A Ferrara in mostra tesori dal Cinque al Settecento poco noti: è la mostra “Dipingere gli affetti”


Dal 26 gennaio al 26 dicembre 2019, il Castello Estense di Ferrara ospita la mostra Dipingere gli affetti. La pittura sacra a Ferrara tra Cinque e Settecento, nuovo capitolo del progetto “L’arte per l’arte” del Comune di Ferrara, promosso in collaborazione con la Fondazione Ferrara Arte, e dedicato alla valorizzazione del patrimonio storico e artistico della città reso inaccessibile dopo il sisma del 2012. Dopo le opere di De Pisis, Boldini, Previati e Mentessi delle Gallerie d’Arte Moderna, protagoniste delle prime due esposizioni del progetto, l’attenzione si sposta ora verso il periodo dal Cinque al Settecento. Le sale riccamente affrescate dell’ala sud e dei Camerini del Castello ospiteranno infatti la quadreria di proprietà dell’ASP, Centro Servizi alla Persona di Ferrara, Masi Torello e Voghiera, depositata presso i Musei di Arte Antica.

Si tratta di un vero e proprio capitale artistico, pressoché sconosciuto eppure di grande rilevanza storica, che l’esposizione al Castello mira a restituire al grande pubblico. L’esperienza di visita vuole assumere i contorni di un viaggio nel tempo che spazierà dal tramonto del dominio Estense fino al secolo dei Lumi. Le tappe di questo itinerario condurranno il pubblico al cospetto dei due importanti protagonisti della rivoluzione naturalistica di inizio Seicento: Ippolito Scarsella detto lo Scarsellino (Ferrara, 1550 o 1551 - 1620) e Carlo Bononi (Ferrara, 1569 - 1632). La soave magnificenza del primo e la dolente bellezza del secondo caratterizzano la Ferrara di quegli anni facendone uno dei più intriganti centri artistici dell’epoca. Contestualmente, i visitatori faranno la conoscenza di personalità cronologicamente precedenti e parallele come, ad esempio, Giuseppe Mazzuoli detto il Bastarolo, il cui il manierismo castigato è fondamentale nella seconda metà del Cinquecento, Gaspare Venturini, pittore molto attivo per i duchi e per committenti religiosi, e l’enigmatico Giuseppe Caletti, curiosa figura di “artista maledetto” operante nella prima metà del Seicento. La seconda metà del XVII secolo è caratterizzata dal mitigato universo figurativo di Giuseppe Avanzi, pittore di mediazione che aprirà il sipario al Settecento dove si imporranno le singolari personalità di Giacomo Parolini e Giuseppe Zola.

Il titolo, Dipingere gli affetti, si riferisce a una doppia evocazione simbolica. La prima riguarda il linguaggio: le opere che verranno esposte in Castello si muovono nel solco degli orientamenti successivi al Concilio di Trento che delegavano all’arte il basilare compito di mediare tra il fedele e la religione, tra il visibile e l’invisibile, attraverso forme naturalistiche, emotive e familiari, nelle quali l’uomo del Sei e Settecento si potesse riconoscere. La seconda attiene alla vocazione umanitaria che animava i luoghi da cui esse erano originariamente collocate. Non delle chiese qualsiasi, ma gli altari, le cappelle e gli ambienti di istituti religiosi che ponevano al centro del loro operare l’aiuto verso gli altri, fossero essi orfani, indigenti, bisognosi o donne in difficoltà. Un insieme di esperienze animato da figure di primo piano della corte Estense (da Alfonso II a Barbara d’Austria, fino a Margherita Gonzaga) ma anche di una fetta consistente della nobiltà e della borghesia cittadina, impegnata nell’attività di carità e solidarietà.

Ed è così che protagonista di questa mostra sarà anche la città di Ferrara, nel tentativo di ricomporre il tessuto connettivo di una “araldica della beneficenza” (per usare una felice definizione di Andrea Emiliani) che costituì la manifestazione più tangibile di quella pietas sei e settecentesca animata da empatica affettività e impegno sociale. Un attivismo che portò ad ornare alcuni dei luoghi sacri più rappresentativi, oggi quasi tutti scomparsi o mutati per fattezze o destinazioni d’uso, come i conservatori femminili di Santa Barbara e di Santa Margherita, o l’Opera Pia della Povertà Generale. Un viaggio nel tempo alla ricerca delle radici moderne di Ferrara. Questo vale non solo sotto il profilo storico-artistico, ma anche dal punto di vista sociale: il fatto che queste opere siano state ereditate dall’ASP Centro Servizi alla Persona di Ferrara, e che quest’ultima abbia collaborato e sostenuto la realizzazione del progetto espositivo, rappresenta il filo rosso che collega l’attività umanitaria degli antichi Istituti caritatevoli, con l’attuale declinazione delle politiche attive per il welfare della città.

La mostra è curata da Giovanni Sassu in collaborazione con Tito Manlio Ceroli e Romeo Pio Cristofori ed è organizzata da Fondazione Ferrara Arte, Servizio Castello, Musei di Arte Antica, Sacra e Storico-Scientifici del Comune di Ferrara, in collaborazione con ASP – Azienda Servizi alla Persona, Ferrara, CFR – Consorzio Futuro in Ricerca, CIAS – Centro Ricerche Inquinamento Fisico Chimico Microbiologico Ambienti Alta Sterilità dell’Università di Ferrara. Per informazioni telefonare al numero 0532 299233, inviare una mail a castelloestense@comune.fe.it o visitare il sito del Castello Estense di Ferrara.

Immagine: Ippolito Scarsella (1551-1620), Martirio di Santa Margherita (1611; tela, 246,5 x 156,5 cm; Ferrara, Azienda Servizi alla Persona, inv. DOC51, in deposito presso i Musei di Arte Antica)

A Ferrara in mostra tesori dal Cinque al Settecento poco noti: è la mostra “Dipingere gli affetti”
A Ferrara in mostra tesori dal Cinque al Settecento poco noti: è la mostra “Dipingere gli affetti”

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