Ci sono figure che, più di altre, attraversano la storia dell’arte come presenze ambivalenti, a metà tra la generosità del mecenate e il rigore del banchiere. Figure che non creano, non dipingono, non scolpiscono, ma senza le quali molta arte non sarebbe mai esistita, e molta altra si sarebbe persa nel nulla. Queste figure sono i collezionisti.
Il collezionista è, insieme, un salvatore e un carceriere. Salvatore perché compra quando nessuno compra, perché rischia quando il mercato non ha ancora decretato un valore, perché vede dove altri non vedono. Carceriere perché nel momento stesso in cui acquista un’opera, la sottrae al mondo: non più patrimonio collettivo, ma bene privato. La tensione fra questi due poli, il salvataggio e la sottrazione, percorre tutta la storia del collezionismo, dalle gallerie rinascimentali alle fondazioni contemporanee. E oggi, più che mai, bisogna chiederci: è giusto che l’arte appartenga a pochi? È giusto che un’opera che nasce per parlare al mondo finisca rinchiusa in un caveau, invisibile a chi non può permettersi di varcare la soglia di una dimora privata?
La storia ci consegna molti esempi in cui il collezionista ha avuto un ruolo provvidenziale. Lorenzo de’ Medici non fu soltanto un politico astuto: fu colui che riconobbe in un giovane Michelangelo un talento da sostenere, garantendogli lo spazio per crescere. Isabella d’Este, con la sua collezione a Mantova, diede forma a un modello di “studiolo” che ancora oggi ci affascina. Peggy Guggenheim, nel Novecento, salvò intere generazioni di artisti americani ed europei, comprando opere che nessun museo voleva e trasformandole, col tempo, in capolavori imprescindibili. Il collezionista, in questi casi, è stato colui che ha creduto prima che l’opera diventasse celebre, colui che ha custodito quando l’istituzione pubblica non aveva i mezzi, colui che ha tramandato quando altri avrebbero dimenticato. Senza i collezionisti, molto probabilmente, interi movimenti artistici non avrebbero lasciato traccia.
Ma c’è l’altro lato, più oscuro. Ogni volta che un’opera entra in una collezione privata, esce, almeno in parte, dalla vita pubblica. Non è più visibile liberamente, non può più essere studiata con facilità, non appartiene più al patrimonio comune. Molte opere futuriste italiane, per esempio, sono state vendute all’estero negli anni Venti e Trenta, quando il Futurismo non godeva ancora di un riconoscimento istituzionale forte. Molti quadri di Boccioni e Severini sono finiti in collezioni private straniere, e di alcuni si sono perse addirittura le tracce. Lo stesso destino è toccato a opere di Burri, Fontana, Manzoni negli anni Cinquanta e Sessanta, acquistate da privati lungimiranti e poi scomparse dietro porte chiuse.
Non sono andate distrutte: sono vive, custodite, assicurate. Ma invisibili. E un’opera invisibile è, in qualche modo, un’opera mutilata. Perché l’arte vive solo nello sguardo di chi la guarda, solo nella comunità che la interpreta. Se un quadro resta appeso in un salotto inaccessibile, la sua voce si spegne, o meglio: si restringe a un pubblico infinitesimale. E qui emerge la contraddizione: l’arte è insieme oggetto e linguaggio. È materia che si compra, si vende, si possiede. Ma è anche voce collettiva, testimonianza di un tempo, racconto universale. Trattarla come un bene qualsiasi, come un terreno, una villa, un gioiello, significa ridurla a merce. Ma allo stesso tempo, negare la possibilità che sia proprietà privata significa ignorare che senza il sostegno economico dei privati, molta arte non esisterebbe.
Il collezionismo contemporaneo oscilla fra questi poli. Da un lato, le grandi collezioni aperte al pubblico, Pinault a Venezia, Prada a Milano, Rubell a Miami, che hanno trasformato patrimoni privati in luoghi di fruizione collettiva. Dall’altro, migliaia di opere chiuse nei caveau, trattate come asset finanziari, scambiate alle aste come titoli in borsa. È la stessa opera che, a seconda del destino, può essere “salvata” o “sequestrata”.
La domanda allora diventa etica: un’opera d’arte appartiene davvero a chi la compra? O, nel momento stesso in cui nasce, appartiene anche alla collettività che la riconosce come testimonianza? Un Caravaggio in un museo pubblico è parte della nostra identità nazionale. Un Burri in una collezione privata dovrebbe essere percepito allo stesso modo. Eppure il secondo è sottratto agli occhi del pubblico, ridotto a investimento, a simbolo di status. È legittimo? Sì, nel diritto. Ma è giusto, culturalmente?
Non bisogna, tuttavia, demonizzare il collezionista, ma ridefinire il suo ruolo. Non più carceriere solitario, ma custode che condivide. Non più padrone assoluto, ma parte di un patto sociale che riconosce nell’arte un bene comune, anche quando è di proprietà privata. Alcuni strumenti già esistono: i prestiti a lungo termine ai musei, gli incentivi fiscali per chi apre le collezioni al pubblico, gli archivi digitali accessibili che documentano le opere, anche quando non sono visibili fisicamente. Ma occorre fare di più. Serve un cambio di mentalità: capire che il vero valore di un’opera non sta nel suo prezzo, ma nella sua capacità di parlare a molti.
Un’opera chiusa in un caveau, invisibile, è come un libro che nessuno legge, come una musica che nessuno ascolta. Vive, sì, ma in che modo? Forse i collezionisti sono davvero i grandi protagonisti dell’arte contemporanea, ma il giudizio sul loro operato dipende da questo: da quanto sono disposti a lasciare che le opere che custodiscono continuino a vivere, a circolare, a farsi guardare. Perché, in fondo, la domanda che dobbiamo porci non è più soltanto chi possiede l’arte, ma chi la può vedere. E da questa risposta dipende non solo il destino delle collezioni private, ma la vitalità stessa della nostra cultura.
L'autrice di questo articolo: Federica Schneck
Federica Schneck, classe 1996, è curatrice indipendente e social media manager. Dopo aver conseguito la laurea magistrale in storia dell’arte contemporanea presso l’Università di Pisa, ha inoltre conseguito numerosi corsi certificati concentrati sul mercato dell’arte, il marketing e le innovazioni digitali in campo culturale ed artistico. Lavora come curatrice, spaziando dalle gallerie e le collezioni private fino ad arrivare alle fiere d’arte, e la sua carriera si concentra sulla scoperta e la promozione di straordinari artisti emergenti e sulla creazione di esperienze artistiche significative per il pubblico, attraverso la narrazione di storie uniche.Per inviare il commento devi
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