A mia moglie di Umberto Saba

Poesiarte

2010, Quarta puntata

Tu sei come una giovane
una bianca pollastra.
Le si arruffano al vento
le piume, il collo china
per bere, e in terra raspa;
ma, nell'andare, ha il lento
tuo passo di regina,
ed incede sull'erba
pettoruta e superba.
È migliore del maschio.
È come sono tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio,
Così, se l'occhio, se il giudizio mio
non m'inganna, fra queste hai le tue uguali,
e in nessun'altra donna.
Quando la sera assonna
le gallinelle,
mettono voci che ricordan quelle,
dolcissime, onde a volte dei tuoi mali
ti quereli, e non sai
che la tua voce ha la soave e triste
musica dei pollai.

Tu sei come una gravida
giovenca;
libera ancora e senza
gravezza, anzi festosa;
che, se la lisci, il collo
volge, ove tinge un rosa
tenero la tua carne.
se l'incontri e muggire
l'odi, tanto è quel suono
lamentoso, che l'erba
strappi, per farle un dono.
È così che il mio dono
t'offro quando sei triste.

Tu sei come una lunga
cagna, che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi,
e ferocia nel cuore.
Ai tuoi piedi una santa
sembra, che d'un fervore
indomabile arda,
e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti
candidissimi scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia.

Tu sei come la pavida
coniglia. Entro l'angusta
gabbia ritta al vederti
s'alza,
e verso te gli orecchi
alti protende e fermi;
che la crusca e i radicchi
tu le porti, di cui
priva in sé si rannicchia,
cerca gli angoli bui.
Chi potrebbe quel cibo
ritoglierle? chi il pelo
che si strappa di dosso,
per aggiungerlo al nido
dove poi partorire?
Chi mai farti soffrire?

Tu sei come la rondine
che torna in primavera.
Ma in autunno riparte;
e tu non hai quest'arte.

Tu questo hai della rondine:
le movenze leggere:
questo che a me, che mi sentiva ed era
vecchio, annunciavi un'altra primavera.

Tu sei come la provvida
formica. Di lei, quando
escono alla campagna,
parla al bimbo la nonna
che l'accompagna.
E così nella pecchia
ti ritrovo, ed in tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio;
e in nessun'altra donna.

Commento

Se un bambino potesse sposare e scrivere una poesia per sua moglie, scriverebbe questa. È così che Saba si esprime riferendosi a questo componimento del 1911, dedicato alla moglie Lina, con la quale ebbe sempre un legame profondo.

Per celebrare la moglie, una presenza frequente nel suo Canzoniere, Saba sceglie un modo insolito, singolare, poiché la paragona a vari animali: la gallina, la giovenca, la cagna, la coniglia, la rondine, la formica, l'ape, ovvero i sereni animali che avvicinano a Dio, come troviamo scritto nel componimento.

E di ciascun animale coglie le migliori qualità, e quindi la moglie Lina ha il portamento eretto e superbo della gallina. Infatti scrive: ha il lento tuo passo di regina, ed incede sull'erba pettoruta e superba. Adesso ha quel sentimento materno, lieto e festoso della giovenca. Mentre della cagna ha la devozione incondizionata, un amore tenace, ma fatto anche di gelosia per il suo uomo. Come la coniglia inoltre, anche la moglie appare quasi indifesa, con la sua generosità totale, mite e inerme: Entro l'angusta gabbia ritta al vederti s'alza, e verso te gli orecchi alti protende e fermi; Lina è poi come la rondine dalle movenze leggere e che fa rifiorire la primavera nella vita triste e vecchia del poeta; ma la rondine in autunno riparte; e tu non hai quest'arte, dal momento che la moglie, al contrario dell’uccello migratore, non abbandona la propria casa, e quindi è fedele. È poi paragonata alla formica, la provvida formica, che previdente e laboriosa mette via le provviste per l’inverno e si trasforma infine nell’instancabile pecchia, l'ape.

Tutto il componimento è pervaso da un sentimento di intensa tenerezza e dolcezza, accentuate entrambe da un tono apparentemente ingenuo, quasi infantile: il poeta guarda al mondo della natura con occhi semplici, avvertendo in essa le migliori qualità e la condizione di maggiore vicinanza a Dio.

E nel cantare l’amore per la sua donna, sceglie una strada che si discosta totalmente da quella della tradizione lirica italiana, poiché eleva a poesia ciò che è quotidiano, familiare e che dagli altri è considerato come vile, facendo uso di un linguaggio tipico della lingua parlata, fatto di toni colloquiali, con un rifiuto netto del lessico ricercato di D’Annunzio. Saba infatti elimina tutto ciò che è artificioso, fa un uso sporadico delle figure retoriche, mentre ricorre alla rima baciata, disdegnata dagli altri poeti perché ritenuta banale.

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