Prospettiva, umanità, bellezza: la meravigliosa arte di Melozzo da Forlì

La nota

2011, Quinta puntata

Nell'approfondimento di oggi, Ambra ci descrive in modo rapido e raffinato le caratteristiche che hanno reso unica l'arte di Melozzo da Forlì: scopriamo quindi i rigorosi scorci prospettici, l'umanità dei volti e l'incredibile bellezza che contraddistingue le poche opere d'arte che ci sono rimaste del grande genio romagnolo del Rinascimento.

È dalla sua città natale che Melozzo degli Ambrogi prese il soprannome, colui che lasciata la sua dolce Romagna si trasferì ad Urbino dove apprese l'eccellente arte di Piero della Francesca.
Non molto tempo trascorse prima che il giovane Melozzo imparasse quella che da tutti fu considerata la grande innovazione del rinascimento italiano, lei che dal seme della scienza prende vita per riprodure fedelmente la realtà.

Altro non è che la prospettiva, realizzata finemente da Melozzo attraverso impasti cromatici densi e luminosi che conferiscono ai sui dipinti quella lucentezza che più che umana pare divina.
Quel suo gusto per la rappresentazione scenografica e prospettica fu talmente ammirato dal Vasari che nelle sue Vite egli scrisse che Melozzo fu in vita sua “un grandissimo prospettivo” aggiungendo altresì che fu “molto studioso delle cose dell'arte, e particolarmente mise molto studio e diligenza in fare gli scorti”.

Figure naturali inserite in scorci illusionistici ed in spazi caratterizzati da un ferreo rigore matematico destarono l'attenzione di Giovanni Santi, padre di Raffaello, anch'egli abile e famoso pitture che nella Chronica Rimata scrisse: “Non lassando Melozzo a me si caro, che in prospettiva ha steso tanto il passo” .

Pictor papalis divenne Melozzo, dopo che Pietro della Francesca lo introdusse presso la corte pontificia sotto il cielo della città eterna.
Qui, egli toccò l'apice della sua carriera proprio quando papa Sisto IV della Rovere decise di affidarle a lui gloriosi incarichi che lo resero ben presto uno dei pittori più famosi del suo tempo.

E i liuti, i mandolini, i cimbali nelle mani di quelle creature angeliche dai lineamenti finemente descritti incorniciati da folte chiome di biondi riccioli, volano, si innalzano, fluttuano nell'azzurro di quei cieli dove la beata melodia dell'eternità riempie il cuore degli uomini.
Quell'umanità che Melozzo riuscì a conferire ai soggetti da lui stesso rappresentati avvicina l'uomo ad una dimensione celestiale portando in terra quella divina bellezza che solo un paradiso celeste può ospitare.

Ambra Grieco








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