Si potrà contestare di tutto a questa Biennale di Venezia, meno che la riuscita del capolavoro di strategia involontaria di Pietrangelo Buttafuoco, ripagato dai numeri più profumati che il presidente potesse sperare: 10mila visitatori durante il solo primo giorno d’apertura, il dieci per cento in più rispetto a due anni fa, 3.733 giornalisti di cui il 70% della stampa internazionale (fanno, dunque, circa 900 professionisti della stampa patria: su dov’è che svernino il resto del biennio, converrà semmai riparlare), cui vanno aggiunti gli altri 24mila accreditati a vario titolo (è risaputo che da tempo la qualifica di vip non si nega più a nessuno), che salgon sulle giostre del luna park Biennale nei giorni in cui dovrebbero lavorare gli operatori del settore. Non fosse stato per le polemiche, le proteste, i cortei, le visite degl’ispettori, le liti interministeriali, le lettere di richiamo, le minacce, gli scontri, gl’incontri, i ritiri, i padiglioni un po’ chiusi un po’ aperti un po’ traslocati, i leoni, le azioni, le dimissioni, gli striscioni, le petizioni, le manifestazioni, gli appelli e gl’interpelli, i primi giorni della Biennale del 2026 sarebbero scivolati via come i vaporetti che solcano le acque del bacino di San Marco: una roba di cui senti il rumore solo se ci sali sopra, ma di cui manco t’accorgi se passeggi sulle rive. Gli italiani, diceva Berselli, hanno voglia di chiacchiere e quindi si son subito buttati a far la coda il primo giorno d’apertura consentendo alla manifestazione d’uscire già stamani coi comunicati che titolano “pubblico in crescita”.
I tg regionali e i quotidiani locali che si son destati per l’inaugurazione non si son fatti pregare per intercettare i portavoce di quel “pubblico in crescita”: il Corriere del Veneto, per esempio, offre un ottimo campionario del sentimento popolare. C’è chi ripete che “l’arte non va politicizzata”. Chi dice che l’arte dovrebbe essere come lo sport (speravamo che s’intendesse atletica, muscolare, prestante, e invece tocca rimaner delusi, poiché molto più romanticamente la si vorrebbe libera). Chi è incredulo perché il padiglione della Russia rimarrà chiuso per tutta la durata della Biennale in ottemperanza alle sanzioni europee che colpiscono la federazione (il pubblico non si preoccupi, abbiamo avuto modo di vedere il padiglione nei giorni dell’anteprima per la stampa e il risultato è stato quello che gli addetti ai lavori chiamano, in gergo tecnico, una cagata: un festival che alternava gruppi folk impegnati in sessioni di balalaika e dj sconosciuti convocati a suonare musica techno, con pochi sfaccendati a zompettare davanti al mixer: c’era più coda al piano superiore, allestito a open bar in cui si servivano generosi highball in plastica di gin tonic a ufo, basterà come operazione simpatia?). Al TG Rai del Veneto, un passante placcato dal microfono prova a dire: “preferirei che fossero le persone del settore a dare l’opinione più giusta”. Posizione novecentesca, posizione vintage, posizione che per taluni sarà anche ineccepibile, certo, ma il fatto è che non si capisce bene quale sia il settore: della Biennale di Venezia, in questi giorni, sui media generalisti hanno parlato tutti fuorché le persone del settore arte. Si prenda il programma di Gramellini su La7: quasi un’ora di trasmissione sulla Biennale, con interventi di Rosi Bindi, Giovanna Botteri, Carlo Calenda, Maurizio De Giovanni e Alessandra Sardoni, ovvero grosso modo gli stessi che la settimana prima parlano della crisi dello stretto di Hormuz e quella dopo del livello di percezione di sicurezza nelle città italiane (al limite può cambiare il politico d’opposizione o lo scrittore di bestseller, ma la sostanza rimane immutata). L’unico addetto ai lavori che Gramellini ha in casa, ovvero Jacopo Veneziani, è stato esiliato, al solito, nel suo angolo colorato, nel suo intervallo carnascialesco, relegato al ruolo di conduttore dell’intermezzo, dell’orpello, del momento d’alleggerimento, quale è del resto il destino dell’arte in televisione: una parentesi, una specie di ricreazione, cinque minuti e poi basta ché nella stanza devono rientrare gli adulti a parlare di cose serie.
Di arte alla Biennale, insomma, è difficile sentir parlare, a meno che non s’indugi sulle baracconate del Padiglione dell’Austria col suo azionismo ritardatario che, rispetto all’azionismo di sessant’anni fa, oramai si limita a divertire (o, al più, a fornire materiale per le fotocamere del pubblico), o del Padiglione del Giappone che però è di sicuro il più onesto di tutta la manifestazione in quanto ben allineato alla politica e alla pubblicità che trattano il pubblico come fosse composto esclusivamente da cinquenni (e qui però l’intento è scoperto: l’artista, o chi per lei, consegna ai visitatori un bambolotto di cui occorre fingere di prendersi cura dall’inizio alla fine del percorso). Di tutto il resto, della mostra di Koyo Kouoh, delle collaterali, dei padiglioni appena appena più interessanti, nessuno dice, nessuno sa, neppure questo articolo, in cui non verrà nominato un solo artista: l’arte, non tanto in quanto oggetto critico, ché sarebbe troppa grazia, ma anche banalmente come oggetto di cui abbozzare una sia pure superficiale descrizione, è confinata alle testate di settore.
Non che sia una novità: fuori dai contorni, la Biennale di Venezia fa fatica a esistere. Eppure è una manifestazione che ha un pubblico internazionale, è la principale mostra d’arte al mondo, alimenta un circolo sterminato di mostre concomitanti, adiacenti, parallele (sul fatto che le cose più interessanti che ci sono adesso a Venezia siano pressoché tutte fuori dal circuito della Biennale, converrà semmai riparlare), movimenta centinaia di migliaia di persone. La Biennale del 2024 s’era chiusa con oltre 700mila visitatori: sono tanti, certo, se presi come numero a sé stante, cifra che nessun’altra mostra è in grado di raggiungere. Sono pochi se si prova invece a scalfire appena un poco la superficie: sono scarsi se si considera che il pubblico è in buona parte internazionale, sono miseri se si pensa che un evento di così larga portata dovrebbe attirare quanto meno l’intero pubblico “di prossimità” (come lo chiamano quelli che fanno marketing turistico), sono niente se rapportati, per esempio, al mezzo milione della mostra di Van Gogh a Roma di quattro anni fa (e lasciamo stare il Salone del Mobile o il Lucca Comics che chiamano trecentomila persone in una settimana: non abbiamo i mezzi per capire cosa accadrebbe se fossero spalmati lungo sei mesi come la Biennale).
C’è una certa diffidenza nei riguardi dell’arte contemporanea, ovvio (è ancora in corso la conta dei danni provocati da Alberto Sordi). C’è la percezione che l’arte contemporanea sia un qualcosa che non riguarda il pubblico dei pensionati, degl’impiegati amministrativi, delle coppie col passeggino, degl’insegnanti di scuola media in libera uscita, degli artigiani col giorno libero, ovvero di tutto quel pubblico che consente anche la nostra sopravvivenza e verso il quale chiunque lavori a vario titolo nell’arte dovrebbe dimostrare un minimo sindacale di riconoscenza. C’è, naturalmente, una manifestazione evidentemente poco attraente, priva di grandi nomi (quelli che adesso sono a Venezia, sono tutti fuori dalla Biennale: da Marina Abramovic ad Anish Kapoor, da Jan Fabre a Jenny Saville, da Jordan Roth a David Salle). C’è una manifestazione frammentata nel tempo, che per sua natura parla soprattutto ad altri artisti, a curatori, a collezionisti, ad accademici, ad appassionati, ad altri addetti ai lavori. C’è il fatto che le arti visive hanno perso da decenni il ruolo d’arte dominante, superate di gran slancio dal design, dalla moda, dal cinema, dalla musica, e di conseguenza c’è anche un mondo economicamente poco rilevante rispetto al design, alla moda, al cinema, alla musica, un mondo privo dell’ecosistema pubblicitario gigantesco che alimenta la copertura di altre forme d’arte. C’è un settore che in Italia, rispetto ad altri paesi, annaspa in mezzo alle ambasce di cui ogni addetto ai lavori è perfettamente avveduto.
Dacché Biennale è Biennale, la Biennale è sempre stata avulsa, lontana, restia, racchiusa, sussiegosa, distratta, internazionale, poliglotta. E cioè tutto quello che i nostri media abitualmente faticano a masticare. Malgrado, certo, si corra il rischio di veder nella Biennale un grande parco divertimenti autoreferenziale, un’alternativa alla gita a Gardaland (è che forse non tutti ancora devono aver appreso la notizia). Di Biennale si parla di più all’estero che in Italia. Se quest’anno di Biennale s’è parlato un poco più degli altri anni, è perché Buttafuoco l’ha trasformata in una Biennale rumorosa, accanita, discordante, chiacchierona, separatista, potabile, strapaesana, attentissima (e s’aggiunga poi che le pasionarie dimissionarie della giuria e gli artisti scissionisti ci han messo del loro, e l’hanno trattata come una sagra della porchetta qualsiasi). Di conseguenza, la Biennale di quest’anno prospera, almeno in questi giorni, col sottofondo d’un brusio continuo dove tutti intervengono, tutti prendono posizione, tutti litigano, mentre le opere continuano a far quello che han sempre fatto: la scenografia, il pretesto, il rumore bianco delle interminabili baruffe chiozzotte che appassionano il pubblico pagante. Non è però una grande novità: la Biennale è sempre stata pervicacemente appartata, sdegnosamente taciturna, malgrado tutti i buoni propositi e tutte le check list di chi preferirebbe una Biennale più vicina al sentire comune. Non sarà così manco stavolta: la Biennale tornerà a smettere i panni della festa paesana per tornare a esser la solita, silenziosissima per conventicole e appassionati, accadrà giusto tra poche ore. Basterà aspettare.
L'autore di questo articolo: Federico Giannini
Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).
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