La Fiducia in Dio, capolavoro di Lorenzo Bartolini

La nota

2011, Undicesima puntata

È una delle opere più belle di Lorenzo Bartolini e dell'arte dell'Ottocento: la Fiducia in Dio, capolavoro dell'arte purista. L'opera, esposta anche alla mostra "Lorenzo Bartolini: scultore del bello naturale" (Firenze, Galleria dell'Accademia, fino al 6 novembre), suscita sempre stupore e ammirazione in chi la osserva, e Ambra completa quanto detto nella puntata con il suo articolo di oggi!

Emise i suoi ultimi respiri di vita in quella meravigliosa città che tanto lo osteggiò per il suo passato di bonapartista e per la sua crescente avversione al gusto accademico neoclassico.
Dedicatosi alla ripresa dei modelli del Quattrocento fiorentino, il suo stile pian piano si avvicinò a tendenze puriste come è possibile evincere nell'opera scultorea Fiducia in Dio che Bartolini realizzò nel 1835, conservata al Museo Poldi Pezzoli di Milano.

Quella natura, tanto imitata più che idealizzata, si manifesta nell'umana espressione facciale di una donna che teneramente rivolge il suo animo a Dio in un gesto di pia devozione dove una mano abbraccia l'altra in una pacata e silenziosa preghiera.
Il suo corpo, definito da una linea morbida e fluente, sembra ripiegarsi in un bisognoso abbandono al cospetto di colui che dal cielo irradia gli uomini del suo sommo amore.
Privo di veli e drappeggi, il sublime corpo femminile sembra brillar di un divino candore che spinge la scultura alla ricerca di un cromatismo dolce e delicato. Una bellezza che par più naturale che idealizzata, sboccia da uno stile che possiede la forza e l'eloquenza necessarie a trasmettere quei valori morali e spirituali che l'uomo tanto persegue.

Ispirata alla Maddalena penitente di Antonio Canova, l'opera esplica il completo abbandono alla fede di una donna che ormai vedova, confida nell'amore divino per alleviare i dolori di un lutto coniugale.
L'opera, commissionata all'artista dalla Marchesa Rosa Trivulzio, madre di Gian Giacomo Poldi Pezzoli, fu così ammirata che nel 1837 ispirò anche il poeta Giuseppe Giusti che in un suo sonetto dall'omonimo titolo, così si espresse:

Quasi obliando la corporea salma,
Rapita in Quei che volentier perdona,
Sulle ginocchia il bel corpo abbandona
Soavemente, e l’una e l’altra palma.

Un dolor stanco, una celeste calma
Le appar diffusa in tutta la persona;
Ma nella fronte che con Dio ragiona
Balena l’immortal raggio dell’alma;

E par che dica: se ogni dolce cosa
M’inganna, e al tempo che sperai sereno
Fuggir mi sento la vita affannosa,

Signor, fidando, al tuo paterno seno
L’anima mia ricorre, e si riposa
In un affetto che non è terreno.

E se l'anima riposa nell'immaterialità divina, il busto-ritratto di Rosa Tivulzio, abilmente realizzato da Bartolini nel 1828, risplende di un'umana materialità che tanto fu cara al figlio Gian Giacomo che per sentir più vicina la madre ormai defunta, era solito abbellire la scultura con una collana che in vita più volte Rosa indossò .

Ambra Grieco








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