De Varine: “i musei stanno avvicinando il pubblico locale: sarebbe una rivoluzione culturale”


Secondo il museologo Hugues de Varine, l’emergenza ha offerto ai musei l’occasione per una rivoluzione culturale: rivolgersi al pubblico locale.

Il museologo francese Hugues de Varine, tra i più grandi al mondo (è uno dei “padri” della museologia moderna, assieme a Georges Rivière ha inventato il concetto di “ecomuseo” ed è stato presidente dell’Icom tra il 1965 e il 1976), è intervenuto sul tema musei e coronavirus con un post sul suo blog personale, auspicando una rivoluzione capace di far avvicinare ancora di più i musei ai cittadini.

“Si parla molto, in questi giorni, tra i professionisti, nei giornali, alla televisione o su Facebook”, scrive de Varine, “dell’impatto della pandemia, del confinamento e delle regole che sono state imposte ai nostri luoghi della cultura grandi e piccoli per uscirne: le loro missioni culturali, i loro programmi di attività, i loro progetti di investimento sono in panne, la loro stessa esistenza sarà minacciata”. In effetti, prosegue il museologo, “un museo d’arte o di storia, un monumento prestigioso, un sito importante sono prima di tutto degli spazi di diletto educativo e di passatempo intelligente. La maggior parte dei loro visitatori, o piuttosto dei loro consumatori, sono turisti, nazionali e soprattutto stranieri, quindi occorre di sicuro far aumentare il loro numero senza sosta per soddisfare le ‘tutele’ politiche e amministrative. La pandemia è dunque, dappertutto nel mondo, una catastrofe per l’economia del patrimonio nella misura in cui, all’inizio, costringe i musei, i monumenti e i siti alla chiusura al pubblico, e poi li costringe a regole di sicurezza che rendono la visita più difficile e meno attraente. Allo stesso tempo, a livello nazionale e soprattutto internazionale, il turismo di massa è minacciato anche dal basso potere d’acquisto dei consumatori, dalle difficoltà della riapertura delle frontiere e da un’offerta di trasporto pubblico minore e più costosa”.

De Varine cita poi il sondaggio della rete NEMO - Network of European Museum Organisations, che ha dimostrato come molti musei sono in difficoltà finanziaria, e la conseguenza potrebbe essere la scomparsa di molti musei, soprattutto quelli più piccoli: il rischio, dice lo studioso, è quello che i musei con collezioni meno eccezionali chiudano o “diventino semplicemente armadi di tesori”.

C’è però anche una tendenza positiva: “i responsabili dei musei e dei siti naturali o monumentali, privati di gran parte della loro frequentazione turistica, si rivolgeranno alla popolazione vicina, alle persone che abitano il territorio e che, nella stragrande maggioranza, non hanno l’abitudine di visitare il patrimonio locale (anche se avevano l’abitudine di visitare musei e siti nei loro viaggi turistici all’estero)”. I musei, pertanto, potrebbero cercare di rendere i musei interessanti “non soltanto a un’élite ‘istruita’, a gruppi di anziani e a studenti in gita scolastica, che costituiscono la base del pubblico non-turistico, ma anche a quel ‘popolo’ che fino a questo punto è stato trattato dai commentatori come un ‘non-pubblico’ o come un ‘pubblico inaccessibile’.

Secondo De Varine, avvicinare questo pubblico sarebbe “una rivoluzione culturale”, alla quale però servirebbe “una ridefinizione non del museo, ma della sua missione, delle sue pratiche, dei suoi linguaggi, delle funzioni stesse dei suoi professionisti, che saranno obbligati a mettersi all’ascolto e al servizio della popolazione, della comunità degli abitanti, a guardare con occhio diverso le collezioni, l’allestimento delle sale, lo stile delle pubblicazioni, la scelta della loro offerta scientifica, culturale, educativa che dovrà progressivamente rispondere a dei bisogno reali oltre che a delle attese, appena il pubblico del territorio avrà capito che il museo è fatto per lui e quindi esprimerà una domanda di conseguenza”.

“I metodi”, conclude De Varine, “sono noti, e gli esempi esistono, ma non ci sono teorie o modelli”: sarà dunque necessario “inventare o reinventare. Possiamo confidare sul coronavirus per rendere possibile questa rivoluzione?”.

Nella foto: Hugues de Varine

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