Esce un libro sulla Cattedrale di San Martino a Lucca, per raccontare le sue “storie”


È uscito, edito da PubliEd, il libro “San Martino a Lucca. Storie della Cattedrale”, ampio e ricco volume, a cura di Paolo Bertoncini Sabatini, tutto dedicato al Duomo di Lucca.

Un prezioso volume per raccontare la Cattedrale di San Martino a Lucca: s’intitola San Martino a Lucca. Storie della Cattedrale il libro edito da PubliEd (297 pagine, 49 euro, ISBN 9788896527597), a cura di Paolo Bertoncini Sabatini, architetto e docente di Storia dell’Architettura all’Università di Pisa, con il ricco apparato fotografico eseguito per l’occasione dal fotografo Andrea Vierucci. Si tratta di un ampio volume che intende approfondire la conoscenza del duomo lucchese alla luce delle ultime conoscenze, raccontando non tanto la “storia” della cattedrale, ma le “storie” del grande edificio di culto: e scoprire le “storie” significa seguire sì lo sviluppo architettonico dell’edificio e conoscerne la storia millenaria, ma significa anche fissare lo sguardo su alcuni capitoli cui normalmente pubblicazioni di questo tipo riservano poco spazio. Ecco dunque che nel libro si susseguono affondi, ad esempio, sui portali di San Martino, sull’organizzazione del cantiere, sul ruolo del grande Nicola Pisano, o ancora sulla “ratio” umanistica e sulla “pulchritudo” cristiana che hanno guidato lo sviluppo dell’edificio e la sua decorazione.

Sono otto i saggi che compongono la pubblicazione, tutti affidati a studiosi di riconosciuta fama: il contributo introduttivo porta la firma dell’attuale direttore del Museo del Duomo di Firenze, Timothy Verdon, cui seguono i saggi sulle vicende della cattedrale dall’XI al XVI secolo (di Raffaele Savigni), sui portali (di Aurora Corio), su Nicola Pisano in San Martino (di Clario Di Fabio), sul corpus delle iscrizioni della cattedrale (di Luigi Bravi), sui patronati e sulle sepolture in San Martino tra XIV e XV secolo (di Annamaria Giusti), sulla corrispondenza tra sviluppo e arredi e sulla rivisitazione quattrocentesca degli interni operata da Matteo Civitali (di Paolo Bertoncini Sabatini) e sulle sue pitture (di Luigi Ficacci). A chiudere il tutto un pratico indice di nomi e un’aggiornata bibliografia.

Il libro arriva alla fine di una lunga, nonché fondamentale, campagna di restauri della durata ventennale: si tratta di un “viaggio”, scrive Bertoncini Sabatini nell’introduzione del libro, “pensato per toccare alcuni punti sensibili dell’edificio, della sua storia e della sua natura”. Un svolgimento che, seppur articolato, non ha pretesa di completezza, spiega il curatore, “impossibile da raggiungere e mai invocata”, ma si propone di dar conto “del mosaico di storie, di valori da cui risalire all’idea di un nucleo confidenziale, un centro dove la visione si coagula. Il titolo del volume riflette l’ordito di questa raccolta di letture pensata per dar corpo a un disegno storiografico che mette insieme degli affondi specialistici. La cattedrale lucchese nel suo complesso chiede certo ancora di più di una serie estesa e articolata di saggi approfonditi e rigorosi, espressione delle diverse possibilità di lettura del monumento: molti restano i nodi critici da affrontare e indagare, le ricerche e le intuizioni da sviluppare, le porte socchiuse che attendono di essere spalancate, ma il senso di queste pagine è quello di aprirsi a una sorta di vista interiore, di senso interno che dovrebbe essere proprio e imprescindibile della storiografia. Le parole e le immagini che tengono vivo il ricordo ci trasportano dentro storie piene di echi e di memorie. Ecco perché siamo qui: per riscoprire una parte di noi stessi, anche attraverso il tempio che ci apprestiamo a esplorare, faro splendente della nostra civiltà, luogo sacro non soltanto per gli uomini di fede, ma per tutti i nostri simili”.

La copertina del libro
La copertina del libro

Una storia, quella della cattedrale di Lucca, che ha origini molto antiche: il primo periodo documentato, ricorda Verdon, rimonta alla fine dell’VIII secolo, quando nel duomo compie il suo ingresso il Volto Santo, il crocifisso giunto a Luni dalla Terra Santa, portato poi a Lucca, e ritenuto miracoloso. È però nel 1060, sotto il vescovo Anselmo da Baggio (poi divenuto, nel 1061, papa Alessandro II), che avviene il grande rinnovamento che rientra nella politica architettonica dei papi riformatori dell’XI e del XII secolo, ed è nel 1070 che la nuova cattedrale lucchese viene consacrata dallo stesso Alessandro II. Per San Martino è un nuovo inizio, il principio di una vita molto lunga e complessa che avrebbe reso la cattedrale uno degli edifici più complessi della Toscana e d’Italia non soltanto per il suo pregio artistico, ma anche per l’auctoritas che le veniva riconosciuta e per le funzioni che svolse (sempre Verdon ricorda come, già tra XI e XII secolo, attorno alla cattedrale sorsero una corte, un ospedale, un’infermeria, chiostri e orti). Il saggio di Verdon si concentra anche sulla storia “amministrativa” della chiesa, con lunghi passaggi sulle modalità con cui la cattedrale venne gestita nel corso dei secoli, nonché sul ruolo della fabbriceria di San Martino, sulla sua componente laica, sugli avvicendamenti alla sua guida anche in relazione ai diversi momenti storici, fino ad arrivare al Rinascimento e in particolare all periodo attorno alla metà del Quattrocento, quando la cattedrale assunse gran parte dell’aspetto attuale e si arricchì di opere ancor oggi iconiche (due su tutte: il monumento di Ilaria del Carretto, capolavoro di Jacopo della Quercia, e il tempietto ottagonale di Matteo Civitali).

Le vicende riguardanti lo sviluppo della cattedrale vengono ulteriormente approfondite nel saggio di Raffaele Savigni, che ricorda come al momento non siano ancora ben note le origini della chiesa: San Martino è menzionata come sede vescovile per la prima volta nel 724, quindi nel 767 è attestata una schola capitolare, ma non conosciamo la data di costruzione dell’edificio, né che forme avesse. La ricostruzione del 1060 si rese necessaria per le pessime condizioni dell’edificio, che aveva pure i tetti pericolanti, oltre che, come scrissero negli anni Settanta Clara Baracchini e Antonino Caleca, “in funzione di una nuova liturgia che pone l’accento sulla comunità dei canonici e del popolo stretti attorno al vescovo”. Gli interventi, tuttavia, si susseguirono per secoli, tanto che nel Trecento ci furono altri rinnovamenti importanti: nel 1308 iniziò la costruzione elle nuove tribune, vennero innalzati nuovi altari, e poi ancora si assistette all’edificazione di nuove cappelle (come quella dedicata a san Benedetto, consacrata nel 1345). Il nuovo assetto, quello definitivo, è del 1372, mentre nel secolo successivo la cattedrale fu oggetto di un radicale rinnovamento interno progettato da Matteo Civitali: l’edificio che vediamo oggi è dunque il risultato di questa complessa stratificazione, cui sarebbero poi seguiti altri interventi (per esempio gli altari vasariani) nei secoli successivi.

E mentre procedeva lo sviluppo architettonico della chiesa, andava di pari passo anche la sua decorazione: su aspetti relativi a quest’ultima si concentrano, come anticipato, i saggi di Aurora Corio e di Clario Di Fabio. Il primo riguarda i portali della cattedrale, che rappresenta una novità per gli studi in quanto analizza dapprincipio un aspetto finora poco messo in luce, ovvero il monopolio degli artisti comaschi (provenienti, in particolare, dalle aree attorno alla val d’Intelvi e al lago di Lugano) nella Lucca della fine del XII, che tuttavia non si tradusse, scrive Corio, “in un’enclave di cultura padana impermeabile alle influenze della scultura e dell’architettura locali, quanto piuttosto, come è ovvio aspettarsi, in una rete osmotica e ricettiva, incubatrice di nuove sintesi linguistiche”. Sintesi fondate sui volumi “espansi e semplificati” della scultura di Guidetto, sulla decorazione architettonica e sulla descrizione paratattica “che sacrificano quasi interamente la narrazione”, e che caratterizzeranno anche la produzione degli artisti della generazione successiva (quella attiva nei primi decenni del Duecento). A Lucca lavorarono dunque maestranze dotate di competenze artistiche ma dotate anche di abilità riguardanti la progettazione, la gestione e l’organizzazione dei cantieri: Corio indica quello di Lucca come un caso eccezionale, dove i capicantiere (come il “mestro Lombardo” che fu insignito della carica di operaio maggiore dall’Opera del Duomo di Lucca) non avevano solo ruoli tecnici, ma anche ruoli gestionali. È in questa fase che nasce la facciata del Duomo, con i suoi portali (anche se la decorazione arriverà a compimento solo successivamente, con l’intervento di Nicola Pisano, tra il 1257 e il 1260 circa). Il saggio si sofferma a lungo sui portali e sui suoi rilievi, oggetto di un lungo dibattito attributivo. Le mani sono così riassumibili: i rilievi tra i portali sono riconosciuti al Maestro di San Martino, quelli del portale centrale al giovane Guido Bigarelli (uno dei maggiori scultori della Toscana del primo Duecento: l’architrave del portale centrale è il suo primo saggio scultoreo a Lucca), e poi ancora quelli del portale destro sono di un anonimo convenzionalmente indicato come Maestro di San Regolo, mentre la lunetta del portale centrale e i simboli degli Evangelisti sono dalla critica alternamente attribuiti allo stesso Maestro di San Regolo o a un altro anonimo Maestro della Maiestas Domini (le distinzioni sono di difficile riconoscimento per il fatto che i cantieri, nel XIII secolo, operavano in maniera estremamente organica e secondo una precisa unità di stile, ragion per cui è spesso molto complesso riconoscere personalità diverse).

La facciata di San Martino
La facciata di San Martino


Il Duomo di Lucca
Il Duomo di Lucca


Il Volto Santo
Il Volto Santo


Dettaglio della facciata
Dettaglio della facciata

Corio sostiene che nei portali di Bigarelli sono da riconoscersi i primi passi del rinnovamento in senso gotico della scultura in Toscana, che muove i suoi primi passi appena prima di Nicola Pisano. Nell’elencare i rilievi dei portali non s’è fatto cenno a quello sinistro, poiché lunetta e architrave accolgono qui uno dei capolavori di Nicola Pisano: la Deposizione (nella lunetta), e le Storie dell’Infanzia di Cristo (nell’architrave), rilievi peraltro anch’essi restaurati nell’ambito della recente campagna. Clario Di Fabio, nel suo saggio, ricostruisce la storia di questi rilievi: i rapporti di Nicola Pisano con Lucca rimontano già al 1258, epoca in cui i tre portali della facciata del Duomo erano già stati costruiti, benché in parte rimanessero da decorare. Nel 1257 era scomparso Guido Bigarelli, e occorreva qualcuno che gli subentrasse per il completamento della decorazione dei portali: Nicola Pisano fu assunto con un contratto che oggi diremmo “a progetto”, ovvero, specifica Di Fabio, “entro limiti dati (rispettando, cioè, gli spazi e le forme architettoniche predeterminate), per uno scopo definito (affrontare le parti di ‘pura figura’) e poi tornasse dove era venuto senza ambire di aprir bottega a Lucca, sconvolgendone gli equilibri corporativi”. L’artista di origini pugliesi era ritenuto ideale per lo scopo, e le ultime analisi sull’opera hanno potuto confermare senza dubbi che Nicola lavorò su un impianto approntato da chi lo aveva preceduto (“la realizzazione e il montaggio di stipiti, colonnini, fasce capitellari e archivolti si devono alla maestranza guidesca”, “la presenza di un architrave e di una lunetta figurati erano già previsti; a somiglianza di quelli del portale destro”; “approntato in quella fase era stato anche il traverso foliato sovrapposto all’architrave”; la Deposizione “fu inserita nella lunetta vuota già preparata [...] innalzandola a livello della nicchia e poi traslandovela dentro”, operazione quest’ultima che provocò pesanti danni alla lunetta stessa).

Ulteriori considerazioni merita la lavorazione dell’opera di Nicola: probabilmente l’Opera del Duomo di Lucca acquistò il marmo direttamente in cava a Carrara, e lì lo fece lavorare. Nicola vi avrebbe poi lavorato a Pisa e avrebbe rifinito l’opera direttamente a Lucca, quando già doveva essere pronta per il montaggio: l’idea che l’artista vi abbia lavorato a Pisa, lontano dal cantiere lucchese, è avvalorata dal fatto che le somiglianze stilistiche con le figure del pulpito del Battistero di Pisa, realizzato negli stessi anni, sono stilisticamente identiche. Ancora, per Di Fabio la lunetta è un unicum “sotto il profilo del rapporto fra le immagini e la forma del campo figurativo in cui si inseriscono”: secondo lo studioso “non vi sono in Italia confronti per il modo in cui queste figure, non solidali con la retrostante parete, saturano tutto il vacuo semicircolare dell’arcata, fra cornice dell’architrave e archivolti; lo scultore si assoggetta a una draconiana loi du cadre che lo stimola a varare una formula figurativa inedita a sud delle Alpi ma non in area francese o germanica: una plenitudo figurarum (così la si potrebbe definire) che ha riscontro, ad esempio, nel portale del transetto sud di Strasburgo (circa 1220)”. Nella lunetta lucchese, in sostanza, sono protagonisti i corpi: “nulla vi è che non sia umanità, gesto, atteggiamento, sguardo e che non pretenda di attrarre l’occhio e il personale coinvolgimento dello spettatore”. E il restauro recente ha conferito alla lunetta le migliori condizioni di leggibilità possibili.

L'interno della Cattedrale
L’interno della cattedrale


Il tempietto di Matteo Civitali
Il tempietto di Matteo Civitali


Le volte affrescate nel XIX secolo
Le volte affrescate nel XIX secolo

Il successivo contributo di Luigi Bravi passa in rassegna tutte le epigrafi della cattedrale, dalle quali “si desumono una serie di dati che, a diverso titolo, sono stati prodotti col preciso scopo di monumentalizzarne la memoria”: sepolture, interventi sulle architetture, segnalazione di vicende relative ai culti e quant’altro. Il contributo contiene un accurato censimento delle iscrizioni: per ognuna vengono riportate la posizione, la trascrizione, la traduzione in italiano se scritta in altra lingua, per concludere con un indice dei nomi delle persone cui le epigrafi si riferiscono. Molte delle iscrizioni sono a corredo di sepolture, ed è su questo capitolo, e in particolare su patronati e sepolture in San Martino tra Trecento e Quattrocento, che è centrato il saggio di Annamaria Giusti. Studiare patronati e sepolture della cattedrale in questo periodo significa approfondire anche aspetti della società lucchese del tempo: quali erano le famiglie più illustri della città, come si posizionavano, quanto vitale fosse il tessuto economico lucchese, quali le visioni religiose che informavano la mentalità del tempo.

Si giunge così al penultimo saggio, in cui il curatore del volume, Paolo Bertoncini Sabatini, ripercorre alcune delle vicende architettoniche della cattedrale di San Martino affrontandole dal punto di vista della continuità tra edificio e interni. Lo spazio e la struttura della cattedrale, scrive lo studioso, “richiamano un’equilibrata, poiché armoniosa e misurabile, combinazione di volumetrie nette e comparabili, d’incroci di pareti e di membrature legati alla logica geometrica dell’angolo retto e del piano; al tempo stesso l’intera macchina templare appare innervata da semplici rapporti proporzionali in nome di una ratio memoria della Classicità, per cui la geometria e il numero incarnano una bellezza nuova e moderna”. Al centro dello studio di Bertoncini i rapporti tra le misure degli elementi della struttura: coordinate spaziali che vengono già fissate, con atteggiamento protoumanistico che germoglia dal classicismo medievale che determinò le scelte dei progettisti, tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento, nello stesso torno d’anni in cui a Firenze sorgevano la cattedrale di Santa Maria del Fiore e la basilica di Santa Croce. Di conseguenza, spiega Bertoncini Sabatini, gli apparati decorativi dell’interno di San Martino erano già scritti “nelle sue razionali membra”: fu nella seconda metà del Quattrocento, con Matteo Civitali, che si concretizzò il progetto di un “arredo” realizzato secondo criteri di omogeneità e unitarietà. Civitali, argomenta il curatore, intrecciò le arti in cui fu maestro “secondo le più accreditate tendenze del miglior Umanesimo, esprimendo una complessa visione plastica dello spazio, quindi dell’architettura, e del tempo, ossia della modernità”. Civitali ricompose gli spazi con interventi che conferiscono unità alla decorazione trecentesca, sistemò gli arredi, eseguì lui stesso alcune opere come il già citato tempietto ottagonale, oppure la tomba di Pietro da Noceto, il tutto secondo un disegno “organico e unificante” e aggiornato su di uno spiccato gusto per l’antico, per le materie preziose, per l’equilibrio, per le proporzioni. Il riallestimento “in chiave umanistica” dell’interno del Duomo di Lucca viene infine vagliato attentamente secondo una precisa cronologia (dal 1465 al 1498) in cui vengono elencati gli interventi.

La conclusione del saggio di Bertoncini Sabatini, un viatico verso gli interventi che San Martino conobbe nel Rinascimento maturo, conducono all’ultimo contributo, di Luigi Ficacci, che definisce l’edificio come un “organismo” anche per ciò che riguarda le arti della pittura, oggetto del suo studio. Le pitture che vediamo oggi sono il risultato di modifiche, successioni, lacune, ma si presentano al visitatore come, appunto, un “organismo”, dunque “dotato di una sua connotazione unitaria che assimila tutte le trasformazioni, adattamenti, perdite, senza consentire l’esperienza di alcun testo così completo e originale da essprimere ancora, compiutamente, la volontà di un’epoca specifica”. Non c’è, infatti, un tratto prevalente nell’apparato pittorico di San Martino, per quanto il tutto si presenti con un’omogeneità di fondo che potrebbe far pensare a una precisa regia, a un’impronta predeterminata. Uno degli elementi caratteristici del duomo lucchese sta nel fatto che ogni intervento ha perseguito l’integrazione armonica con le istanze preesistenti: di conseguenza, quello che s’apre appena si entra è un “teatro storico”, come lo definisce Ficacci, che si mostra con una continuità e un equilibrio simili a quelli che riguardano lo sviluppo architettonico. Vale dunque per le pitture ottocentesche (ad esempio le decorazioni delle volte del transetto, “reinvenzioni” di un linguaggio che potesse adattarsi allo spazio), per gli affreschi della tribuna e dell’arco trionfale dove ammiriamo il Trionfo della Trinità del 1678-1681, opera di Giovanni Coli e Filippo Gherardi, d’impronta barocca romana (si avverte la lezione di Pietro da Cortona), per i dipinti che ornano gli altari (tra cui capolavori del Ghirlandaio, di fra’ Bartolomeo, di Federico Zuccari, del Tintoretto, di Jacopo Ligozzi, di Giovanni Battista Paggi e altri). A proposito degli altari cinquecenteschi, vale la pena menzionare il programma religioso e politico che animò questa fase della decorazione degli interni: l’impresa, condotta tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta del Cinquecento, porta la firma di Giorgio Vasari, chiamato a Lucca dal vescovo Alessandro Guidiccioni, in un momento in cui si poneva come fondamentale la “conquista più profonda della convinzione dei fedeli”. L’intervento di Vasari si colloca dunque nel progetto diocesano di sottolineare gli intenti salvifici della Controriforma: gli altari assolvono pertanto alla funzione di “struttura difensiva spirituale”, scrive Ficacci, “una coercizione dottrinale, analoga e parallela alle mura della sicurezza politica e militare della città”. E di conseguenza anche il programma iconografico delle tele doveva essere semplice e ben comprensibile, orientato ad affermare ciò che la riforma luterana aveva negato: il Cristo della devozione cattolico-romana, esaltato nella sua esistenza terrena.

San Martino a Lucca. Storie della Cattedrale si presenta infine come un volume ricco non soltanto per i suoi contenuti approfonditi, nuovi e aggiornati, ma anche per la veste in cui si presenta al lettore: grande formato, copertina rigida in tessuto con titolo inciso a caratteri dorati, carta patinata con grammatura alta, confezione con cofanetto. Il tutto a sostenere una pubblicazione importante valida sia per lo studio, sia per il lettore che voglia saperne di più sulla storia di questo importante edificio.


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