Nella notte del 1864, un incendio devastante travolse il Palazzo Schielandshuis, nel cuore di Rotterdam, riducendo in cenere oltre due terzi delle collezioni d’arte accumulate fino a quel momento dal museo cittadino, fondato quindici anni prima, nel 1849, grazie al lascito del collezionista Frans Jacob Otto Boijmans (1767 – 1847), avvocato di Utrecht: si tratta del futuro Museo Boijmans van Beuningen di Rotterdam (una parte della raccolta ha potuto esser mostrata in Italia per l’esposizione Da Monet a Van Gogh a Kandinsky. Nuovi sguardi sulla natura e la modernità. Capolavori dal Museum Boijmans Van Beuningen e da altre importanti collezioni, a cura di Sandra Kisters e Vasilij Gusella, Ferrara, Palazzo dei Diamanti, dal 19 settembre 2026 al 10 gennaio 2027). Per un’istituzione culturale ancora giovane, guidata all’epoca dal direttore Ary Johannes Lamme con risorse risicate, un simile evento avrebbe potuto decretare la fine. Fu invece la scintilla di una rinascita imperniata sul pragmatismo olandese e sulla lungimiranza collezionistica: il cospicuo indennizzo riscosso dall’assicurazione permise infatti all’amministrazione comunale di avviare immediatamente una nuova e sistematica campagna di acquisti, non soltanto di maestri antichi, ma anche di opere contemporanee.
L’episodio che meglio incarna lo spirito d’avanguardia del museo di Rotterdam si consumò tuttavia nel 1903. Il direttore Pieter Haverkorn van Rijsewijk, alla guida dell’istituto dal 1883 con un budget annuale per le acquisizioni di circa 5.000 fiorini (poco più di 80mila euro attuali), decise di destinare 750 fiorini (circa 12mila euro attuali) all’acquisto di una tela di Vincent van Gogh, i Pioppi vicino a Nuenen. Il quadro fu comprato direttamente da Jo van Gogh-Bonger, la vedova di Theo van Gogh, che in quel frangente lottava per fare apprezzare la pittura del cognato. All’epoca, l’opera di Van Gogh era ancora considerata bizzarra e controversa dalla maggior parte della critica, ma con quell’atto di coraggio il dipinto divenne la prima opera in assoluto dell’artista a entrare a far parte di una collezione pubblica nei Paesi Bassi. Non sarebbe rimasta l’unica opera di Van Gogh del museo, che nel tempo ha continuato ad arricchirsi, prima grazie soprattutto ai lasciti privati (la storia del Boijmans van Beunigen è infatti la storia di un museo che nasce dall’accorpamento di più nuclei collezionistici privati), e poi grazie alle acquisizioni pubbliche o alle donazioni. Anche un altro importante lavoro di Van Gogh presente in collezione, la Natura morta con patate dell’autunno 1886, è giunta grazie a un dono di un privato (seppur parziale, perché una parte dell’acquisizione è stata coperta col sostegno di diversi soggetti istituzionali). “Gli eterogenei interessi dei collezionisti”, ha scritto Sandra Kisters, “hanno contribuito a plasmare il carattere di un museo che si distingue per una vastissima gamma di capolavori un tempo di proprietà privata. Una visita regala l’esperienza di un viaggio emozionante attraverso la storia dell’arte occidentale”.
La trasformazione del piccolo museo municipale in una gemma del panorama internazionale si deve a una felice alleanza tra direttori di talento e grandi collezionisti privati. Dopo la direzione di Frederik Schmidt-Degener (1908-1921), che diede un’impronta più internazionale alle acquisizioni, fu sotto la guida di Dirk Hannema (in carica dal 1921 al 1945) che la raccolta di arte moderna compì un salto di qualità decisivo. Nel 1923, il lascito dell’imprenditore J.P. van der Schilden portò in dote al museo una ricca selezione di dipinti della Scuola dell’Aia e un consistente fondo finanziario. Grazie a quelle risorse, Hannema poté acquistare sul mercato internazionale capolavori impressionisti fondamentale importanza: nel 1928 entrarono così in collezione la scultura in bronzo Grand arabesque di Edgar Degas e la celebre tela La casa del pescatore a Varengeville di Claude Monet. L’anno successivo, nel 1929, un gruppo di amici e sostenitori dell’artista donò al museo la rigorosa Composizione N. II di Piet Mondrian.
Nel 1932 si verificò un altro snodo fondamentale: il lascito di Marie Tak van Poortvliet. Collezionista raffinata e legata agli ambienti della teosofia e del simbolismo, la donna destinò al museo la sua straordinaria raccolta di avanguardie. Entrarono così a Rotterdam capolavori dell’astrattezza e dell’espressionismo europeo come Lirico di Wassily Kandinsky, La pecora di Franz Marc, Weimar alta di Lyonel Feininger e un consistente nucleo di dipinti, disegni e vetrate cromatiche della compagna Jacoba van Heemskerck. Sempre negli anni Trenta, le sorti dell’istituzione s’intrecciarono con i grandi magnati del porto di Rotterdam: fondamentale fu l’apporto di Daniël George van Beuningen (1877 – 1955), il cui nucleo collezionistico venne acquisito dal museo nel 1958, e si trattò di un lascito talmente importante che l’imprenditore ha dato il secondo nome al museo. Anche prima della sua scomparsa, tuttavia, era forte il rapporto con il museo: Van Beuningen donò infatti nel 1935 la Donna seduta al caffè dipinta da Pablo Picasso nel 1901 e nel 1940 rilevò l’intera collezione del banchiere Franz Koenigs per salvarla dalla dispersione, donandone i preziosissimi disegni al museo. Nel 1935 fu inoltre inaugurata la nuova e moderna sede espositiva all’interno del Museumpark, progettata dall’architetto Aad van der Steur.
Dopo le drammatiche vicende della seconda guerra mondiale (i bombardamenti della Luftwaffe del maggio 1940 danneggiarono solo lievemente l’edificio) la direzione fu affidata a J.C. Ebbinge Wubben (in carica dal 1950 al 1978). Fu Ebbinge Wubben a concludere nel 1958 l’acquisizione definitiva dell’imponente collezione Van Beuningen, evento in seguito a cui, come ricordato, il museo assunse la denominazione ufficiale di Museum Boijmans Van Beuningen, e ad assicurarsi nel 1972 il prestito a lungo termine della collezione di un altro grande magnate del porto di Rotterdam, Willem Van der Vorm. Nel 1964, intuendo la necessità di dare voce alle ricerche contemporanee, Ebbinge Wubben istituì il Dipartimento di Arte Moderna, affidandolo alla curatrice Renilde Hammacher-van den Brande e focalizzando le nuove acquisizioni sul Surrealismo, da René Magritte a Salvador Dalí.
La storia della collezione del Boijmans Van Beuningen è anche la storia dell’evoluzione dello sguardo artistico moderno. Il percorso nella collezione d’arte moderna del museo ha inizio negli anni Trenta dell’Ottocento, quando i pittori della Scuola di Barbizon (Théodore Rousseau, Camille Corot, Constant Troyon, Charles-François Daubigny) abbandonarono gli atelier accademici per immergersi nella foresta di Fontainebleau, fondando la pittura en plein air. In una celebre lettera del 1883 al fratello Theo, Vincent van Gogh rievocava con profonda commozione l’insegnamento di quei maestri: “Pensa a Barbizon, che storia meravigliosa. Coloro che vi arrivarono agli inizi – non tutti erano esteriormente ciò che erano davvero nel profondo. Fu la campagna a plasmarli; tutto ciò che sapevano era: in città non va bene, devo andare in campagna. Immagino pensassero: devo imparare a lavorare, diventare qualcosa di completamente diverso, anzi, l’opposto di ciò che sono ora. Si dicevano: così come sono non valgo nulla, mi rinnoverò nella natura”.
Nei Paesi Bassi, le suggestioni di Barbizon si tradussero nell’esperienza della Scuola dell’Aia (1860-1890). Artisti come Hendrik Willem Mesdag, Anton Mauve, Jacob Maris, Willem Roelofs e Johan Hendrik Weissenbruch immortalarono i polder pianeggianti, i mulini e i cieli plumbei, venendo ribattezzati la “scuola grigia” per le sottili sfumature di verde e di grigio. Opere ad alto valore drammatico come Il ritorno della scialuppa di salvataggio di Mesdag (1876), ispirata a un vero naufragio avvenuto a Scheveningen, testimoniano la forza di questa pittura di natura e di mare. A Parigi, l’esigenza di fissare la fuggevolezza della luce condusse all’Impressionismo. Nelle raccolte del Boijmans spiccano tele come Campo di papaveri (1881) e Casa del pescatore a Varengeville (1882) di Claude Monet, dove le ombre si colorano di accordi cromatici complementari, accanto alle opere di Alfred Sisley, Berthe Morisot e alle sculture di Degas. Con il Postimpressionismo di Paul Gauguin (Bestiame all’abbeveratoio, 1886) e il Neoimpressionismo di Paul Signac (Veduta del porto, Saint-Briac, 1885), il colore divenne un metodo sistematico e autonomo.
A cavallo del secolo, la vita metropolitana irruppe con forza sulla tela. Charles Baudelaire aveva definito la modernità con parole destinate a rimanere storiche: “La modernità è il transitorio, il fuggitivo, il contingente, la metà dell’arte, di cui l’altra metà è l’eterno e l’immutabile”. Nel clima parigino fin de siècle, Kees van Dongen (Case a Montmartre), Albert Marquet (Il Pont-Neuf al sole), Raoul Dufy (Carrozza al Bois de Boulogne) e Pablo Picasso (Donna seduta al caffè, 1901) trasformarono le strade, i boulevard e i cabaret nella nuova grammatica del visibile.
L’ultimo capitolo di questa parabola coincide con la progressiva dissoluzione della forma reale nel linguaggio dello spirito e della mente. Come osservò con profonda intuizione Paul Klee: “L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”. Nel 1911, Vasilij Kandinskij diede vita al movimento Der Blaue Reiter e dipinse Lirico, un’opera cruciale custodita a Rotterdam in cui la figura del cavallo e del cavaliere si dissolve in campiture cromatiche dotate di pura forza interiore. Negli stessi anni, Franz Marc (La pecora), Lyonel Feininger (Weimar alta) e Jacoba van Heemskerck (Composizione n. 6) scomposero il dato naturale in strutture geometriche e simboliche.
Il punto d’arrivo della modernità è rappresentato da Piet Mondrian e dal movimento De Stijl. Nella sua Composizione N. II del 1929, ogni traccia del mondo sensibile è definitivamente cancellata: una griglia di linee nere ortogonali racchiude campiture di colori primari (giallo e blu) accostate al bianco. Mondrian spiegava così la sua ricerca universale: “L’aspetto delle cose in natura cambia, mentre la realtà rimane costante. C’è quindi un qualcosa che non muta mai ed occorre pertanto che la pittura si sganci dai particolari per diventare una chiara espressione dell’universale”. Il senso di questo lungo cammino è sintetizzato da Vittorio Sgarbi: “La pittura compie il viaggio più audace della sua storia: parte dall’osservazione del mondo, passa attraverso la sua percezione e approda alla costruzione di una realtà autonoma, interiore, universale”.
Oggi il Museum Boijmans Van Beuningen continua a scrivere il futuro del collezionismo museale. Mentre l’edificio storico nel Museumpark è chiuso per un imponente intervento di restauro e bonifica, l’intero patrimonio di oltre 156.000 oggetti dell’istituzione è stato trasferito nel Depot, inaugurato nel novembre 2021 su progetto dello studio d’architettura MVRDV. Si tratta del primo deposito d’arte al mondo interamente accessibile al pubblico: una struttura a specchio aperta ai visitatori, che possono esplorare i retroscena della conservazione, del restauro e della cura delle opere: ancora una volta, si conferma l’attitudine pionieristica della città di Rotterdam. Nel frattempo, il museo non smette di collezionare. “Benché negli ultimi decenni il museo abbia progressivamente ampliato la rosa dei maestri moderni”, scrive Kisters, “la maggior parte delle opere impressioniste e postimpressioniste, come anche i primi esempi di astrazione, è stata acquisita grazie ai rapporti instaurati con i collezionisti privati; in seguito alle loro donazioni oppure, come nel caso della collezione Van Beuningen, su interessamento del consiglio comunale. Nel complesso, la politica delle acquisizioni non può essere etichettata come marcatamente progressista. Gli stessi collezionisti che avevano acquistato questi capolavori lo avevano fatto negli anni Venti e Trenta, o talvolta già negli anni Dieci del Novecento, ma ben oltre il periodo in cui questi dipinti erano considerati rivoluzionari ed erano criticati per la loro presunta incompiutezza e i colori sgargianti. Resta innegabile che senza questi collezionisti il museo non sarebbe in possesso di una delle più belle raccolte di arte impressionista dei Paesi Bassi. Una collezione non può mai dirsi completa. Il Museum Boijmans Van Beuningen continua ad arricchire il proprio patrimonio, in parte grazie anche al contributo di mecenati e collezionisti contemporanei”.
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