Emergono, e in maniera estremamente evidente, due dati dalla classifica delle migliori mostre che si sono tenute in Italia nel 2025. Prima d’entrar nel merito, però, alcuni dettagli per fornire al lettore un poco di contesto. Finestre sull’Arte ha voluto ripetere l’esperienza dello scorso anno: affidare il best of delle mostre italiane che si son tenute nell’anno appena trascorso a una giuria qualificati di oltre cento esperti, tra giornalisti, critici, curatori, direttori di musei, docenti, uffici stampa, addetti ai lavori vari, selezionati tenendo conto della loro esperienza, della loro distribuzione geografica, della varietà delle loro competenze. Il metodo: una rosa di sessanta mostre, trenta per l’antico e il moderno e trenta per il contemporaneo. Ogni giurato vota in maniera indipendente da tutti gli altri, e può segnalare alla redazione mostre che non fanno parte della rosa (in caso di almeno tre segnalazioni, la mostra entra automaticamente in rosa). Un voto da 1 a 10: si ricava una media, moltiplicata per un coefficiente stabilito per dare un lieve vantaggio alle mostre più visitate (sulla base del principio per cui, tra due mostre che ottengono, mettiamo, una media del 9, viene dato più peso a una mostra che ha ottenuto 80 voti rispetto a una mostra che ne ha ottenuti 40). E si stila la classifica. Al momento non esiste nessun’altra testata che si sobbarchi un lavoro del genere: quello di Finestre sull’Arte è a oggi il best of di fine anno nel settore arte più oggettivo e professionale che esista.
Il primo dato viene dalla classifica dell’antico-moderno: la qualità conta molto più del nome. Certo: ha vinto la mostra sul Beato Angelico a Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, ma quella su Caravaggio a Roma ha ottenuto solo il settimo posto, e i Tesori dei Faraoni delle Scuderie del Quirinale, malgrado il larghissimo interesse di pubblico e l’effettiva straordinarietà della rassegna (non è cosa da tutti i giorni che un nucleo significativo di reperti dal Museo Egizio del Cairo arrivino in blocco in Italia), è addirittura finita fuori dalle prime 15 posizioni. Completano invece il podio due mostre su due artisti poco noti al grande pubblico, ovvero Pietro Bellotti, che s’è guadagnato la seconda posizione, e Simone Cantarini, al terzo posto, con le mostre rispettivamente alle Gallerie dell’Accademia di Venezia e alla Galleria Nazionale delle Marche di Urbino. Significa, in sostanza, che la solidità del progetto è più rilevante dell’impatto che un nome può suscitare. E avendo visto quasi tutte le mostre entrate nei primi 15 posti della classifica (me ne mancano giusto un paio), è una sensazione che posso confermare: le mostre di Venezia e Urbino, malgrado il poco appeal dei loro protagonisti, son state costruite su basi scientifiche solide, riunendo opere poco note e capolavori, con percorsi capaci anche d’intrigare il pubblico non specialista. Se poi alla qualità straordinaria s’aggiunge anche l’elemento straordinario, allora si spiega il primo posto della mostra di Palazzo Strozzi-Museo di San Marco: quattro anni di lavoro per radunare a Firenze una parte rilevante della produzione del Beato Angelico e progettare una mostra di tale densità, una mole di capolavori che difficilmente si potrà rivedere in un futuro immaginabile, un insieme di prestiti internazionali d’altissimo livello bene illustrano le ragioni del plebiscito che c’è stato per la mostra curata da Strehlke, Tartuferi e Casciu (un distacco di quasi un punto di media rispetto alla seconda). Naturalmente diversi giurati hanno offerto pareti diversi (non pochi coloro che hanno attribuito voti più alti a Bellotti e Cantarini che al Beato Angelico), ma nel complesso quest’anno ha vinto la rassegna che ha saputo coniugare rigore scientifico e richiamo per il grande pubblico.
Interessante, poi, la composizione del tipo d’istituto che ha ospitato la mostra: nelle prime quindici posizioni figurano tre musei statali (di cui due sul podio), sei istituti pubblici (tra Comuni e Province), tre privati, una fabbriceria, un soggetto misto pubblico-privato e una partecipata. È la dimostrazione, chiara oltre ogni (ir)ragionevole dubbio, che i musei pubblici in Italia sanno perfettamente organizzare mostre rilevanti, checché se ne dica.
Il secondo dato emerge invece dalla classifica delle mostre d’arte contemporanea: l’arte contemporanea, quest’anno, è stata donna. Il podio del 2025 è tutto al femminile: vince Nan Goldin al Pirelli HangarBicocca, seguono Rebecca Horn al Castello di Rivoli al secondo posto e Letizia Battaglia al Museo San Domenico di Forlì al terzo. E si potrebbe aggiungere Tracey Emin a Palazzo Strozzi al quarto, ma non solo: otto mostre sulle prime undici in classifica sono monografiche d’artiste. Superfluo rammentare che nessuno s’è messo d’accordo per far uscire questo risultato (nessuno dei giurati, ripetiamo, sapeva per che cosa votassero gli altri), né la rosa delle trenta mostre è stata selezionata in virtù d’improbabili quote rosa che non hanno senso per scegliere un miglior prodotto culturale. Molto semplicemente, i musei d’arte contemporanea quest’anno ci hanno proposto diverse mostre di qualità e caso ha voluto che fossero spesso progetti d’artiste. O meglio: non è un caso. Prendendo un dato molto banale, e riferito soltanto all’Italia (quindi non adatto probabilmente a spiegare la classifica, che include anche artisti internazionali, ma può essere il punto di partenza per una riflessione), possiamo dire che, in riferimento all’anno accademico 2023-2024, la percentuale di donne iscritte a un corso in un’accademia di belle arti in Italia sfiorava il 70% del totale degli studenti (22.267 su 32.073, dati del Ministero dell’Università e della Ricerca). Si potrebbe poi allargare lo sguardo al rapporto Art Basel and UBS Survey of Global Collecting del 2024, che registrava un 44% di opere realizzate da donne nelle collezioni private ad alto reddito, un dato peraltro in costante crescita da molti anni.
Di nuovo: è probabilmente un caso, dal momento che lo scorso anno la stessa classifica era dominata dagli uomini (soltanto una mostra al femminile sui primi dieci posti). È la dimostrazione che i nostri giurati non guardano al genere (come è giusto che sia): guardano alla qualità dei progetti, indipendentemente dal sesso degli autori. Mi sento però di dire che il risultato di quest’anno rispecchia di più le dinamiche reali del mondo dell’arte contemporanea, ma non solo. Primo: perché è del tutto evidente che la componente femminile nel nostro settore ha un impatto significativo, le donne non sono davvero più una minoranza come lo erano fino a venti-trent’anni fa o forse anche più. Certo: è un’ovvietà, una banalità. Ma fa bene ribadirlo. Secondo: si potrebbero prendere in prestito le parole di Pilar Corrias, titolare dell’omonima galleria londinese, una delle più partecipi e interessanti della scena mondiale, che lo scorso anno, commentando i risultati del survey di Art Basel, ricordava che “è in atto una massiccia correzione del canone e le istituzioni si stanno impegnando molto per recuperare”. Da un lato, dunque, una maggior attenzione all’arte al femminile, che però, mi sento di dire, penso sia il naturale riflesso della partecipazione femminile, testimoniata dalle percentuali di studentesse iscritte ai corsi accademici (abbiamo citato i dati italiani, ma penso che se si guarda al resto dei paesi occidentali i numeri non siano poi così difformi dai nostri), dalla quantità di gallerie aperte da donne in tutto il mondo (basta farsi un giro in una qualche fiera, anche in Italia, facendo caso soprattutto alle partecipazioni internazionali, per farsi un’idea empirica), dalle mostre e dai progetti delle artiste. Con l’auspicio che finalmente, tra qualche anno, non dovremo più ragionare in termini di quote e percentuali, perché vorrà dire che ovunque avremo raggiunto la vera parità, quella parità per cui sarà possibile valutare ovunque i progetti indipendentemente dal genere di chi li propone. Tra cent’anni, auspicabilmente, gli studiosi del futuro non dovranno inventarsi di continuo mostre su Artemisia Gentileschi o su Frida Kahlo per colmare lacune: riscontreranno che le donne erano una componente naturale, e financo maggioritaria, del panorama artistico del ventunesimo secolo.
Non tutto però è positivo: tra i voti dati all’antico-moderno e i voti dati al contemporaneo si registra ancora un significativo gap. Non perché i giurati del contemporaneo siano di bocca buona, mentre quelli dell’antico sono inclini a chiudere un occhio. È una dinamica che si presenta identica allo scorso anno, anche se quest’anno si registrano mediamente voti più alti, ed è sintomo del fatto che in Italia le mostre del contemporaneo scontano una certa arretratezza rispetto a quelle dell’antico. In altri termini, le mostre degli artisti contemporanei sono percepite come meno valide, meno interessanti rispetto a quelle delle mostre d’arte antica. E se l’Italia è forse la prima potenza mondiale per le mostre d’arte antica (o comunque ci andiamo vicini), lo stesso non si può dire per le mostre d’arte contemporanea, anzi: che sia per debolezza dell’offerta, che sia per minor rilevanza degli artisti italiani rispetto agli artisti stranieri, che sia per mancanza d’una critica forte, che sia per scarsa visione di molti curatori, sul contemporaneo arranchiamo. Ma è anche vero che, rispetto all’anno scorso, la qualità è in crescita. Vedremo cosa ci riserverà d’interessante questo 2026.
L'autore di questo articolo: Federico Giannini
Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale (presso Università di Genova e Ordine dei Giornalisti), inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).
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