Padova, nuove scoperte e ipotesi sugli affreschi trecenteschi della Basilica di Sant'Antonio. Le foto


Ancora scoperte alla Basilica di Sant’Antonio a Padova. Alcuni lavori di restauro condotti nella cappella della Madonna Mora (la stessa nella quale, nel 2015, il giovane studioso Giacomo Guazzini aveva individuato una preziosa testimonianza dell’attività di Giotto a Padova, la Glorificazione della Vergine tra profeti e angeli fino ad allora ritenuta opera di un seguace di Altichiero da Zevio), che costituisce il primo nucleo su cui si è costituita l’intera basilica, hanno permesso di recuperare la leggibilità di alcuni affreschi medievali, tanto che per la prima volta è stata avanzata un’ipotesi per i loro possibili autori. Gli interventi, finanziati dalla famiglia Tabacchi e tesi a restituire le cromie originarie agli affreschi collocati a sinistra del varco d’ingresso della cappella, hanno dunque condotto alla “scoperta” di una nuova porzione di intonaco affrescato. Secondo la studiosa Cristina Guarnieri del Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università degli Studi di Padova l’autore del registro inferiore dell’opera potrebbe essere Stefano di Benedetto da Ferrara (notizie tra il 1349 e il 1376), artista attivo anche nella città del Santo, mentre per il registro superiore il nome proposto è quello del Maestro di Roncaiette.

L’attività padovana di Stefano di Benedetto è ricordata nel Libellus de magnificis ornamentis regie civitatis Padue di Michele Savonarola, dove l’artista è citato per aver dipinto le scene con i miracoli di sant’Antonio nella cappella dell’Arca, e ancora Giorgio Vasari, nelle sue Vite di Mantegna e Carpaccio gli assegna un’ulteriore opera nella Basilica, una “Vergine Maria che si chiama del Pilastro”, opera oggi pesantemente rimaneggiata, anche se non al punto da offuscare totalmente i tratti tipici dell’arte di Stefano di Benedetto (incarnati delicati, tinte chiare e soffuse, atteggiamenti affettuosi, volti infantili).

L’affresco a lui assegnato è quello del livello inferiore, e raffigura quattro santi (tra cui san Bartolomeo, riconoscibile per l’attributo iconografico del coltello, e i santi Cosma e Damiano, che vestono tuniche dal colletto rigido, copricapi in vaio, e reggono il vaso degli unguenti che identifica la loro professione di medico).

Al di sopra di esso troviamo invece una frammentaria Madonna in trono con il Bambino, in origine rivolta verso un anonimo committente che si trovava alla sua destra, e delimitata da alcuni cornici decorate con motivi vegetali e medaglioni con ritratti di imperatori romani. Grazie ai restauri, la composizione è stata riportata alla luce, ma non solo: è stata infatti riportata alla leggibilità un’iscrizione che collocherebbe la pittura attorno al 1410. Per questa Madonna, la professoressa Guarnieri ha avanzato, come anticipato, il nome del Maestro di Roncaiette, un pittore attivo a Padova tra la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento, la cui opera principale è il polittico della chiesa di San Fidenzio a Roncaiette di Ponte San Nicolò, vicino Padova. Secondo Guarnieri, la Madonna padovana rappresenta l’apice della carriera dell’anonimo artista, il momento di massima vicinanza all’arte di Gentile da Fabriano, che esercitò una forte suggestione su di lui. “Anche qualora l’attribuzione non venisse confermata dalle analisi successive”, si legge in una nota, “sarebbe un’importante testimonianza di quel Rinascimento umbratile, che si radica ancora saldamente nella cultura figurativa tardogotica, ma che ormai prelude all’Umanesimo e all’arte di Mantegna e Donatello, di cui ancora non erano stati individuati esempi importanti nella basilica del Santo. Con questa scoperta, invece, anche la pittura del primo Quattrocento viene a essere documentata con un affresco di alto livello qualitativo”.

Proseguono intanto gli studi nella Basilica del Santo, non soltanto sugli affreschi della cappella della Madonna Mora (le ricognizioni infatti stanno andando avanti), ma anche sulla Sala del Capitolo: qui, diverse analisi diagnostiche stanno consentendo agli studiosi di verificare lo stato di conservazione degli affreschi e degli intonaci presenti. Al progetto multidisciplinare, parzialmente finanziato dal Centro CIRCe (Centro Interdipartimentale di Ricerca per lo Studio dei Materiali Cementizi e dei Leganti Idraulici), che ha siglato una convenzione con la Veneranda Arca di Sant’Antonio, hanno collaborato ricercatori che fanno parte del Centro e della infrastruttura Europea IPERION CH (MOLAB) per quanto riguarda le tecniche diagnostiche sulle pitture e gli intonaci, dell’Istituto CNR-ISAC (Unità di Padova) per quanto riguarda il monitoraggio e le misure ambientali, e del Dipartimento di Beni Culturali di UNIPD per quanto riguarda le indagini geofisiche e multispettrali.

Quest’ultimo progetto, spiega il professor Gilberto Artioli, direttore del Centro CIRCe, “ha avuto due obiettivi principali: da una parte l’indagine approfondita delle superfici visibili trecentesche e di quelle coperte dall’intonaco seicentesco della porzione centrale della parte est. Tali ricerche sono state effettuate mediante tecniche diagnostiche di assoluta avanguardia, capaci di penetrare a varie profondità sotto gli strati superficiali. Dall’altra il monitoraggio della situazione climatica della sala e dello stato di conservazione e degrado degli affreschi. In particolare, ci si è concentrati sulle due porzioni di intonaco scoperte duranti i lavori effettuati prima del 1900, che rivelano due frammenti di una crocifissione, probabilmente eseguita da Giotto nella sala. Pertanto, ipotizzando, a partire dai due frammenti, quale potesse essere la struttura della crocifissione e la posizione della figura di Cristo crocifisso, le indagini si sono concentrate sulla parte alta della parete, ed in particolare all’altezza del finto timpano affrescato alla metà del Seicento, dove è visibile lo stemma francescano. Le indagini geognostiche effettuate in profondità sulla muratura hanno infatti mostrato che non c’è nessuna evidenza di aperture o tamponamenti che possano far pensare alla rimozione dell’affresco originale per fare spazio a porte, finestre, o passaggi architettonici”.

Sulla base delle indagini eseguite con interferometria laser (DHSPI), si è constatato che sono numerosi i punti in cui le porzioni visibili di affresco si estendono in maniera continua sotto l’intonaco seicentesco, inoltre ulteriori indagini effettuate con immagini ad altissima frequenza (THz imaging) hanno rivelato la presenza di microstrutture riferibili ad una aureola con scanalature e riflettore dorato, del tutto analoghe a quelle misurate sull’aureola presente nella parte visibile dell’affresco. La zona studiata dovrebbe dunque essere riferita all’aureola della testa del Cristo in croce che, pertanto, sarebbe ancora presente nella zona centrale del dipinto. Le indagini hanno dunque rivelato che, con buona probabilità, ci sono ancora ampie porzioni dell’affresco giottesco ancora da recuperare sotto lo strato superficiale.

Di seguito, le foto degli affreschi della cappella della Madonna Mora.

La parete con gli affreschi
La parete con gli affreschi



La Madonna attributa al Maestro di Roncaiette
La Madonna attributa al Maestro di Roncaiette



I santi attributi a Stefano di Benedetto da Ferrara
I santi attributi a Stefano di Benedetto da Ferrara

Padova, nuove scoperte e ipotesi sugli affreschi trecenteschi della Basilica di Sant'Antonio. Le foto
Padova, nuove scoperte e ipotesi sugli affreschi trecenteschi della Basilica di Sant'Antonio. Le foto

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