È di invenzione relativamente recente il concetto di “repubbliche marinare”, formulazione che si deve a uno storico svizzero di nome Jean-Charles-Léonard Simonde de Sismondi e in particolare alla sua Histoire des républiques italiennes du moyen âge, che consegnò ai posteri un’espressione tanto fortunata quanto, come si sarebbe poi scoperto, problematica. Non era la prima né sarebbe stata l’ultima volta che la storiografia si trovava a forgiare un vocabolo nuovo per descrivere un fenomeno antico: era già accaduto con le “monarchie assolute”, con il “feudalesimo”, con i “regni romano-barbarici”, per esempio. Tutti concetti coniati ex novo, mai adoperati nelle epoche che avrebbero dovuto descrivere, eppure necessari per mettere a fuoco realtà storiche che soltanto uno sguardo posteriore e distanziato poteva finalmente illuminare nella loro interezza. Il caso delle repubbliche marinare non fa eccezione, ma presenta caratteristiche sue proprie, una traiettoria tumultuosa e per molti versi sorprendente, che vale la pena ripercorrere dall’inizio.
Sismondi era uno di quegli intellettuali europei dell’Ottocento innamorati dell’Italia con quella passione appassionata e un poco mitizzante che appartiene a chi osserva da fuori. Nella sua opera, pubblicata tra il 1807 e il 1818, egli usava il termine repubblica per designare in senso lato il libero comune italiano, quella straordinaria esperienza di autogoverno urbano che aveva caratterizzato la penisola nel basso medioevo. All’interno di questo universo comunale, lo storico svizzero individuava alcune città che si erano distinte per una vocazione particolare: quella marinara. Città che avevano costruito la propria grandezza sull’acqua, sul commercio d’oltremare, sull’espansione navale. Erano queste, nel pensiero di Sismondi, le repubbliche marinare. Il concetto però non era ancora del tutto definito, non era pienamente a fuoco. Mancava quella nitidezza di contorni che solo il tempo e le successive elaborazioni avrebbero saputo conferire. Ma la scintilla era accesa, e il fuoco avrebbe bruciato a lungo.
C’era tuttavia nel giudizio di Sismondi una distinzione importante, quasi un’implicita gerarchia di valori civili, che avrebbe pesato sulla fortuna successiva del concetto. Nelle pagine dello storico svizzero, le repubbliche marinare apparivano come entità fondamentalmente impegnate a combattersi a vicenda per questioni di espansione commerciale, di egemonia sui mercati, di controllo delle rotte. I liberi comuni, invece, avevano lottato insieme contro l’Impero, difendendo coraggiosamente la propria autonomia e libertà. Era una distinzione che poneva le città marinare in una posizione ambigua: protagoniste indiscusse della storia medievale italiana, certo, ma animate da un egoismo mercantile che le rendeva meno eroiche, meno comunitarie, meno adatte ad incarnare i valori di una nazione in formazione. “Il Risorgimento, infatti”, spiega lo storico Ermanno Orlando nel suo libro Le repubbliche marinare, “guardò con distacco e un certo sospetto alle città marinare italiane: nella sua retorica non c’era spazio per realtà troppo impegnate a costruirsi spazi di azione e di egemonia fuori dai confini patri e pertanto incapaci di contribuire alla narrazione comune di un’Italia in lotta per l’indipendenza e per la realizzazione di una unità statuale e culturale”. Le città marinare sembravano troppo prese dai propri affari, troppo dedite ai traffici e alle rivalità commerciali, per poter servire da specchio ad una nazione che si stava faticosamente costruendo una propria identità unitaria. La narrazione risorgimentale aveva bisogno di eroi collettivi, di comunità che avessero combattuto per l’indipendenza e l’unità, non di mercanti intraprendenti e bellicosi che avevano fatto del Mediterraneo il proprio cortile privato. E così, per qualche decennio, il concetto sismondiano rimase in una zona grigia, né del tutto dimenticato né pienamente valorizzato.
Fu con la nascita dello stato unitario che le cose cominciarono a cambiare, seppur lentamente e in modo ancora incerto. A svoltare il timone fu uno storico della nascente marina italiana, Camillo Manfroni, che sul finire dell’Ottocento rivolse l’attenzione non tanto alla dimensione repubblicana, del resto incompatibile con una giovane monarchia come quella italiana, dunque non alla dimensione politica, quanto semmai a quella marinara. Manfroni in particolare evidenziò i caratteri essenzialmente commerciali e militari di queste entità, la potenza delle loro marine, la loro capacità di proiettare forza e influenza nel bacino mediterraneo. Era un cambio di prospettiva non trascurabile: le repubbliche marinare cominciavano a perdere il loro sapore di esperienza costituzionale e politica per acquisire i contorni più robusti di potenze navali, di antesignane di quella talassocrazia che l’Italia nuova avrebbe dovuto rivendicare come propria eredità naturale.
Ma il vero salto di qualità, la piena maturazione del canone, avvenne in un’altra stagione politica, quella dell’Italia liberale prima e dell’Italia fascista poi, quando si cominciò, spiega Orlando, “a elaborare una consapevole e poi sempre più aggressiva politica di potenza mediterranea e di conquista coloniale che i processi di elaborazione del canone giunsero a piena maturazione. La nozione di repubbliche marinare era ormai pienamente sdoganata e poteva essere legittimamente declinata sia per sottolinearne la funzione storica in chiave imperialista sia per celebrarne i fasti e la missione colonizzatrice all’interno del Mediterraneo. Anzi, le città marinare erano diventate l’elemento naturale di congiunzione tra la Roma imperiale, di cui si voleva raccogliere l’eredità, sposandone appieno la dimensione talassocratica, e il destino di potenza coloniale che il fascismo si stava cucendo addosso. Nessuna meraviglia, dunque, se il regime attinse a piene mani alla memoria delle repubbliche marinare, facendone un potente strumento di propaganda e di elaborazione ideologica”.
Il fascismo poteva presentarsi come il legittimo erede di quella tradizione, il continuatore di quell’opera civilizzatrice che le repubbliche marinare avevano iniziato nel medioevo. Non è un caso, dunque, che proprio in quegli anni il concetto trovasse le sue più vistose incarnazioni iconografiche in edifici del regime. A Taranto, nel 1937, veniva inaugurata la Casa del Fascio progettata da Cesare Bazzani, uno degli edifici di quel tipo meglio conservati fino ad oggi. Il suo salone di rappresentanza, recentemente restaurato, costituisce un vero compendio visivo della mitologia fascista: un concentrato di simboli della presunta potenza militare, del genio e della laboriosità del popolo italiano. Gli affreschi furono eseguiti da Mario Prayer (Torino, 1887 – Roma, 1859), pittore formatosi all’Accademia delle Belle Arti di Venezia e poi trasferitosi in Puglia, dove si era affermato sia nella pittura monumentale di ambito istituzionale sia nella decorazione di dimore private. La città di Taranto veniva rappresentata negli affreschi insieme alle quattro repubbliche marinare, in una composizione che diceva molto sul significato simbolico attribuito a quella presenza. Taranto, città di mare per eccellenza, sede di una delle più importanti basi navali della penisola, trovava la propria legittimazione storica nell’accostamento con Amalfi, Pisa, Genova e Venezia, ovvero le quattro repubbliche “canoniche”, per così dire, entrate poi nel dopoguerra nella bandiera della Marina italiana, e raffigurate coi loro simboli (il Campanile del Duomo di Amalfi, la Torre di Pisa, la colonna del Leone di San Marco e la Lanterna di Genova) e i loro stemmi (sebbene con i colori non precisi: lo stemma di Genova, per esempio, è raffigurato con la croce bianca su campo rosso, quando dovrebbe essere l’inverso, e lo stesso vale per lo stemma di Pisa). Le pareti della sala raccontavano le arti, i mestieri, le scienze, ma anche le imprese militari italiane, dalla Prima Guerra Mondiale alla beffa di Buccari, al volo su Vienna di D’Annunzio. In questo affresco corale della grandezza italiana, le repubbliche marinare occupavano un posto d’onore, come radici lontane di una potenza che il presente fascista si incaricava di riportare alla luce.
Un discorso analogo vale per la Sala delle Repubbliche Marinare di Palazzo Chigi, la cui storia è particolarmente rivelatrice. Il Palazzo, che sarebbe diventato sede del Governo italiano solo nel 1961, era stato acquistato dallo Stato nel 1918 ed era stato destinato a sede del Ministero delle Colonie. I nuovi occupanti non si erano limitati a trasferirvi i propri uffici: avevano voluto imprimere sull’edificio segni forti della propria presenza e della propria missione istituzionale. Era già una pratica consolidata nella storia dell’architettura e dell’arte: appropriarsi di uno spazio attraverso le immagini, ridefinirne il significato attraverso la decorazione. Nella sala che si apre sulle scale verso la Biblioteca Chigiana, già ornata di un’elegante decorazione a grisaille di gusto settecentesco, il Ministero delle Colonie fece realizzare quattro grandi stemmi delle repubbliche marinare. Da quel momento, quella sala prese il nome di Sala delle Repubbliche Marinare, denominazione che è rimasta in uso fino ad oggi. Gli stemmi di Venezia, Genova, Pisa e Amalfi campeggiavano nella volta, visibili a chi saliva verso la biblioteca, in un contesto che mescolava l’elegante eredità decorativa del Settecento con la nuova simbologia coloniale e imperiale del dopoguerra (la Repubbliche marinare, in questo contesto, avrebbero simboleggiato la proiezione dell’Italia sul mare). Il messaggio era chiaro: l’Italia moderna aveva radici profonde e gloriose, che affondavano nel medioevo marinaro della penisola.
Ma come si era arrivati a stabilire che le repubbliche marinare fossero esattamente quattro, e precisamente quelle quattro, dunque Amalfi, Genova, Pisa e Venezia? La questione è meno scontata di quanto possa sembrare. Il processo di selezione e canonizzazione fu lungo, accidentato e non privo di resistenze. Fu determinante, in tal senso, una pubblicazione del capitano Umberto Moretti, al quale la Regia Marina aveva affidato nel 1904 l’incarico di scrivere la storia marittima di Amalfi. Il volume uscì con un titolo che era già un manifesto: La prima repubblica marinara d’Italia. Non si trattava di una semplice scelta editoriale: era una rivendicazione, un inserimento formale di Amalfi nell’elenco delle città marinare che contavano. Prima di quel momento, la città campana era rimasta ai margini delle varie liste che gli storici andavano componendo, in quello che si era già configurato come un dibattito sul numero e la composizione del gruppo. La presenza di Amalfi aveva anche un significato geografico e simbolico non trascurabile: bilanciava verso il sud del paese un elenco che altrimenti si sarebbe rivelato sbilanciato verso il centro-nord, con Genova, Pisa e Venezia a fare la parte del leone. Negli anni Trenta del Novecento, complice la crescente pressione ideologica del regime, si consolidò definitivamente l’elenco ristretto: Amalfi, Pisa, Genova e Venezia. Quattro città, quattro storie, quattro stemmi.
La consacrazione definitiva arrivò nel 1941, quando quegli stemmi furono inseriti nell’emblema araldico della Regia Marina. Era un gesto che sanciva, a livello di cultura visiva diffusa, la composizione e il significato del canone. Il vessillo, approvato nel pieno della guerra ma adottato ufficialmente solo nel 1947, rappresentò uno spartiacque nella storia del concetto di “repubbliche marinare”. Da quel momento in poi, le quattro repubbliche marinare erano non soltanto un’idea storiografica ma anche un simbolo visibile, riproducibile, immediatamente riconoscibile. La bandiera della marina portava su di sé il peso di quella storia e, insieme, la solidificava nell’immaginario collettivo. Nel 1955, quasi a completare il percorso di mitizzazione, le quattro città rappresentate nella bandiera diedero vita alla Regata delle Antiche Repubbliche Marinare, che avrebbe trasformato il canone storiografico in spettacolo, in rievocazione, in identità comunitaria vissuta e celebrata ogni anno.
Eppure, proprio mentre il concetto consolidava la sua presa sull’immaginario popolare, gli storici di professione cominciavano a prenderne le distanze. “Nell’immediato dopoguerra, in un clima culturale di accentuata ‘defascistizzazione’ e di superamento di ogni retorica imperialista”, scrive Orlando, “la produzione scientifico-divulgativa, peraltro assai prolifica e qualificata sull’argomento – in poco più di un decennio, dal 1951 al 1963, erano apparse le importanti sintesi di Marcantonio Bragadin, Arsenio Frugoni e Armando Lodolini –, aveva proceduto alla decostruzione del mito delle repubbliche, di cui non si era più inseguita la gloria, ma si era semmai voluto restituire la storia, soppesando per ognuna il ruolo avuto nella lunga e complessa vicenda mediterranea. Depotenziato di ogni carica ideologica e propagandistica, anche il canone storiografico era stato investito da critiche significative e crescenti. A suo sfavore giocava quella forzatura terminologica iniziale, che aveva accomunato sotto la medesima espressione – repubblica – quattro realtà tra loro disomogenee e difficilmente riconducibili, sotto l’aspetto costituzionale, a unità”.
Fu Arsenio Frugoni a dare la formulazione più netta del problema, con una brutalità critica che aveva il pregio della chiarezza: si dovrebbe dire “città marinare”, più che repubbliche, perché non ebbero tutte regime repubblicano. Se il termine repubblica era improprio, se le quattro città non potevano essere accomunate sotto questa etichetta senza forzature evidenti, allora l’intero impianto concettuale perdeva la sua solidità. E, una volta accettata questa premessa, la questione del numero diventava irrilevante: perché fermarsi a quattro? Perché non includere altre città che avevano avuto una simile vocazione marinara, come Noli, Ancona, Gaeta? Non a caso, nei lavori successivi le repubbliche si moltiplicarono, fino ad arrivare a dieci nel contributo del Lodolini.
A quasi due secoli dalla sua invenzione, il concetto sismondiano mostrava dunque tutte le sue fragilità. Nato come intuizione felice, cresciuto grazie all’abbraccio del nazionalismo e del colonialismo, arricchito e deformato dalla retorica fascista, il canone delle repubbliche marinare si trovava ora di fronte al giudizio severo della storiografia professionale. Ma il grande pubblico non aveva seguito questa traiettoria critica. Per la gente comune, per il cittadino che guardava la bandiera della marina, per il turista che assisteva alla regata, le repubbliche marinare restavano, e restano tuttora, un concetto vivo, immediato, carico di fascino. Amalfi, Pisa, Genova e Venezia continuavano (e continuano) a evocare un passato glorioso, un’Italia capace di dominare i mari e di costruire civiltà sulle acque. Quella delle repubbliche marinare, ed è ancora oggi, una narrazione potente, capace di sopravvivere alle sue stesse contraddizioni.
Per inviare il commento devi
accedere
o
registrarti.
Non preoccuparti, il tuo commento sarà salvato e ripristinato dopo
l’accesso.