Chiara Teolato è direttrice della Venaria Reale e del Consorzio delle Residenze Reali Sabaude dalla fine del 2024: un anno e mezzo di lavoro all’insegna, si potrebbe dire, del dialogo. Dialogo con il territorio, con i pubblici, con le istituzioni europee, con il presente. In questa intervista con Federico Giannini, la direttrice traccia un bilancio di questi primi mesi e racconta la visione che sta cercando di costruire per uno dei complessi culturali più importanti d’Italia. Una visione che punta a fare della Venaria non soltanto una meta turistica o un luogo per grandi mostre, ma un “presidio culturale permanente”, vissuto quotidianamente anche dalla comunità locale. Nel corso dell’intervista Teolato affronta molti dei temi oggi centrali nel dibattito museale: il rapporto tra patrimonio e territorio, la necessità di coinvolgere pubblici diversi senza snaturare l’identità dei luoghi, il valore delle reti internazionali e la crescente importanza del benessere e dell’esperienza nell’accesso alla cultura. La Reggia, nelle sue parole, emerge come un organismo complesso che deve continuamente innovarsi senza perdere il legame con la propria storia.
FG. Direttrice, Lei dirige il Consorzio delle Residenze Reali Sabaude e di conseguenza della Reggia di Venaria Reale da circa un anno e mezzo. Vorrei cominciare questa intervista chiedendoLe quale indirizzo ha cercato di dare alla Reggia e quali risultati ritiene più significativi di questo primo periodo.
CT. Ho cercato di considerare l’intero complesso come un progetto culturale ampio, dalle enormi potenzialità: non una somma di tanti eventi, ma una serie di attività che possano dialogare tra loro e che possano contribuire a rendere la Reggia un presidio culturale permanente, non solo per i numerosissimi visitatori che vengono a visitarci da fuori Torino, ma anche per il territorio, cercando di ancorare la Reggia alle necessità culturali del territorio e di farla dialogare con quello che il territorio stesso offre. Devo dire che ho trovato la Reggia in ottimo stato, con tante attività già avviate, inoltre mi ritengo molto fortunata perché ho molti collaboratori eccezionali che avevano già portato avanti questa idea di un luogo in cui non si viene solo una volta, ma dove c’è la possibilità di fare esperienze diverse nei vari momenti dell’anno. Partendo da questa solidissima base, ho cercato di dare questa impronta, anche perché la Reggia si trova di fatto in una situazione particolare: non è un museo in senso stretto, ovvero non è una collezione, e risente anche di quella che è stata la sua storia. Credo però che ancorarsi alla storia e al risultato culturale visibile oggi sia un dato essenziale. Quindi lavorare con il territorio, lavorare per realizzare delle occasioni culturali che possano parlare a pubblici diversi, in parte ripercorrendo ciò che già si faceva e cercando di incrementarlo, in dialogo con lo staff e soprattutto con il presidente, l’avvocato Michele Briamonte, rispetto alle sfide dei prossimi anni.
Lei ha una profonda conoscenza del sistema delle residenze piemontesi, dal momento che prima d’arrivare alla Venaria ha diretto Palazzo Carignano, la Villa della Regina, e per qualche mese anche il Castello di Agliè. Di queste Sue esperienze precedenti che cosa ha portato alla Venaria?
Sicuramente la consapevolezza che il Consorzio delle Residenze Reali Sabaude è una grandissima opportunità per il territorio. Arrivando da queste esperienze, conosco le potenzialità delle diverse residenze, e preciso anche che alcune delle altre residenze, che non ho diretto personalmente ma in cui ho lavorato in precedenza, facevano parte della Direzione Regionale Musei Piemonte e ora dell’attuale museo autonomo Residenze Reali Sabaude. Ne conosco le enormi potenzialità e le difficoltà di gestione, proprio perché è un patrimonio immenso dislocato in un territorio vasto, con persone molto valide che le dirigono e ci lavorano. Ho un ottimo rapporto anche con l’attuale direttore Filippo Masino. Di fatto esiste una complessità nella direzione di questi luoghi proprio perché non si tratta di musei vicini tra loro: insistono su territori molto diversi, con problematiche e ricchezze diverse. Quindi credo che il Consorzio sia davvero una grandissima opportunità di sviluppo di un progetto culturale: le residenze sono di fatto un sistema, tra l’altro riconosciuto dall’UNESCO nel 1997 (e il prossimo anno si celebreranno i trent’anni da questo riconoscimento). Grandi potenzialità, problemi non indifferenti per via della complessità gestionale, ma credo che nella concezione di un sistema di residenze possa risiedere un valore aggiunto per il territorio. Nell’ultimo periodo a Villa della Regina avevo lavorato moltissimo con il Consorzio, e avevo davvero testato quanto la sinergia con il Consorzio potesse aiutarmi: il giardino di Villa della Regina, per esempio, da quando è seguito dal Consorzio ha davvero cambiato volto. D’altro canto, fin da quando ero direttrice di Palazzo Carignano e poi di Villa della Regina ho sempre realizzato iniziative culturali assieme al Centro Studi della Venaria: ricordo le conferenze intorno a Palazzo Carignano che avevamo progettato insieme, e poi le conversazioni sulla principessa Ludovica, da cui è scaturito un convegno e la pubblicazione di un libro. Da direttrice di Villa della Regina mi sono sempre sentita molto accompagnata e accolta dal Consorzio, anche in questa possibilità di sviluppare nuove prospettive per la residenza. Ritengo davvero che il Consorzio e la possibilità di realizzare insieme delle cose, anche in rapporto con residenze come Palazzo Reale, possa produrre un valore aggiunto reale per il territorio.
Il Consorzio che Lei dirige raduna 16 residenze in gran parte con modelli gestionali diversi, perché ci sono musei comunali, musei statali, c’è la Tenuta di Pollenzo che è una s.p.a. e via dicendo: come si fa a tenere insieme i vari pezzi, e quali sono i risultati prodotti dal consorzio nel tempo?
Poiché non c’è, come diceva Lei, un’unica gestione, né una figura apicale (le residenze sono entità con modelli gestionali differenti, direttori differenti che rispondono chi al Ministero, chi al Comune, chi a fondazioni o consorzi), la cosa che credo possa funzionare (e la stiamo un po’ testando) è lavorare insieme, ossia essere tutti responsabili congiuntamente di un progetto culturale. Significa, dunque, coinvolgere le persone a lavorare su temi: temi che ci accomunano, temi che ci differenziano, temi che affrontiamo quotidianamente. Il lavoro su tematiche comuni può essere sicuramente una strada, così come l’essere corresponsabili di questo progetto culturale. Cosa può fare quindi il Consorzio? Può sicuramente coordinare questo tipo di lavoro, perché ogni direttore ha le sue priorità e ogni ente ha i suoi obiettivi. Credo quindi che il dialogo e il lavorare insieme possano essere la cifra vincente: noi stiamo lavorando in questo senso. Nel passato si sono gettate le basi per poter affrontare questo lavoro: le attività di sistema possono essere quelle che, da un lato, ci rendono consapevoli, all’interno, di essere un sistema, e dall’altro ci mostrano all’esterno non come una sommatoria di enti separati, ma come enti che hanno certamente la loro autonomia e che però lavorano insieme. In breve: riconoscersi in quanto sistema e mostrarsi agli altri come sistema.
Tornando invece alla Reggia, se non erro la Venaria spende circa 2 milioni di euro l’anno per le mostre, che ricoprono un ruolo importante all’interno dell’offerta del museo, anche se non sono l’unico motivo per cui i visitatori si recano alla Reggia. Le vorrei fare due domande: la prima, se prevede d’incrementare questo tipo d’investimento, e la seconda qual è il target di pubblico a cui si rivolgono le mostre (questo perché sappiamo che le attività della Venaria si rivolgono a pubblici molto diversificati... ).
E così le mostre: le attività delle mostre sono molto importanti, e non vanno relegate solo a un pubblico di conoscitori, ma anche in questo caso a pubblici differenti. Ogni volta che si decide di fare una mostra importante ci sono investimenti ingenti, ed è qualcosa che il pubblico si aspetta: poter avere, in un’eccellenza quale è la Reggia di Venaria, una mostra di eccellenza è qualcosa che tutti si aspettano. Prevediamo dunque di incrementare le risorse nel momento in cui riusciremo a trovare ulteriori finanziamenti su progetti ai quali stiamo peraltro già lavorando. Per fare mostre di un certo tipo è necessario, del resto, iniziare a progettarle molto tempo prima (non parlo di un anno, e non parlo neppure di due... !). Le mostre hanno valore quando mostrano qualcosa di nuovo e hanno qualcosa di nuovo da raccontare. E questo si può fare in modi diversi. Da quando sono arrivata ci sono state mostre diverse: quella su Tolkien, quella su Blake (già calendarizzate prima del mio arrivo), quella sulle Magnifiche collezioni realizzata in collaborazione con Genova. La mostra, inoltre, può essere anche un’occasione di internazionalizzazione, obiettivo al quale il nostro presidente, l’avvocato Briamonte (che, ricordo, è anche vicepresidente dell’ARRE, l’Associazione delle Residenze Reali Europee), tiene molto. L’obiettivo è anche quello di incrementare mostre di valore, che abbiano un senso rispetto alla nostra storia, alle storie che vogliamo raccontare, e che possano coinvolgere pubblici diversi. La mostra, non essendo realizzata in un luogo neutro, è un modo per far capire alle persone che oltre alla mostra c’è una Reggia. E questo è un motivo per visitare la Reggia ma anche l’occasione di realizzare un programma culturale. Ne è un esempio la mostra attualmente in corso, Regina in scena: una mostra che nasce dalla consapevolezza che la Reggia di Venaria è stata voluta da Carlo Emanuele II, ma ancor prima da sua madre Maria Cristina, che già prima della committenza ad Amedeo di Castellamonte aveva immaginato di realizzare qui una reggia per suo figlio. Ed è molto importante il ruolo delle donne di casa Savoia nella realizzazione delle residenze reali Sabaude. Regina in scena è un modo per raccontare la regalità, elemento presente nelle nostre residenze, in modo diverso. Se a questa mostra associamo attività che raccontino, per esempio, quanto la regalità femminile sia stata importante per le nostre residenze, ecco che troviamo un modo per coinvolgere pubblici diversi raccontando una storia che ci appartiene.
A proposito di internazionalizzazione, visto che Lei ha fatto prima un cenno all’argomento: per quattro anni, la Venaria ha collaborato con la Tate di Londra, mentre sotto il Suo mandato è stata avviata una cooperazione con la Francia, che ha già portato all’apertura della recente mostra su Léger, Klein, Niki de Saint Phalle e Keith Haring. Mi sento di dire che la Venaria sia un esempio virtuoso in fatto di cooperazione internazionale: quali prospettive apre questa collaborazione con la Francia? Dobbiamo aspettarci nuove mostre o anche progetti di ricerca e scambi di altro tipo?
A ottobre aprirà una nuova mostra realizzata all’interno di questo protocollo di collaborazione con la Francia, con il Musée des Beaux-Arts di Lione, dedicata all’atelier dei Moderni. Ma l’internazionalizzazione, come Lei faceva notare, non avviene solo attraverso le mostre. La collaborazione con la Tate è stata molto importante in questo senso, e continuiamo ad avere con loro ottimi rapporti anche in vista di progetti futuri. Un’altra collaborazione molto importante è quella con l’ARRE, quindi con le altre Residenze Reali Europee, perché la Venaria è sicuramente un luogo della cultura, ma è anche una residenza. E la residenza apre tanti spazi di promozione culturale e di narrazione: è un luogo dove si conservano opere d’arte, dove se ne creano di nuove (pensiamo per esempio a Giuseppe Penone), dove c’è un dialogo molto forte con il contemporaneo, ma è anche un luogo in cui c’è stata una vita, in cui la storia è molto presente, diversamente da un museo con una storia collezionistica. Il nostro presidente ha dato un grande impulso a tutto questo, anche con collaborazioni già in atto con altre residenze reali europee (è stato firmato per esempio un protocollo d’intesa con la residenza di Chambord). Noi lavoriamo sia nella ricerca sia nell’elaborazione di programmi comuni che possano restituire a pubblici internazionali l’idea che le singole residenze costituiscono un patrimonio comune, non solo nazionale, ma internazionale. L’internazionalizzazione si sviluppa dunque su più filoni: è venuta a visitarci la nuova ambasciatrice di Francia neanche un mese fa, proprio nell’ambito di questa collaborazione. E le collaborazioni arrivano perché c’è un’interlocuzione molto fitta con tutti i colleghi europei e internazionali.
Secondo Lei, in Italia, si fa abbastanza in questo ambito, oppure siamo ancora indietro?
Mi viene da dire che ci si sia molto aperti al dialogo con il mondo. Poi, sicuramente, si può sempre fare meglio, ma siamo già a un buon punto e stiamo lavorando molto. Penso al territorio torinese, quello che conosco meglio, penso ai musei torinesi, penso alla direttrice dei Musei Reali che lavora molto con l’estero, al direttore del MAO, a Palazzo Madama che sta realizzando mostre in Cina. Ma in generale credo che l’Italia sia molto aperta all’estero: siamo ormai lontani rispetto all’idea di un’Italia chiusa e che non dialoga con gli altri paesi. Aggiungo poi un’informazione utile: proprio a Venaria, il 20 e 21 aprile scorso si è tenuta la 25ª assemblea dell’ARRE. Si sono riunite qui alla Reggia 36 istituzioni responsabili della gestione di oltre 100 castelli, rappresentando 13 paesi europei (in termini di visitatori, circa 10 milioni). Credo sia significativo che si sia svolta proprio qui.
Passando invece dall’internazionale al locale, uno degli aspetti più interessanti della Venaria Reale è la sua profonda connessione col territorio e con la comunità locale, caso direi molto interessante, perché parliamo di un complesso che muove mezzo milione di persone, visitatori che vengono da tutta Italia e dall’Europa, ma con anche un pubblico locale molto forte e direi anche molto attaccato alla Reggia. Reggia che peraltro continua a favorire questo legame, penso per esempio all’iniziativa per gli under 19 che Lei ha avviato qualche mese fa, regalando un anno d’ingresso gratuito agli studenti più giovani. Ecco, la domanda è: come si fa a consolidare, concretamente, il rapporto tra museo e comunità locale?
Innanzitutto credo che la comunità locale si debba sentire accolta e debba capire che questo luogo è per tutti. Lei dice che la Reggia è molto amata dal pubblico locale, e questo è vero, perché una persona può venire alla Reggia e fare cose diverse, e non si sente fuori luogo. Può venire a visitare anche soltanto i giardini, per esempio: durante il periodo della fioritura dei ciliegi, ad esempio, abbiamo avuto numeri incredibili. L’anno scorso siamo stati un po’ sorpresi da questo afflusso; quest’anno ci siamo ripromessi di cercare di governarlo, ispirandoci al Giappone. Abbiamo così creato una sinergia con il MAO e abbiamo offerto al nostro pubblico un approfondimento sulla cultura giapponese. Le persone che venivano a vedere i ciliegi, e che magari non sarebbero mai arrivate fino alla Reggia, o che venivano a partecipare alle attività per la Settimana della Biodiversità, o ad altre iniziative, hanno così scoperto un patrimonio che diventa anche loro. Il patrimonio non si percepisce come proprio se non lo si conosce, se non ci si sente accolti. Lei ha citato anche l’idea della carta, la tessera per gli under 19, che nasce da ragioni di fidelizzazione del pubblico, ma c’è anche un legame storico: la Reggia nasce con il suo borgo, perché quando Amedeo di Castellamonte decise di realizzarla creò contestualmente anche il borgo. Reggia e Venaria, Reggia e città sono fortemente interconnesse. Prima dicevo che la Reggia dovrebbe diventare un presidio culturale permanente, e credo lo si faccia in questo modo: creare esperienze e possibilità di visita differenti, occasioni per cui il pubblico ha piacere di tornare, e tutto questo genera quella fidelizzazione che restituisce la Reggia alla vita della comunità. Visitarla diventa quindi una cosa normale, perché in Reggia si fanno cose diverse e c’è sempre un’occasione buona per venire. Lo scorso sabato, per esempio, abbiamo fatto il Silent Book Party, nell’ambito del Salone Off del Salone del Libro, evento fondamentale per il nostro territorio. E la Reggia si inserisce in questo circuito offrendo alle persone la possibilità di leggere per oltre un’ora nella Grande Galleria, disconnessi dalla realtà, con il cellulare riposto in una sacchettina, regalandosi un momento per se stessi. Oppure venire a vedere la Reggia all’alba, oppure partecipare alle Sere d’estate o ai concerti dell’Espressionist Festival, alla fioritura dei ciliegi, alla Settimana della Biodiversità (che ha visto una grande quantità di studenti e famiglie avvicinarsi al mondo della botanica). La Reggia ha la grande fortuna di essere un complesso con un giardino meraviglioso, interni grandi, spazi, arte, cultura, attività proprie, pertanto può attrarre pubblici diversi che poi si fidelizzano, realizzando concretamente questa interconnessione col territorio.
Vorrei insistere sul tema delle attività: Lei ha parlato delle giornate dedicate ai lettori e alla fioritura dei ciliegi, ma solo scorrendo l’elenco degli eventi presenti e passati si trovano concerti, sessioni di yoga nei giardini, giornate per i fumetti e molto altro, e la Reggia ha sempre avuto la capacità di non snaturare mai il proprio ruolo e di proporre sempre attività compatibili col suo ruolo. Dov’è che si stabilisce il confine tra quello che rafforza la posizione di un museo e quello che invece rischia di indebolirla?
Non è semplice, perché a volte si rischia di avere visioni che, come Lei evidentemente suggerisce, andrebbero evitate. Dal mio punto di vista, uno dei temi fondamentali è rifarsi alla storia e a quello che di positivo un luogo può offrire. Quando parlo di riconnessione col territorio c’è sempre un rimando storico. Ed è altresì evidente a tutti che se riesco ad attrarre i giovani e a far capire loro che da noi sono benvenuti e possono venire a fare qui le loro attività, non sto tradendo la missione del luogo. Per quanto riguarda le altre attività, credo che nel momento in cui si realizzano attività culturali di spessore che riescano a coniugare il benessere personale con l’identità del luogo, non ci sia contraddizione. Pensiamo allo yoga: quanto è importante ormai il tema del museo e del benessere? Ci sono evidenze scientifiche che lo dimostrano, c’è una prescrizione sociale che ormai sta entrando nei musei, ce lo insegnano i paesi al di là delle Alpi, e noi lo abbiamo ben recepito. Dal mio punto di vista, nel momento in cui si rispetta il luogo, si rispetta la sua storia e si realizzano operazioni di alto livello culturale che coniugano il benessere delle persone con quello che il territorio può offrire, allora io credo che non ci sia un tradimento. La raccolta dei frutti del Potager Royal o il lavoro con le zucche durante Halloween con i ragazzi sono attività che non tradiscono il luogo, perché te lo fanno percepire e vivere davvero. Il luogo si conosce e si vive, e io non trovo una dicotomia tra il museo e questo tipo di attività: è un modo diverso di vivere il museo nel rispetto della storia e del suo ruolo.
A proposito di visitatori, ci sono stati anni, tra il 2016 e il 2019, in cui la Venaria ha sfiorato, e a volte anche superato, il milione di presenze, di visitatori paganti, anche se i numeri hanno sempre avuto un andamento piuttosto altalenante, spesso in virtù degli eventi che il museo ospitava (anche se occorre evidenziare che all’epoca il metodo di calcolo era diverso, quindi i numeri erano sovrastimati). Provare ad avvicinarsi a quei numeri è un Suo obiettivo?
I numeri sono importanti perché ci restituiscono, almeno in parte, quanto rispondiamo alle necessità culturali dei visitatori. Li dobbiamo ascoltare perché ci restituiscono una parziale verità. Chiaramente, qualsiasi direttore vorrebbe che il proprio museo fosse visitato, quindi una crescita dei numeri è sicuramente un nostro obiettivo. Ma il nostro vero obiettivo è che questi numeri corrispondano a un effettivo gradimento e a una reale conoscenza: portare i nostri visitatori non tanto a dire “ci sono stato, ho fatto questa tappa”, ma portarli a provare un godimento autentico nel venire a vedere e vivere il museo. Noi stiamo lavorando, e lavoreremo, per attrarre un numero di visitatori sempre maggiore, ma sempre nell’ottica di offrire esperienze e attività che possano giustificare il fatto di venire da noi. Rispetto al passato, posso dire che il panorama torinese è molto cambiato: ci sono tanti musei che fanno tante cose belle, e i visitatori, sia quelli che si trovano a Torino sia quelli che vengono da fuori, hanno oggi una scelta probabilmente più vasta che in passato. Questo ci rende felici, perché è bene che la città possa offrire un’ampia gamma di prospettive a chi ci raggiunge. Detto questo, siamo contenti dei numeri che abbiano finora raggiunto.
La Reggia di Venaria Reale è un sito di enormi proporzioni, una macchina complessa che richiede manutenzione costante, investimenti, programmazione e via dicendo. Quali sono le principali difficoltà e le principali sfide che gestire una macchina del genere comporta?
Non sono poche: tenere tutti i pezzi insieme, offrire ai visitatori una Reggia curata, coordinare tutte le varie attività. Forse però la difficoltà e la sfida più grande è quella di mantenere sempre un alto livello dell’offerta e di innovarsi, e pensare ad attività sempre più rispondenti alle esigenze dei visitatori, che cambiano nel tempo. Altrimenti il rischio è di pensare che una cosa fatta bene possa essere semplicemente replicata perché ha funzionato. Il mondo però cambia, dunque forse la sfida più bella è avere una Reggia che si mantenga solida nel suo racconto storico e nella sua offerta culturale, e che però dialoghi con il presente: significa quindi mettersi in ascolto del mondo, capire dove sta andando, capire quali possono essere le nuove necessità. Dopo il Covid, per esempio, abbiamo scoperto l’importanza dei giardini. Quante volte si pensava che i giardini fossero quasi un elemento secondario. E invece pensiamo a quanto il giardino sia diventato importante anche nelle politiche: lo stesso PNRR ha dato grandissima importanza alla figura del giardiniere e al giardino. E le persone hanno scoperto che vivere in un ambiente verde porta tanti benefici. Un museo, una reggia, una residenza devono vivere al passo con i tempi, ed è questa la difficoltà maggiore: quando si va bene si tende a replicare il modello, ma bisogna essere sempre in dialogo con il presente, aprirsi all’esterno, all’internazionalizzazione, a modelli di gestione diversi che a volte possono funzionare meglio. Uscire dalla comfort zone di una Reggia che “va bene”. Noi dedichiamo molto tempo anche al confronto interno, proprio perché cerchiamo di dialogare con il presente.
Un’ultima domanda, a proposito di dialogare con il presente. Siamo nel 2026 e siamo ormai entrati nell’era dell’intelligenza artificiale: in che modo una realtà come la Venaria può utilizzare queste tecnologie per migliorare la visita senza appesantirla o senza mettere nelle mani dei visitatori degli strumenti che poi alla fine, come spesso succede, non vengono neppure utilizzati perché alla fine al pubblico interessa soprattutto l’oggetto, l’esperienza diretta?
È un tema sul quale stiamo ragionando. Come tutti gli enti, anche il nostro è fatto di persone che lavorano, quindi l’intelligenza artificiale è un tema su cui abbiamo proprio avviato delle riunioni di recente, perché vorremmo capire anche noi come lavorare. La stiamo già utilizzando per progetti di accessibilità con l’università, e per progetti legati ai rilievi e all’acquisizione di informazioni. Stiamo cercando di capire quale sia il modo più giusto per utilizzarla nel modo migliore, in modo che ci aiuti a trasmettere contenuti rispondenti alle necessità dei visitatori. Lei ha detto una cosa che credo vada sempre tenuta in considerazione: talvolta pensiamo di offrire ai visitatori quello che noi riteniamo essere il modello più smart, più fluido, più innovativo. Ma bisogna sempre osservare chi arriva e, bisogna anche fare delle osservazioni in itinere. A volte ci stupiamo di come i nostri visitatori reagiscano a una cosa che magari abbiamo fatto quasi per caso. Credo quindi che sull’intelligenza artificiale vada fatto un approfondimento calibrando bene le esigenze e le possibilità. Il rischio della deriva è sempre molto alto (e lo vedo anche da mamma). È però un tema sul quale stiamo ragionando, anche se al momento non Le so dare una risposta univoca. La stiamo utilizzando per alcune attività, pensiamo che le potenzialità possano essere davvero tante, ma dobbiamo ancora capire bene quale sarà il ruolo dell’AI all’interno della Reggia.
L'autore di questo articolo: Federico Giannini
Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).
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