Padova, ecco l'‘altra’ cappella degli Scrovegni. Le nuove scoperte su Giotto, parla lo studioso Giacomo Guazzini


Lo storico dell'arte Giacomo Guazzini, classe 1984, ha condotto alcuni importanti studî sull'attività di Giotto a Padova arrivando ad alcune interessanti scoperte. Che ci spiega in questa intervista.

Il giovane storico dell’arte Giacomo Guazzini, classe 1984, è autore di un’importante scoperta riguardante l’attività di Giotto (Firenze?, 1267 circa - Firenze, 1337) a Padova, e in particolare la sua presenza nella Basilica di Sant’Antonio. Giotto, infatti, lavorò nella cappella di santa Caterina all’interno della Basilica del Santo: le ultime ricerche di Guazzini hanno indagato le decorazioni della cappella e hanno riscontrato che il ciclo giottesco era molto più vasto di quanto si pensasse. Il lavoro ha condotto a una ricostruzione digitale che ci aiuta a capire più a fondo l’aspetto originario del ciclo. Non solo: nel 2015 Guazzini aveva individuato nella Glorificazione della Vergine tra angeli e profeti, nella cappella della Madonna Mora, un’altra preziosa e sconosciuta testimonianza dell’attività di Giotto a Padova. Abbiamo parlato di tutto questo con Giacomo Guazzini. L’intervista è di Ilaria Baratta.

Ricostruzione del ciclo della cappella di Santa Caterina (grafica a cura di Enrico Bancone)
Ricostruzione del ciclo della cappella di Santa Caterina (grafica a cura di Enrico Bancone)


Cappella di Santa Caterina, stato attuale (Padova, Basilica del Santo)
Cappella di Santa Caterina, stato attuale (Padova, Basilica del Santo)

IB. Da cosa è scaturita la sua ricerca che ha portato alla scoperta di una seconda Cappella Scrovegni proprio all’interno della Basilica del Santo di Padova? A quando risalgono i suoi primi studi sull’argomento?
GG. Il lavoro sul ciclo giottesco della cappella di Santa Caterina nella Basilica di Sant’Antonio a Padova è frutto delle ricerche che sto portando avanti come ricercatore postdoc presso il Kusthistorisches Institut (Max-Planck-Institut) di Firenze, cui va la mia più profonda gratitudine per il supporto. I miei studi su Padova sono iniziati nel 2014 con una tesi di dottorato presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, in occasione della quale ebbi modo di scoprire nella cappella della Madonna Mora in Basilica un importante affresco di Giotto del tutto sconosciuto: un’ampia Glorificazione della Vergine tra profeti e angeli (visibile dietro ad una scultura con una Madonna col Bambino più tarda), che fino a quel momento era considerata opera di un seguace di Altichiero della fine del Trecento. Ad un’attenta analisi si è rivelata invece un’opera di altissimo livello qualitativo, perfettamente in linea con le parti più belle e autografe di Giotto nella cappella dell’Arena, concepita per ornare un luogo particolarmente importante nella Basilica, ovvero la prima e veneratissima tomba di Sant’Antonio. Notizia di questa prima scoperta venne data sul Sole 24 Ore del 1 marzo 2015, cui seguì a breve la pubblicazione del saggio sulla rivista scientifica “Nuovi Studi” (Un nuovo Giotto al Santo di Padova: la cappella della Madonna Mora), identificazione che ha riscosso conferme unanimi da parte dei più importanti specialisti al livello internazionale. Il lavoro che invece adesso sto per pubblicare (sulla rivista internazionale “Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz”) è frutto di un’ulteriore ricerca e approfondimento che indaga altre imprese di Giotto nella stessa Basilica. Nello specifico mi sono concentrato sulla prima cappella del deambulatorio dedicata a Santa Caterina, dove già molti anni fa Francesca Flores d’Arcais aveva giustamente individuato frammenti di decorazioni giottesche nel sottarco di ingresso.

Qual è la storia della cappella e quali sono state le tappe della scoperta?
Nonostante i profondi restauri novecenteschi abbiano radicalmente stravolto l’antico assetto decorativo della cappella, rimangono tutt’oggi chiare tracce di decorazioni giottesche nel sottarco di ingresso della cappella: una serie di busti di sante entro clipei, già ben noti alla critica. Considerando però che questi frammenti dovevano originariamente far parte di una decorazione ben più estesa, ho cercato quindi di approfondire l’indagine per comprendere l’antico assetto decorativo di questa ampia impresa giottesca ormai perduta. L’antica decorazione trecentesca dovette in sostanza rimanere visibile fino al 1734, quando venne completamente ricoperta da un’imbiancatura: in tale condizione rimase fino agli inizi del Novecento, allorché parti delle antiche decorazioni sottostanti iniziavano ad affiorare e tornare in luce dalle imbiancature settecentesche. La ricerca si è basata quindi sia sullo studio di alcune preziose fotografie d’epoca precedenti ai restauri, sia sull’indagine puntuale dei due restauri che hanno radicalmente stravolto questo spazio: il primo, avvenuto tra il 1923 e il 1925, fu realizzato da Giuseppe Cherubini (incaricato della rimozione delle imbiancature e del restauro delle antiche decorazioni affioranti), e il secondo, tra il 1981 e il 1983, fu compiuto da Pietro Annigoni, incaricato di ricoprire interamente le pareti laterali con nuove pareti di tamponamento e affreschi con Storie di Sant’Antonio. All’analisi delle fotografie e allo studio dei restauri è seguita poi un’attenta ricognizione dello stato attuale, e poi una campagna di puntuali rilievi metrici e ricostruzioni digitali dell’assetto decorativo originario, realizzata grazie alla preziosa collaborazione e competenza del grafico Enrico Bancone. Dalle fotografie d’epoca precedenti ai restauri novecenteschi (e dalla conseguente ricostruzione digitale) emerge chiaramente sulle pareti laterali una decorazione complessa, in gran parte priva di figure, costituita da una serie di registri sovrapposti di finte architetture a illusionismo prospettico: lastre marmoree, edicole ad incasso, lunette, pilastri e cornici. Una sorta di continuo trompe-l’oeil architettonico, concepito illusionisticamente in funzione dell’osservatore situato all’ingresso della Cappella.

Qual è il rapporto di Giotto con la committenza? Esistono documenti che chiariscono questi rapporti sfociati nei progetti padovani?
Dall’indagine delle fotografie, oltre alla conformazione di questo ciclo giottesco perduto, è emersa un’altra, importantissima novità, ovvero la sicura individuazione del patronato della cappella: la celebre famiglia degli Scrovegni. Dovette essere proprio Enrico, responsabile della famosa cappella dell’Arena, a commissionare questa decorazione, come dimostra il ritrovamento dello stemma familiare nel sottarco d’ingresso: una scrofa azzurra su fondo ocra, visibile nelle foto d’epoca, presente ancor oggi. Questa complessa decorazione dovette verosimilmente precedere il grande ciclo all’Arena (1303-1305): Giotto in quegli anni era ormai un artista celebre e richiestissimo in tutta Italia, ma Enrico Scrovegni probabilmente volle affidargli la decorazione della cappella familiare al Santo (il santuario cittadino e ‘palcoscenico’ pubblico per eccellenza) forse anche come una sorta di ‘prova’ in vista della grandiosa impresa per l’oratorio privato.

Lo stemma Scrovegni
Lo stemma Scrovegni
Giotto, Glorificazione della Vergine (1300-1303 circa; Padova, Basilica del Santo, cappella della Madonna Mora)
Giotto, Glorificazione della Vergine (1300-1303 circa; Padova, Basilica del Santo, cappella della Madonna Mora)


A sinistra: Giotto, Glorificazione della Vergine, particolare del profeta Isaia. A destra: Giotto, Preghiera delle verghe, part. (1303-1305; Padova, Cappella degli Scrovegni all’Arena)
A sinistra: Giotto, Glorificazione della Vergine, particolare del profeta Isaia. A destra: Giotto, Preghiera delle verghe, particolare (1303-1305; Padova, Cappella degli Scrovegni all’Arena)

Come cambiano le nostre conoscenze su Giotto a seguito dei suoi studi?
Il ciclo cateriniano, caratterizzato da un sistema complesso e dinamico di sottili modulazioni spaziali, è il frutto di un importante rinnovamento artistico e concettuale di Giotto, attuato tramite l’adozione di un linguaggio ispirato all’arte romana antica, dalla quale fu profondamente colpito e affascinato in occasione del suo recentissimo soggiorno a Roma attorno all’anno 1300. Questa impresa recuperata appare come un vero e proprio anello di congiunzione tra la fase più antica ed ‘eroica’ di Giotto nelle Storie di San Francesco ad Assisi (del 1290-1292 circa), e quella successiva più ‘classicheggiante’ del ciclo dell’Arena (1303-1305), caratterizzata da una nuova e sottile attenzione per la modulazione illusionistica dello spazio e delle materie attraverso la pittura, inaugurando un dialogo nuovo tra illusione e realtà,come perfettamente esemplificato all’Arena dagli incredibili finti coretti o dalle finte edicole incassate con le personificazioni di Vizi e Virtù nella parte bassa delle pareti. Giotto elabora qui un vero e proprio cantiere sperimentale, dove mette a punto una serie di idee e aspetti fondamentali che saranno ulteriormente sviluppati e perfezionati nell’impresa successiva dell’Arena. Con questa ‘prima’ cappella per gli Scrovegni abbiamo quindi un nuovo e importante tassello per meglio comprendere il percorso dell’artista che più di ogni altro rivoluzionò e riplasmò a fondo l’arte italiana, attraverso la ricerca di un rapporto nuovo e dinamico tra architettura reale, pittura e osservatore, determinando così la nascita di una pittura nuova e moderna.

Per concludere, quali sono i suoi progetti futuri?
Ovviamente ho intenzione di proseguire queste ricerche su Giotto, ma purtroppo la mia posizione è a scadenza: benché il centro del nostro lavoro sia l’Italia, valorizzandone l’inesauribile patrimonio artistico e culturale, in Italia è pressoché impossibile portare avanti la ricerca al livello universitario per la completa mancanza di supporto economico e posizioni di lavoro. Sono estremamente grato nei confronti dell’Istituto Tedesco di Storia dell’Arte per cui lavoro, un istituto di ricerca straniero che investe massicciamente in ricerca nel nostro territorio e sul nostro patrimonio: è vergognoso che al livello nazionale la ricerca sia lasciata morire in questo modo. L’unica prospettiva, come tutti quelli della nostra generazione, è quella di fare le valige e trovare posto all’estero (su tutti Stati Uniti e Regno Unito), per poter portare avanti il nostro lavoro.


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Ilaria Baratta

L'autrice di questo articolo: Ilaria Baratta

Sono co-fondatrice di Finestre sull'Arte con Federico Giannini. Sono nata a Carrara nel 1987 e mi sono laureata a Pisa. Sono caporedattrice di Finestre sull'Arte.

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