L'Occidente nell'Oriente: “Il Castello nel cielo” e le suggestioni artistiche di Laputa

Cineart

2012, Terza puntata

Recentemente restaurato, il film "Il Castello nel cielo" dell'importante regista giapponese Hayao Miyazaki, uno dei protagonisti del cinema nipponico, offre a chi lo guarda diverse suggestioni artistiche che provengono sia da Oriente che da Occidente e si fondono assieme armoniosamente. Andiamo alla scoperta delle tante citazioni letterarie e artistiche nel film insieme a Chiara.

Hayao Miyazaki è uno dei più ammirati esponenti del cinema d'animazione giapponese, anche da chi non è propriamente cultore del genere. Recentemente è stata restaurata e portata in alcuni cinema una sua pellicola del 1986, “Il Castello nel cielo”. La storia presenta tutti gli ingredienti tipici delle altre sue realizzazioni: l'atmosfera onirica, la fusione tra leggenda e realtà, la tradizione giapponese mischiata a suggestioni occidentali e, soprattutto, la scelta dei protagonisti, due bambini che con la loro innocenza e determinazione riescono a districarsi nel complesso mondo degli adulti rendendolo migliore.

Sheeta, la protagonista, è in possesso di un gioiello magico, una “aeropietra” in grado di farla levitare nell'aria. Questo oggetto è agognato sia dall'esercito, sia da un'improbabile gruppo di pirati del cielo. Entrambi si mettono infatti sulle tracce della bambina: lo scopo è servirsi di lei e della sua aeropietra per trovare la mitica terra di Laputa, sospesa nel cielo grazie ad una porzione molto più grande dello stesso minerale e presumibilmente ricca di tesori nascosti. Sheeta e il suo amico Pazu, dopo innumerevoli peripezie, riusciranno a raggiungere Laputa salvandola infine dalle brame altrui per renderla nuovamente quello che era: una leggenda.

La terra di Laputa, che in realtà ha un solido legame con la letteratura occidentale poiché compare per la prima volta nei “Viaggi di Gulliver” di Jonathan Swift, si presenta come un globo roccioso e alberato sospeso nella recondita infinità del cielo. Il suo aspetto nel cartone animato può apparire famigliare ai nostri occhi, infatti si ricollega ad un immaginario ricco di suggestioni che spaziano dalla pittura all'architettura. Ciò non vuol dire che Miyazaki si sia per forza ispirato a questo preciso bagaglio visivo, ma sicuramente “Il Castello nel cielo” contiene alcune impressioni che dal lontano Giappone si collegano al nostro Occidente.

Nel 1959 René Magritte dipinge Il Castello dei Pirenei mettendo su tela uno dei suoi tipici paradossi. Su una nuda roccia sospesa nell'aria si erge un castello di pietra, minimizzato rispetto al sasso sottostante: il tutto si ritrova fermo tra mare e cielo, in un perfetto equilibrio. Il quadro viene commissionato a Magritte dall'amico Harry Torczyner, avvocato newyorkese, come ornamento per il suo ufficio. La tematica del castello sospeso viene proposta, assieme ad altre, dall'artista, ma il risultato finale è comunque frutto di un confronto tra i due amici per via epistolare.

È tipico di Magritte dipingere immagini che vogliono dare un volto ai misteri del mondo e della percezione. Il comune denominatore delle sue opere è il farsi gioco delle leggi universali, creando un clima di spaesamento non necessariamente riconducibile a strane letture psicanalitiche. Alcuni temi in Magritte sono ricorrenti, tra questi, evidentemente, anche le pietre sospese sul mare o su lande desolate, come dimostrano altre due opere praticamente coeve al Castello dei Pirenei: Le idee chiare (1958) e La battaglia delle argonne (1959).

Ma i rimandi artistici non si fermano a Magritte. La rotondità dei giri di mura fortificate attorno a Laputa, hanno un che di famigliare con La Torre di Babele di Pieter Brueghel il Vecchio (1563), in una delle diverse versioni da lui dipinte, nota come La Grande Torre. Questo dipinto è più che altro conosciuto per la grande ricchezza di dettagli, sia nel paesaggio alle spalle della torre in costruzione, sia nella rappresentazione del cantiere, dalle attività dei tagliapietre, ai macchinari utilizzati. Ma in questo caso il rapporto visivo con Laputa sta nelle coppie di archi e pilastri che si rincorrono fino alla sommità della struttura la quale, pur avendo le fondamenta sulla terra, coerentemente con l'episodio biblico, buca le nuvole e si proietta nel più lontano cielo.

Su Laputa, al di sopra dei giri concentrici di mura, si stende l'antica città. Quando Sheeta e Pazu vi mettono piede, questa si presenta come un insieme di ruderi in mezzo al verde e alle nuvole, restituendo un effetto molto simile a quello che può essere dato dalla famosa vista aerea del Macchu Picchu, la più celebre area archeologica Inca del Perù, situata a più di 2000 metri d'altitudine. Nella storia di questo luogo, inoltre, si possono ravvisare dei punti in comune con la storia di Laputa: con la conquista spagnola del Perù, infatti, l'insediamento di Macchu Picchu finisce per diventare un luogo remoto e, in parte, dimenticato, ma mai del tutto perduto, almeno fino al XIX secolo. Come si sa le terre dimenticate sono spesso associate alla presenza di ricchezze e pare che nella seconda metà dell'800 il tedesco Augusto Berns raggiunga le rovine ed operi un intensivo sfruttamento minerario della zona vendendone i tesori ritrovati.

Nonostante vi siano testimonianze di alcune sparute persone che si recano su Macchu Picchu tra '800 e '900, la sua ufficiale “riscoperta” è ormai assegnata allo statunitense Hiram Bingham. Lo storico, con coscienza di causa, raggiunge le rovine nel 1911 e, da quel momento, ha inizio una lunga fase di studi e di vivo interesse per questo luogo che lo porta ad entrare nel patrimonio dell'Unesco nel 1981.

Per concludere, le chiome d'albero che sovrastano Laputa, si proiettano dagli edifici della vecchia città e la coronano come un diadema. Questa impressione del vegetale che scaturisce dal minerale concorre a rafforzare l'effetto complessivo di straniamento, come quello che, passeggiando sulle mura di Lucca, dà la visione della medievale Torre Guinigi, famosa per essere sormontata da un giardino pensile di lecci, già documentato dal XV secolo.

Da questa carrellata, che vuole più che altro offrire una sorta di catalogo visivo pittorico e architettonico, si può capire come, talvolta, determinate suggestioni visive, diverse nel tempo e nello spazio, possano trovarsi riunite in una sola immagine, alcune certamente per caso, altre forse no. In questi termini, l'Oriente e l'Occidente non sono forse poi così lontani.

Chiara Zucchellini