registrar e del numismatico richiedono invece la laurea magistrale in storia dell’arte o archeologia, mentre per la figura del funzionario per l’educazione al patrimonio è prevista una laurea triennale in beni culturali. Queste ultime figure, tutte di terza fascia, condividono di fatto le competenze del funzionario storico dell’arte e dell’archeologo, ma hanno livelli di istruzione differenti, inoltre mentre alle prime viene attribuita una valenza tecnico-pratica, alle seconde competenze più teoriche. Una contraddizione rilevante, considerato che, come emerge dall’analisi condotta, questi ruoli sono ricoperti – nei rarissimi casi in cui sono formalmente previsti – proprio da funzionari storici dell’arte”.
L’analisi complessiva porta quindi il comitato a una conclusione netta: “Da questa analisi emerge con chiarezza che la dotazione organica degli storici dell’arte è esigua e inadeguata rispetto alla missione che il MiC dovrebbe svolgere nell’interesse nazionale. L’Italia gestisce quasi 5.000 musei, 500 dei quali statali e duole constatare che 47 di questi sono rimasti chiusi per tutto il 2024 per inagibilità, restauri o mancanza di personale. Questo quadro risulta inoltre incompleto se non consideriamo il patrimonio ecclesiastico e privato, che costituiscono di fatto quello che si definisce il museo diffuso che è il nostro Paese. La portata di tale patrimonio è delineata nel Catalogo generale dei beni culturali: sono stati catalogati ad oggi 2.223.359 beni storici e artistici, 414.187 beni archeologici, 227.106 beni fotografici, 102.127 beni architettonici e paesaggistici”.
Per il CISDA, la tutela e la valorizzazione di un patrimonio di tale portata non possono prescindere da un investimento concreto nelle competenze scientifiche. Le professionalità, sottolinea il comitato, non rappresentano un elemento accessorio ma la condizione stessa perché la cultura possa essere studiata, conservata e trasmessa alle generazioni future.
Il comitato rivolge quindi un appello diretto al ministro della Cultura Alessandro Giuli e ai dirigenti del ministero Alfonsina Russo, Massimo Osanna, Luigi Rocca e Fabrizio Magani, a capo dei quattro dipartimenti in cui si articola il MiC. La rigenerazione culturale auspicata dalle politiche ministeriali, afferma il CISDA, non può prescindere dal rafforzamento della figura dello storico dell’arte nei musei statali. La richiesta concreta avanzata dal comitato riguarda lo scorrimento completo della graduatoria del concorso MiC 518 prima della sua scadenza. Lasciare decadere quella lista di candidati senza un pieno utilizzo significherebbe, secondo il CISDA, rinunciare a un bacino di professionalità già selezionate proprio nel momento in cui la presenza di storici dell’arte nei musei italiani appare più necessaria che mai.
Per inviare il commento devi
accedere
o
registrarti.
Non preoccuparti, il tuo commento sarà salvato e ripristinato dopo
l’accesso.