Il Fantastic Planet di Andrea Bianconi, atmosfere sognanti e un viaggio tra Inferno, Purgatorio e Paradiso


Recensione della mostra 'Andrea Bianconi. Fantastic Planet. Inferno Purgatorio Paradiso', al CAMeC (La Spezia), dal 23 giugno al 30 settembre 2018.

Per Andrea Bianconi (Arzignano, 1974) tutto ha una direzione. Quando camminiamo, pensiamo, discutiamo, mangiamo, dormiamo, facciamo l’amore, compiamo la più semplice delle azioni quotidiane o progettiamo la più complessa decisione della nostra vita, ci muoviamo seguendo una direzione. Camminiamo guidati da una freccia, per utilizzare il simbolo forse più caratteristico dell’immaginario e del repertorio figurativo di Andrea Bianconi. Una freccia, perché forse nessun altro segno meglio di lei è in grado di rifarsi metaforicamente alla costante dialettica tra libertà e vincolo. L’artista aveva maturato queste riflessioni anni fa, a New York: racconta che erano giornate di caldo opprimente, la casa era una sorta di forno, le finestre sempre aperte davano sulla stazione degli autobus di Port Authority, e lui vedeva le persone che entravano e uscivano dalla stazione a tutte le ore del giorno. “Una sovrapposizione di vite, una mappa in continua costruzione e decostruzione, in continua trasformazione”. Bianconi immaginava le persone come frecce: libere di scegliere una direzione, ma obbligate a rispettarla (non s’è mai vista, del resto, una freccia che non rispetta la sua direzione). Da quelle idee era nata Traffic light, una performance presentata nel 2008 a Houston per la prima volta (ma, occorre specificarlo, le mere ripetizioni sono cosa rara se non impossibile nell’arte di Bianconi: lui le soffre come un limite). Era una delle prime occasioni in cui la freccia aveva ruolo da protagonista.

La sua nuova personale, al CAMeC (La Spezia), è tutta un muoversi seguendo frecce alla ricerca di quel Fantastic Planet che dà il titolo all’esposizione. Fantastic Planet: due parole che erano entrate, quasi con prepotenza, nella mente di Andrea Bianconi mentre lui, semplicemente, disegnava frecce. “Disegnavo direzioni di sguardi e direzioni di linguaggi”, ha detto, “continuavo a cercare unici sguardi e poche parole”. Quando ecco apparire le due parole: Fantastic Planet. Inizia a scriverle di seguito e in maniera ossessiva, diventano oggetto d’una performance che s’è tenuta sempre a Houston, nel 2016, e d’una mostra che s’è chiusa a Milano la settimana scorsa. Qui, negli spazî della Nuova Galleria Morone, i visitatori erano invitati a sedersi su di uno sgabello al centro d’una stanza le cui pareti erano state ricoperte con le due parole Fantastic Planet riportate di continuo su quasi tutta la superficie del muro. Obiettivo era spronarli a domandarsi se il loro pianeta fantastico da qualche parte esistesse, e quindi a cercarlo. A intraprendere, in sostanza, una specie di viaggio dentro se stessi.

Ed è lo stesso Andrea Bianconi a presentare la sua mostra spezzina come un viaggio. Ma non c’è la retorica dei tanti artisti che, a corto d’idee, ripiegano sulla facile tematica del viaggio. La mostra dell’artista veneto è estremamente coerente col suo percorso artistico, è la prosecuzione d’un itinerario già tracciato, è summa di diverse esperienze, è insieme di suggestioni proprie d’un artista colto: c’è il flusso di coscienza del Finnegans Wake di Joyce, c’è l’omaggio (esplicitato in una mostra del 2016) ad Alighiero Boetti e al suo Mettere al mondo il mondo, vi si possono trovare i paradossi di Beuys, il concetto sartriano di libertà (non si può pretendere la propria libertà se non si vuole anche quella degli altri), le bizzarrie e l’indipendenza del gruppo Co.Br.A. (soprattutto Alechinsky), le ricerche dei pittori del segno da Capogrossi in poi. E ovviamente c’è il riferimento alla Commedia di Dante, non foss’altro per il fatto che il Fantastic Planet di Bianconi passa attraverso Inferno, Purgatorio e Paradiso.

Andrea Bianconi, Trap for clouds (2011; installazione con gabbie, dimensioni variabili; courtesy AmC Collezione Coppola, Vicenza)
Andrea Bianconi, Trap for clouds (2011; installazione con gabbie, dimensioni variabili; courtesy AmC Collezione Coppola, Vicenza). Ph. Credit Enrico Amici


Vista della sala dell'inferno alla mostra Fantastic Planet (La Spezia, CAMeC)
Vista della sala dell’inferno alla mostra Fantastic Planet (La Spezia, CAMeC)


Vista della sala del paradiso alla mostra Fantastic Planet (La Spezia, CAMeC)
Vista della sala del paradiso alla mostra Fantastic Planet (La Spezia, CAMeC)

La commedia di Bianconi però parte da presupposti ben diversi rispetto a quella dantesca. Non c’è nessuna diritta via dalla quale deviare per smarrirsi: l’alternativa, per l’artista veneto, è sempre un’opportunità. “Nel lavoro di Andrea Bianconi”, ha scritto la curatrice della mostra al CAMeC, Vittoria Coen, “si percepisce una forza continua e aperta alle possibilità, ai cambiamenti, che nel corso della nostra vita ci vedono coinvolti. Senza alcun preconcetto, l’artista ci conduce, passo dopo passo, in una direzione, ma ci propone anche un’alternativa”. Così anche l’Inferno di Bianconi non è un inferno simile a quello orrido e violento che potremmo immaginarci: è, semmai, una sorta d’inferno esistenziale. È l’ansia determinata dalla nostra realtà quotidiana, sono i dubbî che ci assalgono durante la vita di tutti i giorni, è la nostra esitazione nell’affrontare certe scelte, è il buio entro cui spesso ci muoviamo: tutto, nell’inferno di Bianconi, tende a comunicare questo aspetto, a partire dai grandi dipinti neri che simboleggiano la nostra cecità ma che, visti da vicino in controluce, svelano una fitta trama di frecce (a significare che anche nella notte più profonda esiste comunque una direzione da seguire), ci sono le mappe fatte d’oggetti d’uso comune intrappolati sotto a colate di vernice grigia (forbici, bottoni, anelli, squadre, righelli, macchinine e trenini elettrici), ci sono le gabbie che il pubblico ha modo d’apprezzare per le scale del CAMeC con la sognante installazione Trap for clouds (“Trappola per nuvole”), e che sono tipiche del linguaggio dell’artista (i visitatori si riflettono negli specchi che Bianconi vi ha posto, col risultato che si trovano davvero ingabbiati), e c’è anche Too Much, la singolare installazione sonora che assomma le sette canzoni che hanno sottolineato i momenti importanti della vita di Andrea Bianconi (per la cronaca: il Nessun dorma interpretato da Pavarotti, Meraviglioso di Domenico Modugno, Blowin’ in the wind di Bob Dylan, I am what I am di Gloria Gaynor, Man in the mirror di Michael Jackson, Extraterrestre di Eugenio Finardi e I say a little prayer di Aretha Franklin). Tutte riunite in un’unica traccia per provare a capire se tutti i momenti della propria vita possano unirsi in un singolo momento. L’effetto è straniante: esattamente come quando pensiamo a tanti ricordi, tutti nello stesso istante.

Nella sala successiva si passa al Purgatorio. S’abbandona il nero e giunge il grigio: nella facile simbologia di Bianconi è il colore della sospensione, della via di mezzo, dello stallo. È il luogo in cui trionfa il disegno, pratica che si colloca a metà strada tra l’idea e l’opera finita. Un’intera parete è colma dei disegni cui Bianconi ha affidato le proprie idee: pennuti e pesci in forma di frecce, vasi che comunicano, frecce che si trasformano, incredibili ragni-freccia, persino una poesia dedicata alla freccia. “Il disegno”, ha dichiarato l’artista in un’intervista rilasciata a Catherine de Zegher nel 2017, “è l’inizio, il sentiero, il viaggio. Disegno in continuazione, ovunque. Spesso mi trovo a disegnare mentre parlo. Nella mia vita, disegnare è come tracciare una serie di cerchi concentrici, coinvolge tutto, è costruzione e decostruzione”. Ma non solo: disegnare “permette di creare connessioni imprevedibili”, consente “di trovare una relazione tra le cose, tra due modi di sentire o tra due culture diverse”, è come “svegliarsi all’improvviso e aprire gli occhi per la prima volta”, e il disegno è “figlio della mano e padre della memoria”. E poi ci sono le Tunnel City, sofisticate tele dove la spinta immaginifica di Andrea Bianconi prende la forma di grovigli di frecce che indicano le infinite direzioni che la nostra esistenza può prendere (e il tunnel diventa, di nuovo, metafora dell’esistenza stessa). Infine, una tela bianca con frecce nere, tutte puntate verso l’alto, indica, alla fine del viaggio, la direzione verso il paradiso.

Andrea Bianconi, In Between (2014; gabbia e specchio/cage and mirror, 69 x 43 x 45 cm; courtesy Barbara Davis Gallery, Houston TX, USA)
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Andrea Bianconi, In Between (2014; gabbia e specchio, 69 x 43 x 45 cm; courtesy Barbara Davis Gallery, Houston TX, USA). Ph. Credit Enrico Amici


Andrea Bianconi, In Between (2013; gabbia e specchio, 158 x Ø 30 cm; courtesy Dream Collection, Vicenza, New York). Ph. Credit Finestre sull'Arte
Andrea Bianconi, In Between (2013; gabbia e specchio, 158 x Ø 30 cm; courtesy Dream Collection, Vicenza, New York). Ph. Credit Finestre sull’Arte


Andrea Bianconi, Map 13 (2013; tecnica mista su tela/mixed media on canvas, 180 x 145 cm; collezione privata/private collection, Verona)
Andrea Bianconi, Map 13, dettaglio (2013; tecnica mista su tela, 180 x 145 cm; collezione privata/private collection, Verona). Ph. Credit Finestre sull’Arte


Andrea Bianconi, Too much (2015; fotografia e audio, 54 x 44 cm; courtesy Dream Collection, Vicenza, New York)
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Andrea Bianconi, Too much (2015; fotografia e audio, 54 x 44 cm; courtesy Dream Collection, Vicenza, New York). Ph. Credit Finestre sull’Arte


Andrea Bianconi, Purgatorio (2018; inchiostro su tela, 90 x 90 cm; courtesy Barbara Davis Gallery, Houston TX, USA)
Andrea Bianconi, Purgatorio (2018; inchiostro su tela, 90 x 90 cm; courtesy Barbara Davis Gallery, Houston TX, USA)


Andrea Bianconi, Tunnel City Grey (2018; inchiostro su tela, 100 x 100 cm; courtesy Barbara Davis Gallery, Houston TX, USA)
ndrea Bianconi, Tunnel City Grey (2018; inchiostro su tela, 100 x 100 cm; courtesy Barbara Davis Gallery, Houston TX, USA)


Andrea Bianconi, Tunnel City Grey, dettaglio
Andrea Bianconi, Tunnel City Grey, dettaglio


Alcuni disegni di Andrea Bianconi
Alcuni disegni di Andrea Bianconi


Andrea Bianconi, (Paradiso) (2018; inchiostro su tela, 40 x 30 cm; courtesy Barbara Davis Gallery, Houston TX, USA)
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Andrea Bianconi, (Paradiso) (2018; inchiostro su tela, 40 x 30 cm; courtesy Barbara Davis Gallery, Houston TX, USA)


Andrea Bianconi, (Paradiso), dettaglio
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Andrea Bianconi, (Paradiso), dettaglio

E il Paradiso appare, finalmente, nella sala successiva. I visitatori sono accolti da una grande ala: Bianconi gioca sul fatto che il termine che in inglese indica il disegno, drawing, contiene la parola wing, “ala” (il disegno è dunque movimento e libertà). L’ala è l’unico elemento dai connotati religiosi nell’empireo dell’artista vicentino. Ci troviamo infatti in un mondo in cui l’armonia è garantita dall’incontro tra gli opposti generati dai suoi Paradisi terrestri, tele dove le frecce si scontrano, si trovano, scappano, si rincorrono, s’incontrano in un movimento vorticoso che l’artista ha tracciato a occhi chiusi, d’istinto, come per tornare a una dimensione primordiale nella quale il segno diviene quasi un prodotto dell’inconscio, del sentire più profondo dell’artista. Ecco quindi che il Paradiso diventa tutt’altro che meta finale del viaggio: è un luogo di creazione e di meditazione, che rappresenta nient’altro che un’ulteriore tappa nel cammino di conoscenza intrapreso dall’artista.

Un cammino che, sul finire dell’esposizione, dopo averci fatto apprezzare l’imponente wall drawing, un grande disegno su parete site specific ch’è quasi una sorta di riassunto del viaggio tra i tre mondi ultraterreni, ci porta dentro una stanza completamente buia per proporci un nuovo viaggio, questa volta dentro di noi. Siamo soli, in una camera di decompressione, non possiamo guardare da nessuna parte perché tutto è cupo: c’è solo, sul fondo della sala, un lightbox in alluminio con intagliata una miriade di frecce (City Map) che c’invita a guardare all’interno di noi stessi nel buio e nel silenzio della sala. Ci si volta, e sul fondo della sala l’installazione Hole fa apparire la “mappa” dietro di noi, come se ci stesse illuminando, come se avessimo trovato la nostra direzione. L’effetto è pressoché irriproducibile in fotografia: occorre recarsi dal vivo a vederlo.

Andrea Bianconi, Paradiso terrestre 2, dettaglio (2017; inchiostro su tela, 80 x 70 cm; courtesy Barbara Davis Gallery, Houston TX, USA)
Andrea Bianconi, Paradiso terrestre 2, dettaglio (2017; inchiostro su tela, 80 x 70 cm; courtesy Barbara Davis Gallery, Houston TX, USA)


Andrea Bianconi, Drawing 1 (2018; inchiostro su tela, 150 x 150 cm; courtesy Barbara Davis Gallery, Houston TX, USA)
Andrea Bianconi, Drawing 1 (2018; inchiostro su tela, 150 x 150 cm; courtesy Barbara Davis Gallery, Houston TX, USA)


Andrea Bianconi, Where (2018;
wall drawing a inchiostro 54 X 861,5 cm)
Andrea Bianconi, Where (2018; wall drawing a inchiostro 54 X 861,5 cm). Ph. Credit Enrico Amici


Andrea Bianconi, City Map (2017; lightbox in alluminio, intaglio, 192 x 142,5 cm; courtesy Dream Collection, Vicenza, New York)
Andrea Bianconi, City Map (2017; lightbox in alluminio, intaglio, 192 x 142,5 cm; courtesy Dream Collection, Vicenza, New York)


Andrea Bianconi, Hole (2018; inchiostro su specchio con cornice, 66,5x57 cm; courtesy Barbara Davis Gallery, Houston TX, USA)
Andrea Bianconi, Hole (2018; inchiostro su specchio con cornice, 66,5x57 cm; courtesy Barbara Davis Gallery, Houston TX, USA)

Dov’è, dunque, il Fantastic Planet di Andrea Bianconi? L’artista lascia la risposta ai visitatori. “Il suo Fantastic Planet”, scrive Vittoria Coen, “è anche un punto di domanda, una messa in dubbio che l’artista rivolge a se stesso e a tutti noi [...]. Bianconi ci sollecita, ci esorta, quasi, ad interrogarci, in una relazione di causa ed effetto in cui l’opera appare come un ecosistema, un luogo, ricco di proposte e di proposizioni che ci fanno da pungolo [...]”. Il Fantastic Planet di Andrea Bianconi è incontro e scontro, idea e concretezza, sogno e realtà, è un’infinità di possibilità, è legato alla dimensione del ricordo ma è profondamente radicato nel presente ed è uno sprone per il futuro, è esperienza, è bellezza e bruttezza. In sostanza, nel Fantastic Planet di Andrea Bianconi “tutto è arte e tutto è vita”, anche perché forse non esiste un solo Fantastic Planet: probabilmente, i pianeti fantastici sono infiniti. Chiunque osserva una sua opera, troverà di sicuro motivi per riconoscersi nei suoi pianeti fantastici, o troverà un innesco per arrivare (o tornare) al proprio pianeta fantastico. Le sue opere coinvolgono profondamente il riguardante, riescono a stabilire con chi le guarda un dialogo fecondo, prendono gli osservatori per mano e riescono a dar vita a uno straordinario, delicato processo d’immedesimazione.

Questo anche perché l’arte di Andrea Bianconi è facile, semplice, fino a sfiorare, ma solo in apparenza, la banalità (perché in realtà la sua è un’arte colta e profonda). Ed è al contempo un’arte dotata d’una grande forza interiore e soprattutto d’una grande concretezza: Bianconi non è uno svenevole sognatore che vive tra castelli di nuvole, ma è un artista perfettamente consapevole che esiste una realtà quotidiana con cui fare i conti. Certo: Bianconi sicuramente vorrebbe vivere fuori dalla realtà. Ma questo è impossibile, per lui come per tutti: l’arte è dunque, per Bianconi, non un modo per elevare la realtà, come hanno provato a fare altri artisti, ma un modo per proteggersi dalla realtà (anche le gabbie assolvono a questa simbolica funzione di protezione: l’esempio è quello delle biblioteche che custodiscono volumi antichi) e, soprattutto, per provare a migliorarla. Questo è forse il senso più alto dell’arte di Andrea Bianconi.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left.

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