Il 10 dicembre 2024, nella sala d’aste di Capitolium a Brescia, un dipinto viene battuto con stima 2-3.000 euro e un’attribuzione generica: “Artista lombardo del XVI secolo”. Niente di più. Eppure Enrico Cavaliere, fondatore di Hippeus Art Dealership Ltd, e Guillermo Pinilla, fondatore della Galerie Pinilla di Parigi, lo riconoscono immediatamente per quello che è: un’opera di Giovanni Battista Moroni (Albino, 1520 – Bergamo, 1578), il più celebre ritrattista bergamasco del Cinquecento, particolarmente noto per la sua straordinaria capacità di penetrazione psicologica. Il dipinto è sporco, coperto da uno strato di patina consolidatasi negli anni, ma i segni del grande maestro sono inequivocabili per occhi allenati. Ne nasce una battaglia d’asta serrata, con altri acquirenti sulle tracce dello stesso intuito. Alla fine, aggiudicato a 74.000 euro (93.240 inclusi i diritti d’asta), il ritratto parte per Parigi.
Il soggetto è un uomo di mezza età: abito nero, colletto di camicia bianca semplice e privo di ricami, tricorno nero, un accessorio riservato, all’epoca, a personalità che ricoprivano importanti cariche civili o ecclesiastiche. La testa è ripresa di tre quarti, i capelli rasati, i baffi e la barba folti. Il volto esprime una profonda concentrazione e chi lo guarda è colpito da una singolare illusione: quella di un impercettibile movimento, generato dall’orientamento della testa e dalla rotazione degli occhi verso la direzione opposta. Non una posa, ma una presenza.
Pittore albinese nato intorno al 1520 e attivo fino alla morte nel 1578, Moroni aveva fatto del ritratto la sua specialità più riconosciuta, mettendo a punto nel corso della carriera molteplici soluzioni compositive adatte ai diversi formati e alle diverse funzioni, pubblica o privata, dei dipinti commissionatigli. Nel territorio tra Bergamo e Brescia, ecclesiastici, magistrati e notabili si rivolgevano a lui per essere immortalati, diventando committenti e protagonisti di una delle stagioni più fertili del ritratto lombardo del XVI secolo.
A Parigi, Cavaliere e Pinilla affidano il dipinto all’Atelier Arcanes, uno dei più stimati laboratori di restauro d’Europa, e il lavoro rivela una storia materiale complessa. Il ritratto era nato di dimensioni maggiori: Moroni, per i soggetti a mezzo busto, utilizzava abitualmente tele la cui altezza era compresa tra i 52 e i 58 centimetri. In un momento imprecisabile era stato sensibilmente ridotto, portandolo alle misure di 36 per 29,2 centimetri; successivamente era stato incollato su tavola e integrato sui quattro lati con fasce di tela di diversa provenienza, infine ridipinte in continuità con i colori del fondo e della veste nera del personaggio. Il restauro restituisce la superficie pittorica nella sua qualità originaria: emergono la magistrale fusione della materia cromatica, il controllo raffinato dei valori di luce e ombra, la morbidezza del modellato, tutte caratteristiche che, nell’opera di Moroni, permettono di orientare con precisione la datazione. Negli anni Cinquanta del Cinquecento il pittore usava ancora tocchi superficiali di materia che staccavano dal fondo, a distinguere rughe, ciuffi di capelli o ciocche di barba. Peculiarità che scompaiono quasi del tutto nel decennio successivo, cedendo il posto a quella fusione più piena e avvolgente che contraddistingue la produzione matura.
Una volta completato il restauro, il dipinto è stato mostrato al professor Simone Facchinetti, autore del catalogo ragionato completo dell’opera di Moroni e massimo studioso vivente del pittore che, dopo averlo visionato verso la fine del 2025, ha confermato immediatamente e senza riserve la piena attribuzione a Giovan Battista Moroni. L’expertise che ne è seguita colloca il ritratto negli anni Sessanta del Cinquecento, individuando il punto di convergenza stilistica più preciso nel Ritratto di Pietro Secco Suardo della Galleria degli Uffizi di Firenze, datato 1563, un periodo che corrisponde a una delle fasi più intense e felici della produzione del pittore, impegnato a percorrere una via sempre più personale del ritratto dal naturale. “Se proviamo ad allineare alcune sue prove realizzate tra gli anni Cinquanta e Sessanta”, spiega Facchinetti, “appuriamo che ha adottato degli schemi che si ripetono. Questa constatazione ci permette di ipotizzare il formato originario del nostro ritratto. Possiamo fare anche una prova inversa, ovvero ritagliare dei dettagli da ritratti a mezzo busto di personaggi del mondo ecclesiastico che indossano un abito nero, una camicia bianca e il tricorno, per avere la certezza quasi assoluta che il nostro personaggio dovesse far parte di questa categoria sociale”.
L’identità del personaggio ritratto resta sconosciuta, nonostante gli sforzi compiuti nella ricerca. La combinazione di abito nero, camicia bianca priva di ornamenti e tricorno esclude con ragionevole certezza i dottori e i magistrati, che pure avevano diritto a quell’accessorio ma indossavano abiti civili più vistosi. Si tratta quasi certamente di un ecclesiastico, con ogni probabilità uno di quei prelati della zona bergamasca che furono tra i principali committenti di Moroni, sia di ritratti che di opere di soggetto religioso, negli anni Sessanta del Cinquecento.
Il dipinto era parte della collezione della duchessa Maria Clotilde Coppola di Canzano, poi Postiglione di Canzano, una delle famiglie aristocratiche napoletane più illustri tra Seicento e Settecento. Nel catalogo d’asta si faceva riferimento, sulla base di memorie familiari non documentate, a una loro supposta provenienza dalla collezione del duca Gaetano Coppola di Canzano (1654–1703). Nella stessa vendita erano presenti altri dieci dipinti con la medesima provenienza, tra cui una grande pietra dipinta di Antonio Tempesta e un Ritratto di Giorgione di Pietro della Vecchia.
Il merito di aver riconosciuto questo ritratto, sotto la patina degli anni, in mezzo ai lotti di un’asta pubblica, senza alcun nome a guidare lo sguardo, appartiene a chi sapeva cosa cercare e aveva gli occhi per trovarlo. Il risultato è una restituzione autentica alla storia dell’arte: un Moroni in più, nel momento più luminoso della sua carriera, che torna alla luce dopo secoli di anonimato.
L'autrice di questo articolo: Federica Schneck
Federica Schneck, classe 1996, è una giornalista specializzata in arte contemporanea. Laureata in Storia dell'arte contemporanea presso l'Università di Pisa, il suo lavoro nasce da una profonda fascinazione per il modo in cui le pratiche artistiche operano all’interno, e in contrapposizione, alle strutture sociali e politiche del nostro tempo. Si occupa delle trasformazioni del sistema dell'arte contemporanea, del dialogo tra ricerche emergenti e patrimonio culturale, del mercato, delle istituzioni e delle fiere internazionali. Alla scrittura giornalistica affianca quella critica, con testi per artisti, gallerie e collezioni private.Per inviare il commento devi
accedere
o
registrarti.
Non preoccuparti, il tuo commento sarà salvato e ripristinato dopo
l’accesso.