Sei tele riunite dopo più di 350 anni: accade a Genova, dove dal 7 marzo al 19 luglio 2026 i Musei di Strada Nuova presentano la mostra Giulio Cesare Procaccini. Gli Apostoli riuniti, allestita nelle sale di Palazzo Rosso. L’esposizione rappresenta un’occasione di studio e di riscoperta particolarmente significativa perché consente di riunire a distanza di tre secoli e mezzo le sei tele superstiti della serie degli Apostoli realizzata dal pittore Giulio Cesare Procaccini (Bologna, 1574 – Milano, 1625) su commissione del patrizio genovese Giovan Carlo Doria. La mostra è resa possibile grazie al supporto della galleria Goldfinch Fine Arts e costituisce un evento eccezionale nel panorama delle iniziative dedicate alla pittura del primo Seicento. Le opere esposte appartengono infatti a un ciclo che in origine comprendeva le immagini dei dodici Apostoli, completati dalle immagini di Cristo e della Vergine per un totale di quattordici tele, oggi in parte disperse o non rintracciabili. Le sei opere giunte fino a noi vengono riunite per la prima volta dopo secoli, offrendo la possibilità di ricostruire almeno in parte l’unità di un progetto artistico concepito all’inizio del XVII secolo.
La mostra è curata da Raffaella Besta, responsabile del Polo Musei d’Arte Antica del Comune di Genova, da Odette D’Albo, autrice insieme a Hugh Brigstocke della monografia dedicata al pittore pubblicata nel 2020, e da Marco Franzone, lo storico dell’arte che ha individuato e riconosciuto i dipinti raffiguranti San Pietro e San Bartolomeo oggi conservati in due differenti collezioni private. Proprio questi due dipinti costituiscono uno degli elementi più rilevanti dell’esposizione. Le tele con San Pietro e San Bartolomeo, infatti, non erano mai state esposte al pubblico prima d’ora. La loro presenza permette di ampliare la conoscenza della serie e di offrire agli studiosi e ai visitatori un quadro più completo del lavoro realizzato da Procaccini per il suo più importante committente genovese. L’esposizione consente inoltre di approfondire il rapporto tra Procaccini e Giovan Carlo Doria, una delle relazioni artistiche più significative nella Genova del primo Seicento. Procaccini, pittore emiliano ma milanese d’adozione, era noto per la sua capacità di fondere elementi stilistici diversi in una sintesi originale. Nella sua pittura si ritrovano infatti la grazia e l’eleganza di Antonio Allegri detto Correggio e di Parmigianino, unite a una forza espressiva e a una vitalità cromatica che rimandano all’energia pittorica di Peter Paul Rubens. Giovan Carlo Doria, terzo figlio dell’abile mercante e doge Agostino Doria, fu uno dei più raffinati collezionisti della Genova di inizio Seicento. Uomo di grandi ricchezze e di gusto sofisticato, il patrizio riunì nel suo palazzo di vico del Gelsomino, oggi vico Monte di Pietà, una raccolta di straordinaria importanza. L’edificio, oggi non più esistente, ospitava oltre sessanta opere di Procaccini, testimonianza della centralità dell’artista nella collezione del nobile genovese. Questo legame privilegiato contribuì in maniera decisiva alla diffusione dello stile di Procaccini nella pittura ligure del XVII secolo. Le sue opere influenzarono infatti alcuni tra i più importanti pittori attivi a Genova nel periodo barocco, tra cui Bernardo Strozzi e Domenico Piola.
Secondo le fonti, nel 1618 Procaccini soggiornò presso la residenza di Doria a Genova, probabilmente per realizzare una delle sue commissioni più prestigiose nella città, la grande Ultima Cena destinata alla chiesa della Basilica della Santissima Annunziata del Vastato. Questo episodio testimonia la stretta collaborazione tra artista e committente e rappresenta una tappa importante nella carriera del pittore. In anni immediatamente successivi, entro il 1621, Doria commissionò a Procaccini il ciclo monumentale dedicato agli Apostoli. L’idea sembra essere stata concepita prendendo ispirazione da un celebre ciclo analogo realizzato da Rubens per il duca di Lerma tra il 1610 e il 1612, oggi conservato al Museo del Prado di Madrid.
La serie degli Apostoli è documentata per la prima volta negli inventari della raccolta di Giovan Carlo Doria, per il quale Procaccini lavorò tra il 1611 e il 1622. Le tele sono citate anche in una lettera del pittore Simon Vouet indirizzata allo stesso Doria nel 1621, nella quale l’artista racconta di averle viste nella casa-bottega di Procaccini situata nella zona di Porta Romana a Milano. Un’ulteriore testimonianza epistolare, scritta da Orazio Fregoso al committente nel dicembre dello stesso anno, riferisce di una grave infermità che aveva colpito Procaccini. Proprio questa notizia aveva indotto parte della critica a ipotizzare che non tutte le tele fossero state eseguite direttamente dal maestro e che alcune di esse potessero essere state affidate a collaboratori della bottega. Secondo questa interpretazione, solo il dipinto raffigurante San Tommaso sarebbe stato realizzato interamente da Procaccini, mentre gli altri, ritenuti di qualità inferiore, sarebbero stati opera di aiuti. Tuttavia tale ipotesi è stata progressivamente ridimensionata dagli studi più recenti. Gli ultimi restauri hanno infatti messo in evidenza l’omogeneità della qualità pittorica delle tele, suggerendo una partecipazione diretta dell’artista all’intero ciclo. Le vicende successive della collezione portarono tuttavia alla dispersione della serie. Dopo la morte di Giovan Carlo Doria e del suo unico figlio, le raccolte furono suddivise tra gli eredi. Gli Apostoli risultano documentati insieme per l’ultima volta nel 1674; in seguito il ciclo venne smembrato e alcune opere andarono perdute o non sono più rintracciabili.
Quattro dipinti della serie, raffiguranti san Simone o san Giuda Taddeo, san Paolo, san Matteo e san Tommaso, approdarono nel 1874 a Palazzo Rosso, dove sono tuttora conservati. Queste opere costituiscono il nucleo storico della presenza di Procaccini nelle collezioni civiche genovesi e rappresentano uno dei punti di riferimento per lo studio dell’attività dell’artista in Liguria. L’identificazione dei santi rappresentati nelle opere è resa possibile dagli attributi iconografici che accompagnano ciascuna figura. San Paolo è raffigurato con la mano appoggiata all’impugnatura della spada, simbolo della sua decapitazione, san Tommaso tiene una lancia, strumento del suo martirio, san Simone è rappresentato con il libro, san Matteo con l’alabarda, arma con cui secondo la tradizione fu ucciso, san Pietro con le chiavi e san Bartolomeo col coltello.
Le figure si distinguono per la loro monumentalità e per la forte presenza plastica. I corpi sono caratterizzati da un marcato movimento di torsione e da una struttura solida che conferisce alle figure un evidente rilievo scultoreo. Questa impostazione deriva anche dalla formazione di Procaccini come scultore: tra il 1591 e il 1599 l’artista lavorò infatti nel cantiere del Duomo di Milano, esperienza che influenzò profondamente la sua successiva produzione pittorica. Un altro elemento distintivo delle tele è il marcato uso del chiaroscuro, una scelta formale che avvicina Procaccini alle tendenze diffuse tra i pittori lombardi attivi all’inizio del Seicento nell’ambito della committenza religiosa legata alla cultura della Controriforma. Tra i principali protagonisti di questo contesto figurano artisti come Giovan Battista Crespi detto Cerano e Pier Francesco Mazzucchelli detto Morazzone.
Le vicende collezionistiche dei dipinti testimoniano il lungo percorso che ha portato alcune di queste opere fino alle raccolte civiche genovesi. I quattro Apostoli conservati a Palazzo Rosso entrarono nella collezione del palazzo intorno al 1730 grazie all’acquisto effettuato da Giovanni Francesco II Brignole-Sale. In precedenza le opere erano passate attraverso diverse mani all’interno dell’aristocrazia genovese. Dopo lo smembramento della collezione Doria, uno degli Apostoli fu acquistato da Ottavio Centurione, mentre altri cinque vennero comprati da Cristoforo Centurione Oltremarini. Il figlio di quest’ultimo, Pietro Francesco Centurione, vendette successivamente quattro tele, tra cui quella con San Matteo, a Gio Francesco II Brignole-Sale. Le opere sono citate nel catalogo museale del 1756, dove risultano collocate nella Sala della vita dell’Uomo di Palazzo Rosso. Giunsero infine alle collezioni civiche di Genova nel 1874 grazie alla donazione di Maria Brignole-Sale, che destinò alla città l’importante patrimonio artistico della famiglia.
Procaccini, come detto, si ispirò probabilmente alla serie degli Apostoli realizzata da Rubens e oggi conservata al Prado di Madrid. Rispetto al pittore fiammingo, tuttavia, la versione di Procaccini appare meno barocca e più vicina alla sensibilità manierista. La figura umana, scultorea e monumentale, tende infatti a occupare interamente lo spazio della tela, creando un effetto di forte presenza fisica ma allo stesso tempo di concentrazione formale.
Nel corso del tempo i dipinti hanno subito diversi interventi di restauro. In particolare, il San Matteo è stato restaurato negli anni Novanta del Novecento, quando sono emersi elementi che hanno permesso di comprendere meglio le condizioni conservative dell’opera. Il restauro ha evidenziato come un intervento precedente, realizzato nel 1959, avesse compensato alcune svelature e abrasioni della pellicola pittorica, provocando tuttavia un certo appiattimento della qualità cromatica.
La mostra allestita a Palazzo Rosso si configura quindi come un momento di particolare importanza per la ricostruzione della storia di questo ciclo pittorico. Riunendo le tele superstiti e riportando alla luce opere mai esposte prima al pubblico, l’esposizione offre la possibilità di riscoprire un capitolo significativo della pittura barocca e del collezionismo genovese del primo Seicento. Allo stesso tempo l’iniziativa rappresenta un invito alla ricerca e allo studio, nella speranza che in futuro possano emergere altre tele appartenenti alla stessa serie, così che si possa restituire ulteriore completezza al progetto ideato oltre quattro secoli fa.
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