Un ritorno che ricuce un frammento della storia collezionistica italiana. L’Allegoria della Buona Speranza di Giovan Francesco Penni (Firenze, 1488 – Napoli, 1528) è infatti tornata a Roma nella raccolta della Galleria Borghese dopo oltre due secoli, grazie a un’acquisizione avvenuta a maggio 2025, ma comunicata soltanto in questi giorni, in asta presso Pandolfini. Il dipinto è oggi protagonista della mostra dossier Ritorno alla Galleria Borghese. Giovan Francesco Penni e la bottega di Raffaello, curata da Lucia Calzone, che approfondisce il ruolo dell’artista all’interno della cerchia di Raffaello Sanzio e il contesto in cui l’opera è stata realizzata.
L’operazione rappresenta un’acquisizione di rilievo per il patrimonio pubblico italiano e si inserisce in una più ampia strategia delle istituzioni culturali volta a ricostruire il tessuto originario delle collezioni storiche. In questo caso, il ritorno dell’opera assume un valore simbolico particolarmente forte, riportando all’interno della collezione Borghese un dipinto che ne faceva parte già nel Seicento. Il recupero dell’opera testimonia anche l’importanza del lavoro svolto dalle case d’asta e il ruolo delle collaborazioni tra studiosi, curatori e mercato antiquario. L’acquisizione è stata infatti accolta con soddisfazione da Pandolfini, che sottolinea come il risultato contribuisca ad arricchire una delle collezioni pubbliche più prestigiose con un’opera di dimensioni contenute ma di grande significato storico e artistico.
La storia dell’opera è complessa e ben documentata. La piccola tavola centinata era originariamente parte della collezione del cardinale Scipione Borghese, dove risulta registrata già negli inventari del terzo decennio del Seicento. Nel Palazzo Borghese di Ripetta era descritta come il ritratto di una figura femminile in piedi con un fiore in mano, attribuita a Raffaello, e faceva coppia con un altro dipinto di identiche dimensioni e formato.
Le due opere erano esposte insieme ad altri capolavori della prima produzione raffaellesca, come il Sogno del Cavaliere e le Tre Grazie, a testimonianza del loro valore all’interno della raccolta. Nel 1650 risultano, stando alla descrizione del tempo fornita da Giacomo Manilli, collocate anche nella Villa Borghese, in ambienti riservati e destinati al riposo del principe, caratterizzati dalla presenza di dipinti di piccolo formato ma di grande pregio.
Nel corso del tempo, l’attribuzione e l’interpretazione del soggetto subirono diverse variazioni. Se inizialmente il dipinto era ritenuto opera di Raffaello, già tra Settecento e Ottocento iniziò a essere associato alla figura di Penni, noto anche come “il Fattore”, uno dei più fedeli collaboratori del maestro urbinate. Fu solo nel catalogo di un’asta Christie’s del 1810 che l’opera venne per la prima volta identificata come personificazione della Speranza.
La vicenda collezionistica del dipinto è strettamente legata alle turbolenze storiche di fine Settecento. Tra il 1797 e il 1798, sotto la pressione delle campagne napoleoniche in Italia, molte opere della collezione Borghese furono alienate. In questo contesto, la tavola fu acquistata a Roma dal collezionista inglese William Young Ottley e trasferita a Londra, dove venne rivenduta l’anno successivo. Da quel momento, l’opera passò attraverso importanti collezioni private britanniche, tra cui quelle di William Beckford, Walsh Porter e Thomas Hope, rimanendo nel Regno Unito per oltre un secolo. Dopo ulteriori passaggi, tra cui un’asta del 1917, il dipinto riemerse sul mercato antiquario nel 2005, segnando una nuova fase della sua storia.
Il ritorno alla Galleria Borghese nel 2025 rappresenta quindi il punto di arrivo di un lungo percorso, che riporta l’opera nel contesto originario in cui era stata concepita e valorizzata. Dal punto di vista storico-artistico, l’Allegoria della Buona Speranza è significativa anche per la sua relazione con altri studi e disegni attribuiti a Penni, tra cui uno su carta bruna con quadrettatura e un altro conservato nelle collezioni reali di Windsor.
L’iniziativa espositiva attualmente in corso consente di approfondire non solo la storia del dipinto, ma anche il funzionamento della bottega di Raffaello, mettendo in luce il contributo dei collaboratori nella produzione artistica del Rinascimento. In questo contesto, la figura di Penni emerge come fondamentale nella diffusione e nell’interpretazione del linguaggio raffaellesco.
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