Ron Nagle a Milano: da Gió Marconi la prima personale italiana 'Phantom Banter'


Dal 29 maggio al 24 luglio 2026, alla Gió Marconi di Milano la prima mostra personale italiana di Ron Nagle, scultore della West Coast noto per ceramiche di piccola scala. L’esposizione presenta undici opere realizzate tra 2024 e 2026 e una selezione di disegni recenti, con un focus sul suo processo tra materia, superficie e linguaggio.

Dal 29 maggio al 24 luglio 2026, la Gió Marconi Gallery di Milano presenta la mostra Ron Nagle. Phantom Banter, prima personale in Italia dedicata allo scultore statunitense Ron Nagle, figura associata alla scena della West Coast e nota per la produzione di sculture ceramiche di piccola scala. L’esposizione segna un ulteriore passaggio della presenza dell’artista nel Paese, dopo la partecipazione alla mostra The Encyclopedic Palace alla 55ª Biennale di Venezia del 2013, curata da Massimiliano Gioni. La mostra è visitabile presso la sede della galleria in via Tadino 15, con apertura dal martedì al sabato dalle 11 alle 18.

Il progetto espositivo raccoglie undici sculture realizzate tra il 2024 e il 2026 e una selezione di disegni recenti. Il corpus permette di osservare una fase recente della ricerca di Nagle, in cui la relazione tra disegno e oggetto tridimensionale assume un ruolo centrale. Le opere, generalmente di dimensioni contenute e raramente superiori ai 15 centimetri, si collocano all’interno di un linguaggio che lavora sulla riduzione della scala e su un’attenzione analitica alla superficie, elemento costante nella produzione dell’artista.

Nato a San Francisco nel 1939, dove tuttora vive e lavora, Nagle si avvicina alla ceramica negli anni Cinquanta. Nel 1961 entra come apprendista nello studio di Peter Voulkos presso l’Università della California a Berkeley, contesto che contribuisce alla definizione del cosiddetto California Clay Movement. In quel periodo entra in contatto con artisti come Ken Price, la cui influenza risulta determinante nella fase iniziale del suo percorso. Fin dagli esordi, la ricerca di Nagle si distingue per una progressiva riduzione della scala e per un interesse specifico verso la costruzione della superficie come campo autonomo di sperimentazione.

Le sculture sono realizzate a partire da elementi ceramici colati e successivamente cotti, ai quali si aggiungono interventi con resine e materiali sintetici. Questa combinazione consente all’artista di ampliare le possibilità formali dell’argilla, superandone i limiti strutturali e introducendo soluzioni che modificano la percezione dell’oggetto. Il processo produttivo è finalizzato alla costruzione di effetti visivi specifici, che comprendono superfici lucide o opache, texture granulari, colature sospese e stratificazioni cromatiche. Nonostante la tridimensionalità delle opere, il lavoro si sviluppa secondo una prospettiva dichiaratamente piatta, in cui l’oggetto è concepito come immagine più che come volume autonomo.

Ron Nagle Chester's Drawers (2025; ceramica, porcellana, smalto, poliuretano catalizzato e resina epossidica, 10 x 11 x 11 cm) Foto: William Pruyn
Ron Nagle, Chester’s Drawers (2025; ceramica, porcellana, smalto, poliuretano catalizzato e resina epossidica, 10 x 11 x 11 cm) Foto: William Pruyn

All’interno di questo processo il disegno assume un ruolo determinante, soprattutto a partire dagli anni Novanta, quando diventa fase preliminare quasi costante alla realizzazione scultorea. Le fonti iconografiche derivano spesso da osservazioni della quotidianità, come alberi piegati, superfici erose, gomme da masticare schiacciate o graffiti urbani. Questi elementi vengono tradotti in schizzi rapidi, talvolta di natura automatica, che non definiscono direttamente la palette cromatica, ma orientano la costruzione della forma e della struttura volumetrica. In una fase iniziale i disegni vengono realizzati in bianco e nero su blocchi di carta colorata, spesso gialla o rosa e a righe. In seguito l’artista passa all’utilizzo della carta velina, attribuendo al disegno un ruolo sempre più determinante all’interno del processo creativo. Dopo la produzione di centinaia di studi, Nagle seleziona quelli ritenuti più efficaci e ne modifica la scala attraverso l’uso della fotocopiatrice, fino a individuare la dimensione più adatta alla trasposizione tridimensionale.

Un ulteriore livello di lavoro riguarda il linguaggio verbale, che si sviluppa in modo autonomo rispetto alla costruzione formale delle opere. I titoli delle sculture nascono da giochi di parole, slittamenti fonetici e associazioni libere. Assegnati a posteriori, introducono un margine di ambiguità che si aggiunge alla lettura visiva. Tale distanza tra oggetto e titolo richiama indirettamente pratiche riconducibili al Surrealismo e, in particolare, a esperienze come quelle di Man Ray, in cui il linguaggio assume una funzione autonoma e non esplicativa. Questa attenzione alla dimensione sonora e linguistica si collega anche alla formazione musicale dell’artista. Nagle è infatti attivo anche come musicista e autore di canzoni. Narrazione, rime e giochi linguistici costituiscono elementi strutturali della sua pratica complessiva e contribuiscono alla costruzione di un’identità artistica che attraversa media differenti senza stabilire gerarchie nette tra le discipline.

Il lavoro di Nagle si sviluppa inoltre attraverso una rete di riferimenti culturali che si presentano come componenti integrate in un sistema coerente. Tra le influenze si riconoscono la pittura moderna di Giorgio Morandi, Philip Guston e Josef Albers, insieme alla ceramica giapponese del periodo Momoyama e all’estetica del wabi-sabi, che valorizza l’imperfezione e la trasformazione dei materiali. A questi elementi si affiancano riferimenti alla cultura visiva statunitense del dopoguerra, come le hot rod, caratterizzate da superfici laccate e finiture estremamente curate, e l’architettura del Mission District di San Francisco, segnata dalla presenza di murales policromi.

La combinazione di tali riferimenti produce una continua oscillazione tra cultura alta e cultura popolare, all’interno di una forma di astrazione che si colloca tra pop e surrealismo. Le superfici, altamente controllate e stratificate, convivono con effetti volutamente artificiali, mentre la precisione tecnica si integra con soluzioni visive vicine al design automobilistico e ai materiali industriali. Nel corso di oltre sessant’anni di attività, Nagle ha ampliato progressivamente il proprio vocabolario tecnico, introducendo materiali e strumenti provenienti anche dall’ambito industriale. L’utilizzo di aerografo, vernici automobilistiche e tecniche di sovrapposizione cromatica consente un controllo molto preciso della superficie, che si configura come il principale campo di sperimentazione della sua ricerca.

Informazioni sulla mostra

Titolo mostraRon Nagle. Phantom Banter
CittàMilano
SedeGió Marconi Gallery
DateDal 29/05/2026 al 24/07/2026
ArtistiRon Nagle
TemiMilano, Arte contemporanea



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