TEFAF Maastricht torna nel 2026 negli spazi del MECC e s’impone, come di consueto, come una delle principali manifestazioni internazionali dedicate all’arte, all’antiquariato e al design. L’edizione di quest’anno si svolge dal 14 al 19 marzo, con le giornate di anteprima su invito il 12 e 13 marzo, e ha riunito 277 gallerie provenienti da tutto il mondo e proponendo un percorso che abbraccia circa settemila anni di storia dell’arte. Considerata da tempo uno dei principali appuntamenti del mercato internazionale, la fiera si distingue per la qualità delle opere presentate e per il rigoroso sistema di selezione e di vetting che accompagna ogni oggetto esposto. Accanto alle opere provenienti da istituzioni museali e grandi collezioni private, la manifestazione continua a offrire uno spazio privilegiato alle gallerie specializzate, che portano a Maastricht dipinti antichi, sculture, arti decorative, design e opere contemporanee.
All’interno di questo contesto si inserisce la presenza delle gallerie italiane, tradizionalmente tra le più rappresentate nel settore dell’arte storica e dell’antiquariato. Nel 2026 sono ventuno, dunque quasi il 10% sul totale, gli espositori provenienti dall’Italia. Per dare un’idea, si consideri che siamo superati solo da Regno Unito (71), Francia (63 gallerie), Stati Uniti (32), Paesi Bassi (27), Belgio (26) e Germania (23). Tra i galleristi italiani, ne abbiamo selezionati quindici che presentano opere particolarmente significative, capaci di restituire la varietà della ricerca antiquaria e del mercato artistico italiano, spaziando dal Medioevo alla contemporaneità. Vediamole tutte, in ordine strettamente alfabetico.
Tra le proposte dedicate alla pittura tra Cinquecento e Seicento figura quella di Altomani & Sons, che presenta una Conversione di san Paolo di Antonio Tempesta (Firenze, 1555 – Roma, 1630). L’opera, realizzata su alabastro e databile alla piena maturità dell’artista, è offerta al prezzo di 95.000 euro. Tempesta, nato a Firenze nel 1555 e attivo a lungo a Roma, fu uno dei protagonisti della pittura tardo manierista, noto soprattutto per le composizioni dinamiche e per l’attenzione ai temi narrativi. Nel dipinto esposto a Maastricht la scena biblica si sviluppa attraverso un articolato movimento di figure e cavalli, reso con una vivace modulazione luminosa favorita proprio dalla superficie translucida dell’alabastro.
Nel campo della pittura figurativa di ambito europeo si colloca invece la proposta della galleria Antonacci Lapiccirella Fine Art, che porta in fiera una grande tela di Theodor Matthias von Holst (Londra, 1810 – 1844) artista di origine tedesca attivo nella Londra romantica della prima metà dell’Ottocento. Il dipinto, Scene from Goethe’s Faust, realizzato intorno al 1833 e già esposto nello stesso anno alla British Institution di Londra, misura quasi due metri di larghezza ed è proposto con una richiesta compresa tra 200.000 e 250.000 euro. L’opera riflette l’interesse romantico per la letteratura e per il fantastico, traducendo in una composizione ampia e teatrale alcuni momenti dell’immaginario goethiano. La pittura di viaggio dell’Ottocento è rappresentata dalla galleria Berardi, che espone una tela di Pharamond Blanchard (Lione, 1805 – Parigi, 1873), pittore francese formatosi all’École des Beaux-Arts di Parigi e noto per i suoi viaggi tra Europa, Nord Africa e America. Il dipinto, The Mexican Players, presentato al Salon del 1842, raffigura un gruppo di uomini intenti a giocare a carte in un paesaggio dominato dal profilo del vulcano Popocatépetl. La scena si svolge in un ambiente rurale e restituisce con grande attenzione i dettagli dei costumi e degli oggetti, creando un equilibrio tra osservazione etnografica e composizione pittorica. L’opera, di dimensioni relativamente ampie per questo genere, è proposta al prezzo di 180.000 euro.
Un importante capitolo della scultura barocca italiana è rappresentato dalla proposta di Brun Fine Art, che presenta una coppia di angeli in terracotta dorata attribuiti a Giuseppe Mazzuoli (Volterra, 1644 – Roma, 1725). Le due sculture, alte circa 51 centimetri ciascuna e offerte al prezzo di 350.000 euro, sono state studiate da Andrea Bacchi e sono messe in relazione con la celebre coppia di angeli in marmo realizzata dall’artista per l’altare maggiore della chiesa di San Michele Arcangelo a Siena. Le terrecotte si inseriscono in un articolato processo creativo che testimonia il dialogo con la tradizione berniniana. Mazzuoli, infatti, aveva partecipato alla realizzazione degli angeli in bronzo destinati alla cappella del Sacramento in San Pietro, progettata da Gian Lorenzo Bernini negli anni Settanta del Seicento. Le sculture esposte a Maastricht, sembrano collocarsi in una fase intermedia della progettazione, successiva ai primi bozzetti ma precedente ai modelli più definitivi destinati al committente. Il forte rilievo plastico dei panneggi e la vivacità del modellato confermano la qualità dell’esecuzione e suggeriscono un intervento diretto dello scultore: proprio per la loro finezza e anche per le loro varianti rispetto ai marmi, secondo Bacchi non possono essere considerati dei veri bozzetti. A suo avviso, “vi possono essere studi relativi ad aspetti particolari della composizione – che ne privilegiano alcune parti, trascurandone altre – ma vi possono anche essere studi che tramandano pensieri compositivi variati sia rispetto alla ‘prima idea’ sia rispetto all’opera compiuta, che riflettono – come nel caso dei due Angeli qui studiati – una fase di ripensamento da parte dello scultore, lasciata poi cadere nella versione definitiva).
Nel campo delle arti decorative contemporanee si colloca invece la proposta della maison Buccellati, che presenta un grande vaso in argento appartenente alla collezione Doge. Il pezzo, realizzato nel 2025 da Andrea Buccellati, unisce la lavorazione dell’argento con l’inserimento di pietre semipreziose come il diaspro. La collezione, introdotta negli anni Settanta da Gianmaria Buccellati, comprende centrotavola, vasi e altri oggetti decorativi in cui la struttura metallica è arricchita da inserti lapidei e da una lavorazione a sbalzo e cesello di grande raffinatezza. L’oggetto è presentato con prezzo su richiesta.
Un’importante riscoperta nel campo della pittura rinascimentale europea è proposta dalla galleria Caretto & Occhinegro, che espone una grande tavola attribuita a Jean Cousin il Vecchio (1500 – prima del 1593), uno dei protagonisti del Rinascimento francese. Il dipinto, La discesa dello Spirito Santo, datato 1558 e di dimensioni monumentali, misura circa due metri di larghezza e rappresenta un’aggiunta significativa al ristretto catalogo dell’artista, che comprende meno di dieci opere certe. La tavola faceva originariamente parte di un ciclo commissionato per la Certosa di Vauvert a Parigi, distrutta durante la Rivoluzione francese. L’opera è stata oggetto di uno studio monografico da parte dello storico dell’arte Frédéric Elsig ed è oggi considerata una delle testimonianze più importanti della maturità artistica di Cousin. Inoltre, il dipinto si configura come una delle riscoperte più interessanti dell’arte francese degli ultimi decenni, proprio per la qualità del lavoro e per l’importanza dell’artista. Il prezzo è su richiesta.
Alla scena contemporanea guarda invece la galleria Caterina Tognon, che presenta Golden Egg di Václav Cigler (Vsetín, 1929 – Praga, 2026), artista ceco tra i protagonisti della ricerca sul vetro e sulla luce. L’opera, realizzata nel 2023 in cristallo ottico fuso e molato con superficie metallizzata, è un pezzo unico firmato dall’artista e proposto al prezzo di 60.000 euro più IVA. La forma ovale e compatta della scultura dialoga con la luce e con lo spazio circostante, proseguendo la ricerca che Cigler conduce da decenni sul rapporto tra materia e percezione.
Una delle proposte più rilevanti nel campo della pittura italiana del Seicento è presentata dalla galleria Fondantico di Tiziana Sassoli, che espone un piccolo dipinto su tavola raffigurante la Fuga in Egitto attribuito al Guercino. L’opera, passata in asta nel 2024 e finora ad allora sconosciuta agli studi, è proposta al prezzo di 500.000 euro, accompagnata da uno studio di Daniele Benati. La scena raffigura la Sacra Famiglia durante la fuga ordinata da Giuseppe dopo l’editto di Erode. Maria siede sull’asino con il Bambino tra le braccia, mentre Giuseppe guida l’animale voltandosi verso di loro. Il paesaggio occupa una parte significativa della composizione, con una veduta ampia e luminosa che si apre alle spalle del gruppo sacro. Il dipinto sarebbe databile intorno al 1615, negli anni in cui il giovane Guercino lavorava a Cento e sviluppava una particolare attenzione per la pittura di paesaggio, influenzata sia dalla tradizione ferrarese sia dalle esperienze bolognesi dei Carracci. “Vista la difficoltà che la critica ha finora incontrato nel seriare i paesaggi del Guercino”, spiega Benati, “il confronto con la Fuga di Enea ci fornisce quantomeno un riferimento sicuro per datare il presente esemplare: siamo sul 1615 o poco dopo, ovvero negli anni in cui il pittore lavora in casa Pannini”. L’attribuzione al Guercino è formulata dallo studioso sulla base di confronti con altri suoi lavori
Il dialogo con l’arte contemporanea prosegue con la proposta di Galleria Continua, che presenta un’opera di Michelangelo Pistoletto (Biella, 1933) appartenente alla serie Color and Light. Il lavoro, realizzato nel 2024 e offerto al prezzo di 190.000 euro, combina uno specchio nero e argento con una tela di juta colorata inserita nella superficie riflettente. La serie nasce come evoluzione delle celebri opere specchianti dell’artista e riflette sul rapporto tra immagine fissa e immagine riflessa, coinvolgendo lo spettatore in un continuo processo di trasformazione visiva. “È un’opera”, spiega lo stesso Pistoletto, “composta da specchi rotti, ma eseguita in modo ordinato. I contorni creati dalla rottura dello specchio stesso sono incorporati nello specchio, e questi contorni formano un puzzle. Il grande specchio si rompe e ogni frammento acquisisce una propria individualità. La figura universale dello specchio si divide e si moltiplica con la rottura e il taglio, diventando un’innumerevole quantità di singole figure. Ogni frammento dello specchio può essere considerato come una persona che fa parte di uno specchio più grande, ovvero la società. La società è come un grande specchio”. Alla pittura metafisica del Novecento italiano guarda invece la Galleria d’Arte Maggiore G.A.M., che espone un dipinto di Giorgio de Chirico appartenente alla serie dei Bagni misteriosi, realizzato intorno al 1974. La tela, di dimensioni relativamente contenute (50 per 40 centimetri), riprende uno dei temi più iconici della produzione dell’artista, caratterizzato da architetture sospese e atmosfere enigmatiche. Prezzo su richiesta.
Tra le opere più antiche presenti tra gli espositori italiani figura la tavola proposta dalla galleria Matteo Salamon, attribuita a Lippo d’Andrea (Firenze, 1370 circa – 1451). Il dipinto, una Madonna in trono con Bambino e santi, databile intorno al 1425 e proposto al prezzo di 150.000 euro, rappresenta la Vergine con il Bambino in trono affiancata da san Francesco, sant’Antonio abate, san Giuliano e un vescovo non identificato. L’opera conserva la cornice originale e testimonia una fase di aggiornamento stilistico nella pittura fiorentina, in cui la tradizione tardogotica si confronta con le nuove ricerche prospettiche e con la sensibilità luminosa che caratterizzerà il primo Rinascimento. Il dipinto comparve sul mercato artistico a Milano nel 1964 con il riferimento al cosiddetto Pseudo-Ambrogio di Baldese, dopodiché è stato genericamente riferito a un “Maestro toscano del XV secolo”: l’attribuzione a Lippo d’Andrea s’impone ora, secondo Matteo Solomon, per i numerosi confronti possibili con le opere riconosciute da tempo all’artista. Il dipinto è peraltro particolarmente esemplificativo del notevole sforzo di aggiornamento compiuto dall’artista ormai cinquantenne, con l’acquisizione e l’innesto sul tronco della sua incrollabile cultura “neo-giottesca” di elementi e accenti stilistici derivanti dagli artisti più eminenti operanti a Firenze nel corso del terzo decennio del Quattrocento. La collocazione cronologica più plausibile appare pertanto intorno alla metà degli anni Venti del Quattrocento, in un contesto fiorentino di straordinaria vivacità culturale che vedeva l’affermazione della nuova visione rinascimentale, continuando però ad offrire ampio spazio anche ad artisti di buon livello come Lippo d’Andrea, che rappresentavano degnamente (e con l’ampio favore di larga parte della committenza borghese ed ecclesiastica). la solidissima matrice culturale tardogotica presente in città.
Nel campo dell’arte del secondo Novecento la galleria Matteo Lampertico presenta invece una tela della celebre serie Mao di Andy Warhol (Pittsburgh, 1928 – New York, 1987), realizzata nel 1973 con serigrafia e pittura polimerica su tela. L’opera, firmata e autenticata, proviene da una collezione privata milanese e in passato è transitata attraverso alcune delle principali gallerie internazionali, tra cui Leo Castelli e Gagosian. Il prezzo non è stato reso pubblico. La ricerca artistica italiana degli anni Sessanta è invece rappresentata da Osart Gallery, che espone un Oggetto ottico dinamico di Dadamaino (Edoarda Emilia Maino; Milano, 1930 – 2004), realizzato tra il 1962 e il 1971. L’opera, composta da alluminio, nylon e legno, misura 75 per 75 centimetri (105 per 105 in diagonale) ed è proposta al prezzo di 110.000 euro più IVA. Il lavoro appartiene alla fase in cui l’artista milanese sperimenta forme di arte cinetica e programmata, basate sulla percezione del movimento e sulla relazione tra opera e spettatore.
Una proposta espositiva di particolare impatto scenografico è quella della galleria Porcini, che dedica il proprio spazio alla Napoli del Settecento. Lo stand ricrea un percorso ideale attraverso la città e le sue chiese, con bozzetti di artisti come Luca Giordano, Francesco Solimena e Corrado Giaquinto. Al centro dell’allestimento si trova un grande presepe napoletano settecentesco nella tradizione borbonica, composto da centinaia di elementi tra figure, animali e oggetti di scena. L’opera complessiva, proposta con prezzo su richiesta, rappresenta una delle più complesse installazioni di questo tipo mai presentate a TEFAF.
Chiude questa selezione la proposta della galleria Robilant + Voena, che presenta un Sansone e Dalila di Luca Giordano (Napoli, 1634 – 1705), una grande tela realizzata intorno agli anni Cinquanta del Seicento. Il dipinto, offerto con una richiesta compresa tra circa 300.000 e 350.000 euro, appartiene a una fase in cui il pittore napoletano guarda con particolare attenzione alla pittura veneziana, in particolare a Tiziano e Tintoretto. La composizione dinamica e la pennellata energica testimoniano il momento di intensa sperimentazione stilistica che porterà Giordano a sviluppare un linguaggio pittorico ricco di luce e colore. In questo dipinto, la pennellata energica e la drammatica gamma tonale del dipinto in questione riflettono chiaramente l’influenza di Tiziano, mentre la luminosità della scena evoca altri dipinti realizzati da Giordano tra la metà e la fine degli anni Cinquanta del Seicento. Inoltre, nella sua monografia del 2017, Giuseppe Scavizzi sottolinea l’importante influenza di Rubens, sia sulla composizione narrativa del dipinto in questione, sia sul trattamento delle figure. Scavizzi osserva che Giordano probabilmente conosceva la raffigurazione dello stesso soggetto realizzata da Rubens, oggi alla National Gallery di Londra, attraverso un’incisione di Jacob Matham: la voluttuosa Dalila e il muscoloso Sansone dormiente nel dipinto di Giordano sembrano infatti riecheggiare lo spirito del pittore fiammingo nell’opera precedente. Questa opera di Giordano appartenne inizialmente al ricco mercante fiammingo Gaspar Roomer (morto nel 1674), un importante mecenate e collezionista attivo principalmente a Napoli, che costruì una magnifica collezione di artisti romani, napoletani e fiamminghi. Lo sappiamo grazie agli scritti di Bernardo de’ Dominici, che nelle sue Vite dei Pittori annotò che Roomer acquistò da Giordano una tela di sette palme raffigurante Sansone e Dalila. Tuttavia, il dipinto non era di gradimento a Roomer, a causa della chiara adozione da parte di Giordano di elementi della pittura veneziana. In effetti, in quel periodo l’artista dipinse diverse opere ispirandosi a maestri veneziani come Tiziano e Tintoretto, vendendole persino come originali a mecenati tra cui Roomer. Per placare il mercante fiammingo, Giordano acconsentì a dipingere altri quadri per lui, dando inizio a un proficuo rapporto tra artista e mecenate. Alla sua morte, nel 1674, Roomer aveva accumulato la più grande collezione di Napoli, e i suoi rapporti con gli artisti della città e il suo sostegno a questi ultimi contribuirono in modo significativo allo sviluppo della pittura napoletana. Oltre alle opere di Giordano, la sua collezione comprendeva pezzi di Anthony van Dyck, Simon Vouet, Valentin de Boulogne, Jusepe de Ribera, Carlo Saraceni, Giovanni Battista Caraciolo, Massimo Stanzione e Andrea Falcone, e degli artisti fiamminghi Leonard Bramer, Paul Bril e Cornelis van Poelenburch.
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