Deregulation in Francia: critiche per un decreto che consente ai prefetti di aggirare norme su cultura e ambiente


Discussioni appassionate in Francia per un decreto che consente ai prefetti di aggirare le norme sul patrimonio culturale e ambientale nel nome dell’’interesse generale’.

In Francia c’è malumore per un decreto, il 2020-412, che è stato emanato lo scorso aprile ma che continua a far discutere, soprattutto in questo momento di ripresa delle attività a seguito dello stop imposto dalle misure di contenimento contro il contagio di Covid-19 da coronavirus.

Il decreto, molto semplice, è composto da 6 articoli e dà ai prefetti il potere di derogare agli “arrêtés” (ovvero a regolamenti e atti amministrativi settoriali) per prendere decisioni di carattere non normativo su diverse materie: tra queste, figurano la gestione del territorio, l’ambiente, l’agricoltura e le foreste, l’edilizia, la logistica e l’urbanistica, la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale, il lavoro e le attività economiche, le attività sportive, socio-educative e associative. All’articolo 2, si legge che le deroghe devono soddisfare quattro condizioni: essere giustificate da un motivo d’interesse generale e dall’esistenza di “circostanze locali”; avere l’effetto di alleggerire gli iter amministrativi, ridurre i ritardi procedurali o favorire l’accesso ad aiuti pubblici; essere compatibili con gli impegni europei e internazionali della Francia; non pregiudicare gli interessi della tutela o della sicurezza delle persone e delle cose, né essere sproporzionate rispetto agli obiettivi. Le deroghe prenderanno la forma di arrêtés.

Gli osservatori fanno notare che questo decreto potrebbe riguardare molto da vicino il patrimonio culturale e il patrimonio ambientale. Julien Lacaze, presidente dell’associazione Sites et Monuments - Société pour la Protection des Paysages et de l’Esthétique de la France rileva analogie con un analogo provvedimento che concedeva deroghe in materia di costruzione di impianti di energia eolica, facendo notare che “la protezione del patrimonio architettonico, percepita ancora e sempre come un ostacolo alle attività economiche, è interessata da queste deroghe”: del resto, lo stesso ministero della cultura, con una nota inviata ai prefetti regionali lo scorso 5 maggio, faceva sapere che, ad esempio, la deroga riguarda anche l’obbligo di produrre i documenti richiesti dalle parti normative del codice dei beni culturali francese al fine di ottenere l’autorizzazione per eseguire lavori su un monumento storico vincolato. Secondo Lacaze c’è però anche qualcosa di più grave, ovvero il decreto consente deroghe anche nei confronti dei piani di salvaguardia dei beni culturali: questo, si legge nell’intervento di Lacaze, farebbe sì che un immobile che, secondo tali piani, dovrebbe essere conservato, “potrebbe essere demolito su domanda di un sindaco e dietro deroga prefettizia senza che il piano di salvaguardia venga revisionato o modificato. Per fare ciò sarà sufficiente invocare un motivo d’interesse generale, per esempio per ragioni di salute pubblica o di sviluppo economico”. Per Lacaze si tratta, in definitiva, di un “decreto pericoloso”.

Prima ancora, il giovane giornalista Gaspard d’Allens aveva definito, sulla rivista Reporterre, il nuovo provvedimento come “un decreto che indebolisce di nuovo i diritti dell’ambiente a vantaggio di un futuro rilancio economico”. Il timore, infatti, non è solo per il patrimonio storico e architettonico, ma è anche per il patrimonio ambientale. D’Allens ha ricordato che questo decreto è un “copia-incolla” di un provvedimento simile adottato nel 2017 per due regioni (i Pays de la Loire e la Borgogna-Franca Contea), già allora fonte di numerose polemiche (c’erano stati anche diversi ricorsi amministrativi). Le associazioni ambientaliste lamentano di non esser state ascoltate dal governo, e bollano il decreto come un regalo alle lobby dell’edilizia e dell’agricoltura. “Il rischio di derive si moltiplica”, ritiene Patrick Saint-Léger del Syndicat national de l’environnement, perché “si tratta di misure che permettono agli attori economici di liberarsi di alcune procedure che giudicano troppo pesanti”. Gli fa eco Gabriel Ullmann, esperto di diritto ambientale: “i margini della deregulation sono potenzialmente significativi. Tutto dipenderà dalle valutazioni dei prefetti. Per ora, sono rimasti abbastanza prudenti nel corso della sperimentazione [ndr: si riferisce al decreto del 2017 per le due regioni, che sarebbe stato un esperimento locale per poi estendere le norme su scala nazionale]. Ma l’esperienza dimostra che le cattive abitudini non solo si mantengono, ma si rafforzano. Con la generalizzazione del provvedimento, i prefetti guadagneranno in termini di audacia e andranno ad accelerare progressivamente la macchina della distruzione”.

In più, c’è la preoccupazione che i motivi d’interesse generale stabiliti dal decreto siano quelli economici ma non quelli ambientali: c’è dunque il rischio che la costruzione di nuove strutture per ragioni economiche vada a minacciare gli equilibri ambientali delle zone in cui saranno edificate. E questo perché, sottolinea D’Allens, “la cultura dei prefetti privilegia soprattutto lo sviluppo economico”: il pericolo è dunque che i prefetti possano interpretare in maniera troppo larga questo decreto.

Infine, gli ultimi a intervenire sul tema sono stati, ieri, i giornalisti Bénédicte Bonnet Saint-Georges e Didier Rykner con un articolo firmato a quattro mani e pubblicato su La Tribune de l’Art. Saint-Georges e Rykner ricordano che il decreto non consente ai prefetti di toccare le leggi (il decreto, nell’ordinamento legislativo francese, è infatti subordinato alle leggi), né tanto meno la Costituzione, ma si tratta di un provvedimento che rende comunque facoltative le parti normative degli arrêté, tra i quali rientrano anche i codici che regolano il patrimonio culturale, l’ambiente e l’urbanistica. Per i due, si tratta però di un decreto ipocrita, perché l’espressione “interesse generale” permetterebbe “un grande margine di manovra, perché se il rilancio economico è presentato come d’interesse generale supremo, allora tutto è permesso. Ma se le norme non sono già al servizio dell’interesse generale, allora a cosa servono?”.

Saint-Georges e Rykner ricordano poi che i prefetti, con questo decreto, potrebbero tranquillamente bypassare il parere degli esperti in materia, soprattutto nei casi in cui i prefetti siano troppo inclini a sottomettersi ai poteri locali. Per esempio, “il prefetto”, scrivono, “potrebbe ignorare le raccomandazioni di alcune commissioni, come la commissione territoriale di ricerca archeologica nel quadro di un’operazione di archeologia preventiva, o quelle della commissione regionale del patrimonio e dell’architettura nel momento in cui si decide di ritirare il vincolo architettonico su un edificio contemporaneo se il bene versa nel degrado”. I due giornalisti elencano anche i risultati della sperimentazione del 2017: se in un rapporto dei senatori Jean-Marie Bockel e Mathieu Darnaud si provava a rassicurare dicendo che “l’esercizio della deroga è contrario alla cultura dei funzionari, il cui mestiere è quello di applicare la legge e di scartare le domande che vanno in direzione contraria a quest’ultima: il principio di uguaglianza è profondamente radicato nella mentalità dei funzionari”, l’esperienza dimostra che alcuni dipartimenti (enti territoriali comparabili alle nostre province) hanno applicato in maniera estesa le deroghe. Per esempio, se è vero che a oggi il prefetto del dipartimento del Bas-Rhin non ha mai applicato il provvedimento ritenendo che potesse stracciare i principi d’uguaglianza stabiliti da leggi e Costituzione, nella Loire-Atlantique si sono registrati diciannove casi di deroghe. “Alcuni prefetti”, affermano Saint-Georges e Rykner, “avevano paura delle conseguenze di questa norma, e altri, come il prefetto della Vandea, l’hanno utilizzata gagliardamente dando prova di spettacolare flessibilità nell’interpretazione dei testi”.

Saint-Georges e Rykner concludono amaramente scrivendo che “se il patrimonio è una delle possibilità del nostro paese, nonché una straordinaria leva per la crescita, allora tutto ciò sarà sacrificato ai molteplici interessi locali che non hanno niente a che vedere con la protezione dei monumenti storici. Il turismo, che è una parte molto rilevante dell’economia nazionale, sarà il primo a soffrirne, perché è poco probabile che una Francia consegnata agli agenti immobiliari e ai demolitori possa ancora attirare turisti”.

Nella foto: l’abbazia di Sénanque nello splendido paesaggio della Provenza.

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