Guglielmo Emilio Aschieri, oltre a essere un artista di grande valore, era un uomo gentile, premuroso e, soprattutto, irresistibilmente simpatico. La sua pittura mi ha sempre colpito profondamente. Pur muovendosi all’interno di una tecnica tradizionale, solida e impeccabile, il suo lavoro risultava sorprendentemente contemporaneo. Padano, cremonese fino in fondo, guardava alla pittura toscana con sincera ammirazione, ma anche con quel giusto distacco ironico che gli permetteva di dialogare con la tradizione senza mai esserne schiacciato. Le sue nature morte — quelle grandi lastre di lamiera cariche di frutta e verdura — mi hanno spesso ricordato certe opere rinascimentali: un Rinascimento rivisitato, quasi un Fra’ Angelico sarcastico e irriverente, proprio come il suo carattere.
In occasione della nostra mostra a due, durante l’intervista realizzata insieme a Roberto Pinto, Guglielmo si definì con autoironia un “ragazzaccio”. Rivendicava con naturalezza quella componente ironica che aveva guidato il suo lavoro fin dall’inizio, raccontando come tutto fosse nato da una domanda semplice e un po’ provocatoria: cosa accadrebbe se un piccolo vaso di fiori da salotto diventasse enorme, sproporzionato, quasi monumentale? In quella che lui stesso chiamava una scommessa c’era la consapevolezza di confrontarsi con una tradizione vastissima — la storia infinita degli oggetti e delle nature morte nella pittura — e, allo stesso tempo, la voglia di forzarla, di metterla alla prova.
Oggi penso che quelle scommesse Guglielmo le abbia vinte. Anche se il suo nome non è sempre rimasto al centro dell’attenzione, le sue opere continuano a reggere lo sguardo del tempo, parlano ancora con chiarezza e intelligenza, indipendentemente dalle mode e dalle distrazioni del sistema dell’arte. L’ultima volta che l’ho incontrato è stata a Cremona, in occasione di una mia mostra alla Galleria Mangano, con cui collaborava. Ci siamo salutati come si fa quando si dà per scontato che ci sarà un’altra occasione. Tornando a casa, attraversando la pianura, quel pensiero è diventato un piccolo peso: non aver scattato una foto insieme.
L'autore di questo articolo: Gianluca Sgherri
Nato a Fucecchio nel 1962, Sgherri si è formato al Liceo Artistico e all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Ha esordito nel 1990 alla Galleria Marsilio Margiacchi di Arezzo e, a partire dal 1995, ha vissuto un periodo di intensa attività a Milano, collaborando stabilmente con lo Studio d’Arte Cannaviello. Nella capitale lombarda ha presentato numerose personali tra il 1994 e il 2012 e ha partecipato a collettive accanto ad artisti come Marco Cingolani, Daniele Galliano e Pierluigi Pusole. Le sue opere sono state esposte anche presso la Galleria In Arco di Torino, L’Attico di Fabio Sargentini a Roma e No Code di Lucio Dalla a Bologna. Ha inoltre partecipato a rassegne di rilievo come Ultime Generazioni (XII Quadriennale d’Arte di Roma), Arte italiana. Ultimi quarant’anni. Pittura iconica (GAM Bologna), Prima linea. La nuova arte italiana (Trevi Flash Art Museum) e Arte Italiana 1968_2007. Pittura (Palazzo Reale, Milano).Per inviare il commento devi
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