Venduto da Il Ponte Casa d’Aste il manoscritto ritrovato della principessa Ippolita Maria Sforza


Venduto all’asta da Il Ponte Casa d’Aste il manoscritto ritrovato, riccamente miniato, della principessa Ippolita Maria Sforza, una delle donne più erudite del Quattrocento italiano. Era parte della sua dote in occasione delle nozze con Alfonso II d’Aragona. 

Battuto all’asta da Il Ponte Casa d’Aste il manoscritto ritrovato della principessa Ippolita Maria Sforza. Su pergamena, riccamente miniato e ancora conservato nella legatura originaria, il codice della metà del XV secolo contiene la prima decade dell’Ab Urbe condita di Tito Livio e fu scelto dalla giovane Sforza come parte della propria dote in occasione delle nozze con Alfonso II d’Aragona, celebrate a Napoli nel 1465.

Aggiudicato alla cifra di 420mila euro, il manoscritto si colloca nel contesto dell’eccezionale educazione umanistica ricevuta da Ippolita, considerata una delle donne più erudite del Quattrocento italiano. Formata a Milano da maestri illustri quali Baldo Martorelli e Constantino Lascaris, ebbe un’istruzione equivalente a quella dei fratelli maschi, fondata sul latino, su nozioni di greco e sulla lettura dei grandi autori classici. I libri costituirono il centro del suo percorso educativo e uno strumento fondamentale per definire il suo profilo politico e culturale.

Nel 1465, al momento del matrimonio con Alfonso II d’Aragona, duca di Calabria, Ippolita giunse a Napoli portando una dote composta non soltanto da oggetti preziosi, ma anche da quattordici manoscritti di straordinario pregio, puntualmente descritti nell’inventario dotale. Gran parte di questi codici andò dispersa con la dissoluzione della biblioteca aragonese; il volume oggi riemerso rappresenta dunque una rara e significativa testimonianza di quel patrimonio librario.

L’inclusione di testi classici latini accanto a libri devozionali rivela una concezione del sapere intimamente legata all’esercizio del potere. Autori come Tito Livio e Virgilio offrivano esempi morali e politici essenziali per l’educazione del principe umanista, ideale condiviso dallo stesso Alfonso II. Il manoscritto appartiene così a una tradizione culturale che considerava i classici non solo patrimonio intellettuale, ma strumenti di governo, diplomazia e autorappresentazione dinastica.

Foto: Il Ponte Casa d'Aste
Foto: Il Ponte Casa d’Aste
Foto: Il Ponte Casa d'Aste
Foto: Il Ponte Casa d’Aste
Foto: Il Ponte Casa d'Aste
Foto: Il Ponte Casa d’Aste

Si tratta di un codice membranaceo di 208 carte, vergato in elegante grafia umanistica e privo di cartulazione. Tutte le carte presentano rigatura a secco con fori. La prima carta è incorniciata da un’elaborata decorazione a bianchi girari impreziosita da oro punzonato, con putti e drôlerie; al centro, nella parte inferiore, campeggia lo stemma degli Sforza sorretto da due angeli e sovrastato dalla sigla “Hi M”. Sono presenti nove iniziali finemente miniate su fondo oro, ornate da motivi vegetali e animali e da personaggi storici. Nel foglio di guardia compare un’iscrizione autografa di Ippolita Maria, datata 1460, con citazioni tratte dal De Oratore di Cicerone e dal Prologo alla Genesi di San Girolamo. Il volume conserva inoltre numerose glosse di mani diverse, che citano autori classici quali Virgilio e Ovidio, oltre a una rappresentazione schematica delle forche caudine. La legatura, restaurata, è in seta rossa su assi lignee, con tagli dorati.

“Oltre al valore storico e bibliografico, in questo ritrovamento risiede anche la fascinazione di poter riscoprire e raccontare una donna colta, mecenate e bibliofila, laddove, per secoli, il dominio maschile era indiscusso”, scrive Stefania Pandakovic, direttrice del Dipartimento Libri e Manoscritti de Il Ponte Casa d’Aste. “Nel commissionare quest’opera monumentale di Tito Livio, Ippolita Sforza rivelava il proprio interesse per le virtù, la diplomazia e il buon governo che guidarono il suo operato nelle relazioni tra Milano e Napoli e nelle vicende della Congiura dei Pazzi. Donna di cultura e di equilibrio, guadagnò la stima di Lorenzo de’ Medici e divenne simbolo di un umanesimo al femminile, insieme intellettuale e politico. Presentare oggi questo manoscritto significa ridare voce a quella eredità, permettendo a chi ama i libri, la storia e l’arte di rivivere – attraverso le pagine di Tito Livio – la visione e la grazia di una principessa che fece della conoscenza la sua più alta forma di potere”.




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