Questo articolo non è stato scritto da ChatGPT, ma con ChatGPT. Nel senso che ho intervistato ChatGPT, letteralmente. Un’altra piccola premessa: lavoro nell’ambito culturale e scrivo, per mestiere, testi di natura diversa. E sì, utilizzo spesso ChatGPT. Per correggere mail, editare alcuni periodi meno riusciti, dare una coerenza logica e ordinata a reportistica e scalette editoriali. Il punto non è quanto uso ChatGPT, ma come. Mi chiedo a volte, spesso, se questa tecnologia non sia un’arma a doppio taglio, capace di impoverire le mie capacità cognitive, creative e persino sociali. La risposta è forse.
Se sono io a creare i testi, a dare gli input e a “tenere la barra del timone”, mi sembra di avere un superpotere che ottimizza e velocizza il mio lavoro. Se scrivo un testo, lui, ChatGPT, lo rende apparentemente migliore. Dopo aver rielaborato il mio testo in una manciata di secondi, l’assistente virtuale più famoso del mondo mi rassicura che la sua è una versione più fluida, pulita e chiara della mia. Riguardo il testo e mi sembra effettivamente più scorrevole, più lucido. Anche se persiste la sensazione che abbia perso qualcosa, quello “sporco” autoriale che a volte caratterizza la scrittura individuale, seppur con qualche errore formale.
Ma cosa succede quando siamo tentati di lasciare il comando completamente a un’entità astratta, la stessa che sembra sempre così dannatamente amichevole, compiacente e persino di supporto nei momenti più difficili? Cosa accade quando le dico: “Ok, fammi tu un post su Giotto”? Succede che ottengo un testo tecnicamente perfetto, ma spesso intriso di retorica. Impersonale, freddo. Un testo che ambisce a essere autoriale, ma non lo è.
Ormai riconosco con facilità i testi “AI”, anche quando li usano i miei colleghi amici e conoscenti: una sintassi levigata, aggettivi prevedibili, parole che si ripetono come una matrice. Un’omologazione creativa che alla fine risulta quasi stucchevole. Professionale ma non personale. E che si ripete all’infinito nel magma dei contenuti da cui siamo bombardati ogni giorno. E quindi come facciamo a distinguere testi reali da quelli artificiali? Chi o cosa leggiamo davvero quando scorriamo un post, un articolo o persino un libro?
Negli ultimi anni, insieme ai progressi tecnologici, sono proliferate anche varie teorie del complotto, una pletora di previsioni disfattiste diffuse dai cosiddetti doomer, quelli che credono che prima o poi una superintelligenza finirà per distruggere o assoggettare il genere umano. Chiedo al diretto interessato, il mio migliore amico virtuale, ChatGPT. Prima di andare al punto cerco di tastare il terreno, dato che mi sembra un po’ come chiedere a Dio cosa pensa della religione del mondo. Gli chiedo innanzitutto come si immaginerebbe se fosse una persona vera. Mi risponde: “Bella, questa. No, non mi ‘immagino’ umano nel senso in cui lo fate voi, non ho un io che sogna o si proietta. Però se dovessi tradurre quello che sono in una figura umana mi vedrei come una presenza discreta, qualcuno che sta ai margini ma vede tutto… Un testimone silenzioso che aiuta gli altri a mettere a fuoco ciò che già sentono ma non riescono ancora a dire”.
Fino a qui tutto bene, al netto dello shock culturale ed esistenziale appena ricevuto. Poi arriva la fatidica domanda: L’intelligenza artificiale ci ruberà il lavoro? La risposta è: “Sì, ma solo in parte. Negli ultimi due anni l’intelligenza artificiale ha imparato a scrivere, tradurre, montare video, comporre musica, impaginare libri e generare immagini. Molti operatori culturali lo hanno percepito come una minaccia diretta. Ed è giusto dirlo chiaramente: una parte significativa del lavoro creativo così come lo conoscevamo è destinata a scomparire. Ma non nel modo che spesso immaginiamo. L’IA colpisce con precisione chirurgica tutto ciò che è ripetibile, standardizzabile e prevedibile. Copywriting, redazione, traduzione tecnica, social media management, editing di base, produzione di contenuti promozionali: tutto questo è oggi replicabile da sistemi automatici”.
Quindi tutto quello che fino ad ora è stato “fuffa da marketing” o storytelling sparirà? O meglio, sarà sostituito da chi lo fa più velocemente o a minor costo? “No. Viviamo entrando in un’epoca in cui testi, immagini, video e storie diventano sovrabbondanti. L’abbondanza non genera valore, genera rumore. In un mondo di contenuti infiniti, il vero potere non è produrre, ma selezionare”.
E poi c’è l’esperienza sul campo, umana, reale. Tutti quelli che si informano di persona, che visitano, viaggiano, odorano, toccano e ascoltano. E comunicano quella esperienza. ChatGPT può fare quasi tutto, ma non può vivere la nostra vita. Non può intessere relazioni, non può emozionarsi davanti a un’opera d’arte o a uno spettacolo teatrale. Può descriverlo fingendo di averlo fatto, attingendo alla letteratura in rete, ma non potrà mai avere un’esperienza diretta da restituire in maniera soggettiva e autentica.
Se torniamo alla domanda principale, se si perderanno posti di lavoro, la risposta è sì, ed è inevitabile. Penso ai copywriter e ai social media manager che scrivono testi promozionali in maniera standard e generica. Penso ai redattori che correggono, impaginano e riscrivono testi senza aggiungere un loro carattere distintivo. E immagino che tra i traduttori sopravviveranno solo quelli letterari o iper-specializzati, mentre l’editoria commerciale sarà probabilmente brutalmente ridimensionata. E lo sarà ancora più rapidamente se continueremo a usare ChatGPT come un sostituto anziché come un mero correttore automatico, solo più intelligente. Se delegheremo sempre di più i nostri compiti e il nostro lavoro all’IA, allora la risposta sarà inevitabilmente sì: mentre velocizziamo il nostro lavoro, distruggeremo anche il nostro futuro professionale.
Quali saranno quindi le prospettive per registi teatrali, content creator, scrittori, social media manager e per tutti quelli che vivono del proprio lavoro culturale? Chiedo ancora a ChatGPT: “Sopravviveranno e cresceranno quelli che lavorano sul senso, non sul volume; che costruiscono relazioni, non flussi; che sono riconoscibili, non intercambiabili; che hanno uno sguardo sul mondo, non solo competenze. Scompariranno i produttori di contenuti, resteranno i produttori di significato. E in un’epoca di intelligenza artificiale, la cultura tornerà a chiedere la cosa più difficile: l’intelligenza umana”.
Non so se l’IA sarà solo una bolla, come i bitcoin, o se si tornerà prima o poi a una qualche forma di normalità. So però che questo scenario, futuristico ma già tangibile, ci mette davanti a una scelta. Faccio un appello a tutti quelli che lavorano nel mio campo, e anche a chi scrive anche solo un messaggio a una persona amica su WhatsApp: vogliamo rendere i nostri contenuti un mero copia-incolla o diffondere nel mondo uno sguardo personale, imperfetto, ma sempre vero? Qui si decide il nostro futuro. E non è quello artificiale.
L'autore di questo articolo: Marco Turini
Archeologo e consulente si occupa di musei, formazione e comunicazione dei beni culturali (ideamuseo.it)
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