A casa dell'artista Flavio Favelli: matrimoni impossibili di oggetti dimenticati

Plus!

2012, Quinta puntata

È un argomento che esula un po' dai temi consueti di Plus!, ma nell'arte del contemporaneo Flavio Favelli possiamo ritrovare esperienze e suggestioni provenienti da ogni parte del mondo e da ogni secolo della storia dell'arte: dalla sapienza artigiana della millenaria tradizione italiana ai ready-made dadaisti passando per la pop-art. Riccardo ha visitato l'atelier dell'artista e ce lo racconta in questo articolo.

Era una domenica uggiosa, il cielo scuro. Così scuro che gli alberi tipici dell'appenino bolognese si stagliavano come in un quadro di Rembrandt. Vedere le opere di un artista in un museo rende a tutti il compito più semplice – o meglio – semplificato. Vi è già stato infatti il curatore che ha fatto una selezione, vi è un catalogo, vi sono pannelli più o meno ben fatti che guidano nella spesso criptica lettura. Sabato 13 ottobre siamo stati col gruppo giovani del FAI a casa di Flavio Favelli, artista-artigiano che, stanco dei grandi rumori delle città (e degli alti affitti), ha deciso di eleggere Savigno come ritiro silenzioso e placido ove creare.

Favelli è uno storico, non ha alcuna formazione da Accademia di Belle Arti, e lavora con “le cose” che spesso compra da rigattieri o da curiosi collezionisti. Poi le assembla seguendo un suo gusto personalissimo senza necessariamente rifarsi a nessun predecessore o collega. Un capannone bianco al cui interno vi è di tutto. E' la fucina in cui lui plasma oggetti di vario genere. Bottiglie di FANTA (icone pop), testiere di letti, cornici polverose, scritte al neon, luminarie da festa paesana e tanti frammenti di lampadari di Murano. Ci accoglie verso le 16 nel capannone dove le sue idee cominciano a prendere vita e forma e ci racconta un po' il suo modo di operare. Prendere un oggetto, farlo a pezzi, riassemblarlo, agganciargli neon e con essi illuminarlo sono tutti processi che possono ascriversi al modus operandi del ready made che ha come nume tutelare il grande Duchamp. Nel capannone vi è un'opera che è ancora in fase di gestazione: un lampadario di Murano montato assieme a frammenti lignei di luminarie anni '70 e a neon emananti una luce freddissima. In fondo, un'intera parete di bottiglie di Martini forse prese da qualche soffitta alla Gozzano.

Io amo le cose, gli oggetti che trovo” dice l'artista “e passo intere nottate su eBay. E' una mia grande passione: non so se sia anche la vostra”. Per lui il concetto chiave è il ri-uso senza dare però a quegli oggetti una funzione ben precisa. “Ho provato anche a fare dei bar ma il design ha troppe limitazioni legate alle dimensioni e alla funzione. Io faccio arte. L'artista a mio avviso continua anche oggi a produrre pezzi unici”. La riproducibilità tecnica non l'ha assolutamente affascinato e resta in questo il classico artista-artigiano, l'artista che crea con le sue mani; concetto che va contro al Minimal americano, contro alle serigrafie di Warhol... a tutto quel mondo, insomma, che si colloca sotto l'egida della bandiera a stelle e strisce e che ha colonizzato l'Europa a partire dal 1947. Non si danno ovviamente giudizi di carattere politico, si fanno solo constatazioni di carattere storico: a partire dal piano Marshall l'America ha, con l'arte-comunicazione, dato un forte imprinting alla produzione degli artisti europei che, volenti o nolenti, hanno dovuto adeguarvisi. Favelli dunque lavora con oggetti scartati da altri o che altri vogliono vendere; questo è il medium dei sui lavori che poi si tramutano in arte-fatti. Oggetti che stupiscono per l'accostamento ardito e arguto di cose che nessuno si sarebbe mai immaginato di vedere assieme. Matrimoni impossibili di oggetti abbandonati.

La seconda parte del pomeriggio è stata passata nella sua casa. Qua si vedono già opere finite e dunque il tutto prende forma con maggiore nitidezza. Le opere più affascinanti sono state da lui realizzate non con piccoli oggetti, ma con oggetti piccolissimi. Molti suoi quadri sono fatti con francobolli italiani (anche qua non pare casuale la scelta di un artista che è italiano) organizzati su di una superficie per colore. I francobolli diventano pixel cartacei capaci di tramutare una superficie piatta in una nuance in movimento. Il movimento compare in dette opere anche come concetto molto forte se si pensa che egli stesso ha voluto sottolineare che molti di quei francobolli hanno attraversato l'Italia, hanno viaggiato.

Accanto all'uso del francobollo colpisce l'uso delle carte dei cioccolatini. Nessuno ha mai guardato la carta. Tutti noi siamo più interessati a un cremino o a un gianduiotto che alla carte che li avvolgono. Favelli no. Egli tiene quelle carte, le usa come palette cromatica per creare collage metallizzati dal gusto retrò. Vedere in casa sua pile di francobolli divise per colori fa saltare alla mente quello che si legge sugli amanuensi medievali. Dare valore al tempo, dare valore alla riflessione ci fa uscire dalla roboante velocità del mondo in cui viviamo.

Operare con gli oggetti usati, con le piccole cose fa di Favelli un artista-poeta. Un artista capace di trovare in tutto un valore che deve essere svelato. Ogni oggetto ha una storia da raccontare; noi la ignoriamo, gli artisti no. L'artista contemporaneo – quello vero – ha spesso la funzione di farci una cronaca del presente usando l'ésprit de finesse e quello di svelarci misteri a cui noi non avremmo mai pensato. Gli artisti più gettonati, quelli da copertina di Newsweek per intenderci, a volte sono lì perché hanno avuto curatori molto scaltri e compratori molto ricchi. Questo però è il mercato dell'arte e non l'arte (che oggi in svariati casi coincidono). Pure questa sarebbe una storia avvincente da raccontare.

Riccardo Zironi