Sul problema della torre della Garisenda. Il punto di vista di Bruno Zanardi


Il punto di vista di Bruno Zanardi sulla questione Garisenda: da qualche mese a Bologna c’è il timore che la torre, uno dei simboli della città, possa crollare. Un problema complesso e grave su cui le cose da dire sono molte e con radici tra loro lontane nel tempo.

Per Giorgio Macchi, sit tibi terra levis

Da qualche mese a Bologna c’è il timore che la torre comunale della Garisenda, uno dei simboli della città, possa crollare. Un problema complesso e grave su cui le cose da dire sono molte e con radici tra loro lontane nel tempo. In primis l’assoluta indifferenza del Ministero, delle soprintendenze, dell’Università e degli Ordini professionali per il lavoro di ricerca realizzato nel 1973 – esattamente mezzo secolo fa – dall’Istituto centrale del restauro (= Icr) su “La protezione del patrimonio monumentale dal rischio sismico”. L’ultimo realizzato da Giovanni Urbani prima di dimettersi dalla carica di direttore dell’Icr con motivazioni quasi uguali a quella avanzate da Lucio Gambi quando, tre anni dopo, nel 1976, si è dimesso dalla presidenza dell’Istituto dei beni culturali della Regione Emilia, perfetto istituto di studi e programmazione che aveva sede, come si sa, proprio nella Bologna della Garisenda. Motivazioni riassumibili per entrambi nel completo disinteresse della politica per quei due centri di ricerca, tanto che il secondo è stato oggi addirittura abolito.

Ma restando al lavoro di prevenzione dal rischio sismico del patrimonio monumentale che l’Icr affronta in collaborazione con Cnr, Cresme, Enea, Enel, Ismes, Università di Roma e altri organismi ancora, questo venne realizzato in forma di mostra didattica itinerante da allestire con facilità e costi molto contenuti, così da renderlo occasione di un aggiornamento teorico e tecnico non solo di soprintendenti, ingegneri, architetti e geometri attivi negli uffici tecnici di Regioni, Province, e Comuni italiani, ma anche dei professionisti iscritti agli Ordini e degli allievi delle Università. Infine una mostra con cui l’Icr rendeva un’altra volta merito alla sua originaria funzione di legge (1240/39) di luogo di ricerca, controllo e coordinamento dell’azione di tutela del patrimonio artistico, legge ancora oggi vigente, almeno così mi dice l’attuale direttore Alessandra Marino, tuttavia mai fatta valere dal Ministero. Ma delle, allora, circa ottanta soprintendenze italiane solo due, Umbria e Puglie, la richiesero, né la vollero Regioni, Comuni, Università e sedi degli Ordini professionali. La mostra, fu perciò un fallimento. Non però del lavoro di ricerca dell’Icr, ma del sistema culturale della pubblica amministrazione. Ed è inutile dire dei morti, feriti e senzatetto, come delle distruzioni e dei gravissimi danni a monumenti, edifici e cose che si sarebbero evitati, o almeno ridotti di numero e di gravità se nel mezzo secolo trascorso da quel 1973 a oggi il Ministero dei beni culturali e quelli dei Lavori pubblici e dell’Ambiente avessero imposto ai loro funzionari di lavorare nella direzione organizzativa e tecnico-scientifica della prevenzione dal rischio sismico indicata in dettaglio dall’Icr in quella mostra e nel suo catalogo. Un lavoro, per fare due soli esempi delle decine possibili, che se fosse stato fatto forse avrebbe impedito l’ancora oggi misterioso crollo improvviso, nel 1989, della Torre Civica di Pavia che fece quattro morti e, nel 1996, quello di parte della volta della Basilica superiore di Assisi che ha distrutto alcune pagine fondamentali della civiltà figurativa dell’Occidente, oltre a provocare altre quattro vittime: per non dire, da ultimo, della semi-cancellazione dell’Aquila, Norcia, Visso, Castelluccio, Amatrice e così via.

La Garisenda e la Torre degli Asinelli. Foto: Fabio Bompani
La Garisenda e la Torre degli Asinelli. Foto: Fabio Bompani
Le Torri di Bologna. Foto: Barbara Ackermann
Le Torri di Bologna. Foto: Barbara Ackermann

Indirizzo organizzativo e tecnico-scientifico, quello della mostra dell’Icr del 1973, che prendeva in esame soprattutto l’efficacia delle tecniche storiche di prevenzione delle architetture dal rischio sismico. Tecniche tutte “visibili”, quindi mura di controscarpa, catene, contrafforti, sbatacchi, eccetera, le sole, come è bene sottolineare, di cui si può constatare l’efficienza nel lungo periodo. Tecniche antisismiche la cui caratteristica, di là da quella, ovvia, della prevenzione, è di essere spesso anche esteticamente pregevoli. Per tutte, si pensi ai bellissimi arconi trecenteschi che sostengono il lato esterno di sinistra della Basilica di Santa Chiara, a Assisi, monumento sito in una zona a forte rischio sismico ma che, grazie a quei presidi, nei sette secoli passati da allora mai ha avuto un danno. E si pensi anche al celeberrimo “sperone” in mattoni costruito nel 1807 da Raffaele Stern per tenere ferma la parte occidentale dell’anello esterno del Colosseo lesionata da un terremoto avvenuto due anni prima, intervento strutturale che non solo da un paio di secoli sostiene perfettamente quella zona del monumento, ma che anche ne ha conservato l’immagine storica di nobile rovina. Tecniche visibili di consolidamento che però cozzano con le storicistiche “tecniche invisibili” volute dagli storici dell’arte e praticate da quasi tutti i 150.000 architetti laureati in Italia, un numero a dir poco sgomentante. Quindi tecniche di consolidamento invisibili che iniettano nelle murature tonnellate di cemento liquido che nessuno può vedere dove vanno a finire, cordoli sempre in cemento da nascondere sotto i tetti, questi ultimi talvolta realizzati in acciaio come quello della Cappella degli Scrovegni imprudentemente lasciato in essere anche dopo il restauro degli affreschi di Giotto realizzato qualche anno fa dall’Icr, eccetera. Tecniche invisibili di consolidamento che hanno il difetto – grave – di appesantire e irrigidire le strutture murarie finendo spesso per provocare, in caso di terremoto, il crollo dell’intero monumento o edificio abitativo che sia.

Per tutte, si pensi a Amatrice le cui case e monumenti, dopo il terribile terremoto del 2016, sono oggi, otto anni dopo, in gran parte ancora a terra: dalle chiese di San Fortunato e di San Francesco, alla Torre dell’Orologio, fino all’intero tessuto urbano minore. E a proposito di torri, sempre che le lesioni della Garisenda non derivino da “consolidamenti cementizi invisibili” mal calcolati, ad es. sovradimensionati, che si sono eseguiti specie nella sua base, si può ricordare un ultrasecolare esempio dell’intelligenza e dell’efficacia delle tecniche storicamente adottate per la conservazione dei monumenti pendenti, quindi in pericolo di crollo, come è la Garisenda. Soluzione indicata nel 1450 da Leon Battista Alberti nel suo “De re aedificatoria”: “Quando accaderà, forse, che un Colosso, o uno Tempietto con tutta la basa se ne andrà su uno illato [cioè inizierà a pendere]; allhora o tu lo alzerai da quella banda, che egli rovina, o gli leverai di sotto materia da quella banda, che stà più alta”.

Assisi, Basilica di Santa Chiara. Foto: Luca Aless
Assisi, Basilica di Santa Chiara. Foto: Luca Aless
Gli arconi di Santa Chiara. Foto: Georges Jansoone
Gli arconi di Santa Chiara. Foto: Georges Jansoone
Il Colosseo. Foto: Kasa Fue
Il Colosseo. Foto: Kasa Fue
Gaspar van Wittel, Il Colosseo visto da sud-est (1700 circa; olio su tela, 72 x 125 cm; Cambridge, Harvard Art Museums, Fogg Museum)
Gaspar van Wittel, Il Colosseo visto da sud-est (1700 circa; olio su tela, 72 x 125 cm; Cambridge, Harvard Art Museums, Fogg Museum)
Colosseo, lo sperone di Stern. Foto: L-BBE
Colosseo, lo sperone di Stern. Foto: L-BBE
Basilica di San Francesco ad Amatrice. Foto: Carabinieri Nucleo Tutela Patrimonio Culturale
Basilica di San Francesco ad Amatrice. Foto: Carabinieri Nucleo Tutela Patrimonio Culturale

Riproporre cioè di utilizzare anche per la Garisenda la soluzione tecnica che nel 1990, mezzo millennio dopo lo scritto del trattatista genovese, è stata adottata dal gruppo di lavoro coordinato da Michele Jamiolkowski, con Giorgio Macchi, Carlo Viggiani, Salvatore Settis, e altri importanti esperti. Tecnica che ha ridotto il pericolo di crollo della Torre di Pisa raddrizzandone di circa mezzo metro la pendenza che ebbe fin da quando venne eretta, nel 1173, come campanile del Duomo. Un problema di oltre otto secoli fino a quel momento mai eliminato, che Jamiolkowski e i suoi hanno risolto inducendo il cedimento del terreno di posa a nord della Torre con la “sotto escavazione” dell’Alberti (“gli leverai di sotto la materia”). Cioè estraendo in modo controllato e programmato migliaia di piccoli volumi di terreno a nord del piano di fondazione della Torre (appunto la “sottoescavazione”), fino a arrivare a un totale di 38 metri cubi. Un lavoro durato una decina di anni con cui, anche aiutandosi con cerchiature e tiranti in acciaio, la Torre di Pisa è stata stabilizzata, se non per sempre, certamente per qualche secolo. E qui si torna alla conservazione preventiva e programmata dell’Icr di Rotondi e Urbani, perché il lavoro di Pisa si configura come il solo intervento finora concretamente realizzato in Italia, almeno a mia conoscenza, di conservazione programmata e preventiva perché condotto “senza toccare il monumento”, bensì agendo sul suo contesto ambientale: appunto la sottoescavazione. E qui si va dal 1450 dell’Alberti, agli anni ‘70 del secolo scorso quando l’Icr di Rotondi e Urbani ha cercato – invano – di far capire al mondo della tutela la piana verità che il problema conservativo del patrimonio non si risolve col realizzare restauri sempre migliori, ma col fare in modo che, agendo in via preventiva e programmata sull’ambiente, le opere abbiano sempre meno bisogno di restauri. E questo perché: a) i restauri non hanno una funzione preventiva, ma solo riconoscono un danno avvenuto; b) i restauri sempre danneggiano più o meno l’opera di partenza. Conservazione programmata e preventiva che però ministri, sindaci, soprintendenti, professori, eccetera hanno tutti lasciato cadere nel nulla per la loro storica impreparazione scientifica e cecità progettuale, le stesse che avevano fatto fuggire dal mondo della tutela Gambi e Urbani.

Cosa farà allora il Comune di Bologna per la Garisenda? Si adeguerà all’esempio virtuoso di Pisa preparandosi a condurre un annoso e complesso intervento di conservazione programmata e preventiva della torre, anche valutandone la pendenza in rapporto allo stato del terreno della piazza su cui questa insiste? Oppure ne farà un astratto problema ideologico incentrato, come si legge nei giornali, sul ba-bau del cambiamento climatico e dell’immancabile transizione ecologica foraggiata dai milioni del Pnrr, milioni che già adesso sono 4,2, solo per riparare i passanti e gli edifici limitrofi dalla speciale grandine che è la caduta di pietre della Torre? Ovvero si continuerà riempirla di incongrue iniezioni di cemento, le stesse che nel 1935 erano state praticate alla base della Torre di Pisa credendo di stabilizzarla in eterno, mentre il monumento ha invece avuto da allora un costante incremento della sua inclinazione fino a creare le condizioni di pericolo risolte dal felice lavoro “postalbertiano” di Michele Jamiolkowski e dei suoi colleghi che hanno partecipato alla straordinaria avventura della Torre di Pisa. Tra loro, lo ripeto, Salvatore Settis, di cui va ricordato che molto fu legato, lui e pochissimi altri, a Giovanni Urbani per le questioni relative a conservazione e restauro.


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