La Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso di non esaminare la questione se un’opera d’arte generata dall’intelligenza artificiale possa essere protetta dal diritto d’autore secondo la legge statunitense. Con una decisione resa nota lunedì 2 marzo, i giudici hanno respinto il ricorso presentato da Stephen Thaler, informatico del Missouri, che si era visto negare dai tribunali di grado inferiore il copyright per un’immagine realizzata da un sistema di intelligenza artificiale di sua invenzione, chiamato DABUS. La scelta della Corte di non esaminare il caso lascia dunque in vigore le decisioni dei tribunali inferiori e consolida l’orientamento secondo cui la protezione del copyright richiede necessariamente un autore umano.
Al centro della vicenda c’è un’opera visiva intitolata A Recent Entrance to Paradise, per la quale Thaler aveva richiesto nel 2018 una registrazione federale del copyright. L’immagine raffigura binari ferroviari che entrano in un portale, circondati da elementi che richiamano vegetazione verde e viola. Secondo l’informatico, l’opera sarebbe stata creata autonomamente dalla sua tecnologia di intelligenza artificiale, senza intervento umano diretto nel processo creativo. Nel 2022 il Copyright Office degli Stati Uniti aveva respinto la domanda, stabilendo che per ottenere la protezione del diritto d’autore è necessario che l’opera abbia un autore umano. La decisione era stata successivamente confermata dopo una revisione interna. Thaler aveva quindi avviato un contenzioso giudiziario, sostenendo che la normativa non definisce esplicitamente il termine “autore” e che, alla luce della rapida evoluzione delle tecnologie generative, fosse necessario riconsiderare l’interpretazione tradizionale.
Nel 2023 un giudice federale di Washington aveva confermato la posizione dell’ufficio, affermando che la paternità umana rappresenta un requisito fondamentale del copyright. La sentenza era stata poi ribadita nel 2025 dalla Corte d’Appello del Distretto di Columbia (il distretto federale con cui coincide la capitale degli Stati Uniti), che aveva respinto le argomentazioni di Thaler. A ottobre dello stesso anno, l’informatico aveva chiesto alla Corte Suprema di intervenire, definendo la questione di “importanza primaria” alla luce della crescita esponenziale dell’intelligenza artificiale generativa e sostenendo che le decisioni precedenti avessero creato un effetto dissuasivo su chi intende utilizzare l’AI in ambito creativo.
Con il rifiuto di esaminare il ricorso, la Corte Suprema mette di fatto fine a una battaglia legale durata anni. I legali di Thaler hanno dichiarato che la decisione rischia di incidere in modo irreversibile e negativo sullo sviluppo e sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nell’industria creativa durante anni considerati cruciali. Secondo la loro posizione, anche qualora in futuro la Corte dovesse rivedere il criterio adottato dal Copyright Office in un altro caso, per il settore sarebbe ormai troppo tardi per recuperare il terreno perduto.
L’amministrazione del presidente Donald Trump aveva formalmente invitato la Corte Suprema a non accogliere il ricorso di Thaler. In una memoria depositata agli atti, il governo aveva sostenuto che, pur non essendo espressamente definito nella legge sul copyright il termine “autore”, diverse disposizioni rendono chiaro che esso si riferisce a un essere umano e non a una macchina. La posizione dell’esecutivo si è dunque allineata a quella dell’ufficio federale e dei tribunali che avevano già esaminato il caso.
Il procedimento di Thaler si distingue da altri tentativi, anch’essi respinti, di ottenere la protezione del copyright per opere generate con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. In alcuni casi, artisti avevano chiesto il riconoscimento dei diritti su immagini create attraverso sistemi come Midjourney, sostenendo di aver contribuito al risultato tramite prompt testuali e scelte creative. Il Copyright Office ha però respinto anche queste richieste quando ha ritenuto che l’intervento umano non fosse sufficiente a configurare una paternità tutelabile. Nel caso di Thaler, la posizione era ancora più netta: l’informatico non rivendicava la coautorialità né sosteneva di aver creato l’opera con l’assistenza dell’AI, ma affermava che DABUS avesse prodotto l’immagine in modo indipendente. Lo stesso Thaler aveva descritto DABUS come una sorta di “proto-coscienza”, capace di sperimentare stress e traumi. Per lui, ottenere il copyright non era soltanto una questione economica, ma un modo per riconoscere la agency del modello di intelligenza artificiale.
Nel frattempo, il Copyright Office ha anche pubblicato nuove linee guida che precisano come le opere generate da intelligenza artificiale sulla base di prompt testuali non siano, in linea generale, protette dal diritto d’autore, salvo che vi sia un contributo creativo umano significativo e dimostrabile. La decisione della Corte Suprema rafforza questa impostazione, lasciando invariato il quadro normativo in un momento in cui le tecnologie generative sono sempre più diffuse e integrate nei processi creativi.
La pronuncia, o meglio il rifiuto di pronunciarsi, della Corte Suprema non entra nel merito della definizione di “autore”, ma di fatto conferma l’interpretazione secondo cui la legge sul copyright presuppone un intervento umano. Per il mondo dell’arte, dell’editoria e della produzione culturale, si tratta di un segnale molto chiaro: almeno per ora, e almeno negli Stati Uniti, le opere create esclusivamente da sistemi di intelligenza artificiale non possono ottenere la protezione del diritto d’autore.
La vicenda evidenzia le tensioni tra innovazione tecnologica e categorie giuridiche tradizionali. Da un lato, lo sviluppo accelerato dell’intelligenza artificiale generativa solleva interrogativi sulla nozione stessa di creatività e di paternità. Dall’altro, il sistema giuridico continua a fondarsi su concetti elaborati in un’epoca in cui l’autore era necessariamente una persona fisica. La scelta della Corte Suprema di non intervenire lascia per ora immutato questo equilibrio, rinviando a eventuali iniziative legislative o a futuri casi la possibilità di ridefinire i confini del diritto d’autore nell’era dell’AI. Con la decisione del 2 marzo, si chiude dunque, almeno per il momento, la lunga battaglia giudiziaria di Stephen Thaler per il riconoscimento del copyright a favore di DABUS. Resta aperto il dibattito su come il diritto debba adattarsi alle trasformazioni introdotte dall’intelligenza artificiale, ma la posizione dei tribunali federali statunitensi appare oggi consolidata: senza un autore umano, non c’è copyright.
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