La musica che accompagnò l'orrore di Mauthausen e il fotografo che la salvò


Nel campo di concentramento di Mauthausen la musica aumentava la sofferenza. Ecco la storia di Francesc Boix, il fotografo che salvò le immagini di quell'orrore.

Dance me to your beauty with a burning violin
Dance me through the panic till I’m gathered safely in
Lift me like an olive branch, be my homeward dove
And dance me to the end of love.

(Leonard Cohen)

Dance me to the end of love di Leonard Cohen (Montéreal, 1934 - Los Angeles, 2016) è una delle rare canzoni alle quali un qualunque tentativo di traduzione toglierebbe, anziché aggiungere. Così, chi non parla inglese, deve contentarsi di conoscerla tramite commenti e parafrasi. È una canzone di non semplice interpretazione: caratteristica comune a pressoché tutte le canzoni di Leonard Cohen. Ed è, secondo una lettura ricorrente, una canzone che parla d’un amore che resiste forte sino all’ultimo istante, quando la sofferenza e la morte giungono a decretare la sua fine fisica. Il protagonista, che parla in prima persona, è un uomo che chiede alla sua amata di farlo ballare sino alla fine dell’amore. È alla sua donna che il protagonista si rivolge per tutta la durata della canzone. Le chiede di farlo ballare attraverso la paura, sino a farlo giungere a un approdo sicuro. Di innalzarlo come un ramoscello d’olivo, d’essere la sua colomba che lo riporta a casa, di costruire un riparo malgrado ogni filo più sottile si sia rotto. Ogni immagine evocata dalla canzone meriterebbe un commento a sé, tanto sono profonde le metafore attraverso le quali emerge il significato della canzone. Ce n’è però una in particolare che svolge la funzione di chiave di tutta la canzone: l’immagine del violino che brucia, che l’uomo chiede alla donna di suonare per scandire il ritmo di questo ballo appassionato.

In un’intervista rilasciata a un’emittente canadese nel 1995, Cohen dichiarò che l’immagine del violino in fiamme gli fu suggerita dal ricordo dei quartetti d’archi che, nei campi di concentramento nazisti, erano talvolta costretti ad accompagnare i prigionieri verso il luogo della loro esecuzione. Un’immagine tremenda: musicisti, anche di fama, internati nei lager, costretti a esibirsi nel più terribile dei luoghi, obbligati a fare ciò che più amavano e a farlo per il più tetro degli scopi, ovvero per scortare fino alla morte i loro compagni di sventura, e spesso per assistere alla fine che loro stessi erano destinati a subire. È noto che nei campi di concentramento venissero spesso formate vere orchestre di deportati, cui era imposto di suonare per accompagnare al lavoro gli altri detenuti, per accogliere i nuovi arrivati, per intrattenere gli ufficiali del campo. E spesso, per accompagnare le condanne a morte. Sono rimaste diverse fotografie a offrirci innegabili testimonianze di questa macabra usanza.

Leonard Cohen
Leonard Cohen nel 2008. Credit

La storia di una di queste immagini viene ricostruita durante il processo di Norimberga. A testimoniare contro i nazisti c’è un giovane fotografo catalano, il ventiseienne Francesc Boix (Barcellona, 1920 - Parigi, 1951). Socialista, reduce della guerra civile spagnola, dove aveva combattuto tra le fila dei repubblicani, e in seguito esule in Francia, viene catturato dai tedeschi nel 1940, mentre combatte nella legione straniera francese. I nazisti lo spediscono a Mauthausen: il suo ingresso nel campo austriaco è registrato alla data del 27 gennaio 1941, quando nel lager giungono 1.506 reduci spagnoli. Non ha ancora compiuto ventun anni.

Le SS sanno che Francesc è un fotografo, peraltro dotato d’esperienza: in Spagna aveva lavorato come reporter per la rivista Juliol, organo politico dei giovani socialisti, e malgrado la giovane età si era già fatto notare per il suo talento. Francesc viene dunque destinato al servizio fotografico del campo: suo compito principale è quello di sviluppare le immagini scattate nel lager. In cambio, ottiene la possibilità di sopravvivere meglio e più a lungo di molti dei suoi compagni. Il suo capo è l’SS-Oberführer Paul Ricken, che decide quante e quali foto scattare, e dove e a chi scattarle: arresti, esecuzioni, ritratti degli ufficiali, visite, attività svolte dai condannati. Non c’è un momento della vita del lager che Ricken non voglia documentare. Francesc si trova dunque tra le mani un patrimonio ingente, che diventa ancor più prezioso dopo la sconfitta dell’Asse a Stalingrado, nel febbraio del ’43.

Il comandante del campo, Franz Ziereis, dietro disposizioni arrivate direttamente da Berlino, ordina a Ricken di distruggere tutti i negativi delle immagini scattate a Mauthausen: le sorti della guerra si sono rovesciate, i sovietici cominciano ad avanzare verso ovest e vige il timore concreto che gli alleati possano raggiungere le regioni più orientali del Reich. I nazisti, in caso di caduta dei lager in mano nemica, non possono lasciare documenti compromettenti. Sono soprattutto le immagini delle morti atroci dei prigionieri a preoccupare le autorità naziste: bisogna evitare assolutamente di far sì che i nemici possano entrarne in possesso. Ricken delega il compito a Francesc, che inizia a svolgerlo con zelo. Ma è solo apparenza: decide infatti di tenere per sé i negativi delle fotografie che ritiene più interessanti. Sa benissimo che quelle immagini così crude, così forti e così eloquenti potranno costituire un’efficace arma contro i nazisti, qualora dovessero perdere la guerra: sono prove immediate dei loro crimini contro l’umanità. Salvare le fotografie è però un’operazione che non può compiere da solo.

Francesc Boix
Francesc Boix


Autore ignoto, L'arrivo dei deportati a Mauthausen
Autore ignoto, L’arrivo dei deportati a Mauthausen (1941; Coblenza, Bundesarchiv, Sammlung KZ Mauthausen, Bild 192-091)


Autore ignoto, Visita di Heinrich Himmler al campo di Mauthausen
Autore ignoto, Visita di Heinrich Himmler al campo di Mauthausen (1941; Barcellona, Museu d’Història de Catalunya)


Autore ignoto, Il Lagerbordell, il postribolo di Mauthausen dove le internate erano costrette a prostituirsi
Autore ignoto, Il Lagerbordell, il postribolo di Mauthausen dove le internate erano costrette a prostituirsi (1941; Coblenza, Bundesarchiv, Sammlung KZ Mauthausen, Bild 192-349)


Autore ignoto, Arrivo dei prigionieri di guerra sovietici a Mauthausen
Autore ignoto, Arrivo dei prigionieri di guerra sovietici a Mauthausen (1941; Barcellona, Museu d’Història de Catalunya)

Nella più totale clandestinità, rischiando la vita e facendola rischiare ad amici e compagni, riesce a convincere gli altri prigionieri spagnoli ad aiutarlo a nascondere i negativi rubati dal laboratorio delle SS. Si accorda con un altro catalano, Antoni García, e con un madrileno, José Cereceda, per nascondere le foto nei luoghi più impensabili, e dunque più sicuri, del lager, dove i nazisti non possono trovarle. Ma presto Francesc si convince che l’operazione è rischiosissima: tenere le foto dentro al campo impone di tenere altissima l’attenzione e significa esporsi a pericoli continui. Così, il giovane fa in modo d’ottenere la collaborazione del Kommando Poschacher, un gruppo di ragazzi, suoi connazionali, costretti a lavorare nelle cave dell’azienda Poschacher (tuttora esistente), che si trovano fuori dal campo. Sono tenuti a rientrare a Mauthausen ogni sera, ma nel periodo in cui escono per recarsi a lavorare in cava possono godere di una minima libertà. Coinvolgere i ragazzi del Kommando Poschacher significa sfruttare un’occasione unica per far uscire le foto dal campo. Si tratta, peraltro, di una pura questione di fiducia: loro non sanno bene cosa rappresentino quelle foto, perché Francesc le passa avvolte dentro fogli di carta, ma il fotografo assicura ai compagni che quegli involucri contengono documenti importantissimi. Loro ci stanno, nascondono i negativi nei loro cestini da pranzo e offrono il loro fondamentale contributo all’azione di Francesc, cominciando a mettere al sicuro le foto in un capanno dove veniva sistemato il materiale di lavoro per la cava. E non è tutto: i ragazzi del Kommando Poschacher riescono anche ad avere contatti con gli abitanti. Riescono così a conoscere, verso la fine del 1944, una donna del luogo, Anna Pointner, che viene da una famiglia di tradizione socialista e che guarda con simpatia a quel gruppo di giovani internati. Anche lei diventa complice dei furti di fotografie. La sua abitazione confina infatti con il terreno in cui si trova la cava: c’è un recinto a separare la sua casa dalla proprietà dell’azienda Poschacher. Uno dei ragazzi del Kommando, Jacinto Cortés, viene a sapere che a breve verrà destinato ad altre mansioni: consegna quindi ad Anna quante più foto riesce a raccogliere, e lei le nasconde all’interno di una parete della sua abitazione.

Il campo di Mauthausen viene liberato dagli americani il 5 maggio del 1945. Francesc è sopravvissuto, e alcune delle più note fotografie scattate durante i momenti della liberazione del lager sono opera sua. Con lui, sono sopravvissuti anche gli amici che si sono impegnati in prima persona, e mettendo a repentaglio la propria vita, per portare in salvo le foto: Antoni García e José Cereceda, che si erano occupati di nascondere le immagini dentro al campo, Mariano Constante, uno dei giovani che erano a conoscenza del piano di Boix e che gli hanno fornito il loro supporto per coprirlo, e Jacinto Cortés, Jesús Grau e José Alcubierre, i tre ragazzi del Kommando Poschacher maggiormente coinvolti. Alcubierre, il più giovane del gruppo, aveva solo quattordici anni quando era stato internato a Mauthausen e ne aveva diciannove al momento dell’uscita: un’intera adolescenza trascorsa in mezzo all’orrore. Il suo apporto, peraltro, era stato fondamentale: a lui era infatti toccato l’incarico di raccogliere le fotografie che Cortés e Grau gli passavano, e di consegnarle alla signora Pointner. Finita la guerra, si ritrovano a casa della signora per raccogliere le foto: i ragazzi spagnoli sono riusciti a far uscire dal campo una quantità impressionante di immagini. Circa ventimila, sul totale delle sessantamila che costituivano l’archivio di Mauthausen, almeno stando alla testimonianza di Francesc Boix. Ma è difficile fare una stima precisa, perché sono state divise tra diversi archivi dopo la guerra. Quel che è certo, è che senza l’atto eroico di Francesc e dei suoi coraggiosi amici, forse non avremmo mai avuto testimonianze visive di ciò che accadde a Mauthausen. E soprattutto, a impressionare è la varietà delle immagini salvate, che documentano tutto ciò che accadeva nei lager nazisti. E che furono portate come prova determinante al processo di Norimberga, dove Francesc fu l’unico testimone di nazionalità spagnola. Oggi, buona parte dei negativi è conservata a Barcellona, al Museu d’Història de Catalunya.

Autore ignoto, La cava di Mauthausen
Autore ignoto, La cava di Mauthausen (1941; Coblenza, Bundesarchiv, Sammlung KZ Mauthausen, Bild 192-031)


Francesc Boix, Sopravvissuti a Mauthausen
Francesc Boix, Sopravvissuti a Mauthausen (1945; Barcellona, Museu d’Història de Catalunya)


Francesc Boix, La liberazione del campo di Mauthausen
Francesc Boix, La liberazione del campo di Mauthausen (1945; Barcellona, Museu d’Història de Catalunya)


Francesc Boix, L'interrogatorio di Franz Ziereis
Francesc Boix, L’interrogatorio di Franz Ziereis (1945; Barcellona, Museu d’Història de Catalunya)


Francesc Boix, La signora Anna Pointner con le figlie e un gruppo di sopravvissuti spagnoli
Francesc Boix, La signora Anna Pointner (prima a sinistra) con le figlie e un gruppo di sopravvissuti spagnoli (1945; Barcellona, Museu d’Història de Catalunya)


Francesc Boix (al centro) insieme ad altri quattro sopravvissuti spagnoli (davanti, insieme a Boix: Ramon Millà e Luisín García. Dietro: Jesús Grau e José Alcubierre)
Francesc Boix (al centro) insieme ad altri quattro sopravvissuti spagnoli (davanti, insieme a Boix: Ramon Millà e Luisín García. Dietro: Jesús Grau e José Alcubierre)


Una delle fotografie più toccanti è quella che ricorda l’immagine della canzone di Leonard Cohen. Non sappiamo se è stata scattata da Francesc Boix: presumibilmente no. È uno scatto che immortala una triste processione verso il luogo dell’esecuzione di un prigioniero austriaco, che si chiamava Hans Bonarewitz. Nel giugno del 1942 era riuscito a evadere dal campo: si era nascosto in una cassa che gli operai del campo dovevano sistemare su di un camion, e l’espediente gli aveva permesso di farsi trasportare lontano dal lager. La sua fuga però non dura a lungo, dal momento che l’11 luglio viene trovato e consegnato alle autorità. Della sua punizione si vuole occupare Ziereis in persona, perché l’evasione di un internato è una faccenda serissima. Il capo del lager ordina di farlo tornare a Mauthausen immobilizzato all’interno della cassa, preoccupandosi unicamente di non farlo soffocare. All’arrivo, viene costretto a passare attraverso due ali di prigionieri, mentre un’orchestrina approntata per l’occasione si occupa di fornire la colonna sonora per il suo supplizio. Il povero Hans viene quindi picchiato selvaggiamente dalle SS, riceve venticinque frustate e viene infine incatenato al Klagemauer, il “muro del pianto”, ovvero la parete di fronte alla quale i prigionieri erano tenuti ad allinearsi, solitamente al momento del loro arrivo. Il secondo giorno, Hans è sistemato su di un carretto, davanti alla cassa che aveva utilizzato per uscire dal lager, e viene accompagnato al patibolo sempre tra le note dell’orchestrina incaricata di scortarlo. È proprio la processione che precede l’impiccagione di Hans Bonarewitz che è documentata nella fotografia.

Autore ignoto, Hans Bonarewitz condotto al patibolo
Autore ignoto, Hans Bonarewitz condotto al patibolo il 30 luglio 1942 (1942; Coblenza, Bundesarchiv, Sammlung KZ Mauthausen, Bild 192-249)

“Questa”, dichiarò Francesc Boix al progetto di Norimberga, "è una mascherata fatta con un austriaco che era evaso. Faceva il carpentiere nel garage, e lì sistemarono una cassa dove poté nascondersi per uscire dal campo. Però dopo qualche tempo fu catturato. Lo hanno messo sul carretto che serviva per trasportare ogni giorno i morti al forno crematorio. C’erano dei cartelli in tedesco che dicevano Alle Vögel sind schon da, cioè ’tutti gli uccelli tornano’. Fu condannato, e fatto passare davanti a diecimila deportati. C’era un’orchestra di gitani che, per tutto il tempo, aveva suonato J’attendrai. Quando fu impiccato, il suo corpo dondolava perché c’era vento, e loro suonavano una musica molto nota che si chiama Bill Black Polka".

Forse, non riusciamo neppure a concepire l’atrocità della macabra messinscena, carica di feroce cinismo, che accompagnò la tortura e l’esecuzione di Hans Bonarewitz. Ed è pressoché impossibile immaginare lo stato d’animo di chi è costretto a veder ritorcersi contro di lui la sua passione, l’arte che ama, perché forzato a praticarla in mezzo all’orrore. Diversi internati trassero sollievo dalla musica nei campi di sterminio. Trovavano che fosse l’unico barlume di umanità nell’inferno dei lager nazisti, e affidavano a quelle tristi note un qualche briciolo di speranza. Ma per molti altri non fu così. Diversi musicisti che sopravvissero ai campi di sterminio ebbero a lungo in odio la musica. È quanto accadde a Szymon Laks, talentuoso violinista polacco che ebbe l’incarico di dirigere l’orchestra del campo di Auschwitz. “La musica, la più sublime espressione dello spirito umano”, scrisse nelle sue memorie, “fu anch’essa invischiata nell’infernale impresa dello sterminio di milioni di persone, e addirittura ebbe un ruolo attivo in questo sterminio”. E gli sembrava che la musica non desse alcun sollievo, anzi: credeva che quello fosse un mezzo per aumentare la sofferenza dei prigionieri. Un modo per rendere ancor più straziante quell’annullamento della persona che i nazisti auspicavano per gli internati. Essere obbligati ad ascoltare quel “violino che brucia”, doveva essere un tormento insopportabile per chi all’arte aveva dedicato la vita, per chi coltivava la passione della musica, per chi era semplicemente dotato di un animo sensibile.

Bibliografia di riferimento

  • Carlos Hernández de Miguel, Los últimos españoles de Mauthausen, Ediciones B, 2015
  • Leonard Cohen, The lyrics of Leonard Cohen, Omnibus Press, 2009
  • Montse Armengou, Ricard Belis, El comboi dels 927, Rosa dels Vents, 2005
  • Janina Struk, Photographing the Holocaust. Interpretations of the Evidence, I.B. Tauris, 2004
  • Benito Bermejo, Francisco Boix, el fotógrafo de Mauthausen, RBA Libros, 2002
  • Szymon Laks, Music of Another World, Northwestern University Press, 2000
  • Frediano Sessi, Auschwitz 1940-1945. L’orrore quotidiano in un campo di sterminio, BUR, 1999

Alla vicenda di Francesc Boix è stato dedicato il documentario Francisco Boix, un fotografo en el infierno e la mostra Més enllà de Mauthausen al Museu d’Història de Catalunya di Barcellona.



Gli autori di questo articolo: Federico Giannini e Ilaria Baratta

Gli articoli firmati Finestre sull'Arte sono scritti a quattro mani da Federico Giannini e Ilaria Baratta. Insieme abbiamo fondato Finestre sull'Arte nel 2009. Clicca qui per scoprire chi siamo

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1. Laura Galigani in data 29/01/2018, 12:55:24

Bravi, un articolo molto interessante!
Laura Galigani



Commenti dal post ufficiale su Facebook

2.Monica Lotto in data 27/01/2018 12:46:07

Mio padre ha fatto Mauthausen pur non essendo di fede giudaica. E come lui molti altri dei quali : Non si parla mai.







3. Alda Dalle Rive in data 27/01/2018 14:15:06

Anche mio zio, non era ebreo, ma indossava la divisa italiana nel momento sbagliato.È morto in Germania,in un campo di concentramento



4. Monica Lotto in data 27/01/2018 14:38:52

Alda Dalle Rive Ma questi morti non li ricorda mai nessuno...solo gli ebrei.



5. Cristina Ricciardo in data 27/01/2018 14:46:47

Monica Lotto, non è vero. Nel monumento eretto ad Auschwitz si ricordano tutte le vittime.



6. Monica Lotto in data 27/01/2018 14:48:32

Cristina Ricciardo a Mauthausen ci sono quelli di tutte le nazionalità ma la shoah è ebraica anche come termine. Se parla qualche ex deportato è sempre ebreo mai che ci fosse l?intervista ad un connazionale...



7. Love art & music in data 27/01/2018 15:41:27









8. Cristina Ricciardo in data 27/01/2018 18:34:38

Monica Lotto non è che agli altri hanno messo il bavaglio, sono semplicemente una minoranza.



9. Finestre sull'Arte in data 27/01/2018 20:01:40

Ci dispiace molto e sinceramente per le brutte vicissitudini che la sua famiglia ha dovuto trascorrere. Però vogliamo anche specificare che i concetti "ebreo" o "connazionale" possono coesistere, e che comunque questo articolo parla di un gitano e di un fotografo spagnolo che non era di fede ebraica (così come i ragazzi che lo aiutarono a Mauthausen). Noi siamo convinti che non occorra trovare "divisioni" dentro a quella tragedia: molti entrarono per ragioni diverse, ma tutti subirono gli stessi maltrattamenti, le stesse torture, la stessa sorte e videro lo stesso orrore. Grazie per averci fornito la sua testimonianza



10. Monica Lotto in data 27/01/2018 22:35:46

Finestre sull'Arte si perché gli ebrei italiani sono nostri connazionali e per altro ne ho di amici (il mio dentista è ebreo ma è anche un mio amico) molti li ho nel cuore come il mio grande medico , grande grande uomo , Leon Rudich



11.Alessandra Cianchi in data 27/01/2018 13:40:16

Straziante



12.Graciela Daneri in data 27/01/2018 17:16:29

Tantti anni fa ! Difficile giuducare...



13.Sonja Noga in data 27/01/2018 19:20:58

Mio padre era in Mauthausen 5 anni.



14.Pietro Bonì in data 27/01/2018 19:26:58

Sara che tristezza



15. Sara Bene in data 28/01/2018 11:55:40

?



16.Michela Ceccon in data 27/01/2018 20:23:12

Non è vero. Si parla di tutti . Solo oggi degli Ebrei



17.Mireille Laporte in data 27/01/2018 22:56:01





18.Paolo DI Vito in data 28/01/2018 06:44:38











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