Tenere l’attenzione dei visitatori lungo l’intero percorso di una mostra non è cosa facile, soprattutto se s’indaga un periodo storico-artistico, come il Neoclassicismo e i suoi maggiori protagonisti, a cui sono state dedicate nel corso degli anni un numero cospicuo di progetti espositivi. Si sceglie talvolta quindi di intervallare a sezioni non particolarmente esaltanti momenti molto alti, che da soli varrebbero comunque l’elevato livello di un progetto. È questa l’impressione che ha, a mio avviso, chi visita e visiterà, fino al 6 aprile 2026, la mostra Eterno e visione. Roma e Milano capitali del Neoclassicismo alle Gallerie d’Italia di Piazza Scala a Milano. Un’esposizione che, negli intenti dei tre curatori Francesco Leone, Elena Lissoni e Fernando Mazzocca, vuole “rievocare l’eccezionale stagione creativa del Neoclassicismo mettendo a confronto la produzione artistica di altissimo livello di queste due ’capitali’ proiettate verso l’Europa moderna, ma anche legate alla grandezza del passato”, dove la Città Eterna era in quell’epoca non solo capitale universale delle arti ma anche centro attrattivo di artisti da tutta Europa, e Milano diveniva prima capitale della Repubblica italiana napoleonica e poi del Regno d’Italia e si affermava, contendendo il primato artistico a Roma, come uno dei grandi centri europei del Neoclassicismo, grazie alla sua modernità e all’interazione tra ambiti artistici differenti. Il periodo su cui i curatori si sono concentrati è il ventennio circa che va dalla discesa di Napoleone in Italia nel 1796 alla fine dell’Impero nel 1814, e che vede come protagonisti Antonio Canova e Giuseppe Bossi, pittore grande conoscitore di Leonardo e fondatore della Pinacoteca di Brera, oltre che in minor misura ad Andrea Appiani (due degli stessi curatori, Leone e Mazzocca, hanno curato insieme a Domenico Piraina la recente esposizione a Palazzo Reale dedicata a quest’ultimo pittore, che si è conclusa l’11 gennaio).
L’apertura della rassegna alle Gallerie d’Italia è affidata all’opera che costituisce il momento più alto di tutta la mostra, e che da sola vale veramente la visita: il Cavallo colossale di Antonio Canova proveniente dai Musei Civici di Bassano del Grappa, per la prima volta visibile al pubblico dopo oltre cinquant’anni restaurato e ricomposto nella sua interezza, grazie a un complesso intervento promosso dal Comune e dai Musei Civici di Bassano del Grappa, con l’Alta Sorveglianza della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza e con il supporto della Soprintendenza per la città metropolitana di Venezia, in collaborazione con Intesa Sanpaolo (main partner) nell’ambito del progetto “Restituzioni”, e con Venice in Peril Fund (main sponsor). La storia del Cavallo colossale, alto oltre quattro metri, realizzato tra il 1819 e il 1821 in gesso patinato a finto bronzo, ha dell’incredibile: dopo la battaglia di Marengo del 14 giugno 1800, che vide la vittoria dei francesi di Napoleone contro gli austriaci, era stato progettato da Giovanni Antonio Antolini il Foro Bonaparte, un maestoso monumento ispirato alla Roma imperiale, mai compiuto, che avrebbe dovuto essere eretto nell’area del Castello Sforzesco a Milano, e al centro del Foro avrebbe dovuto essere collocata un’imponente statua dedicata a Napoleone per celebrarlo come un eroe. L’incarico venne affidato ad Antonio Canova, per realizzare prima un gruppo in marmo con Napoleone incoronato dalla Vittoria, che non eseguì, poi una statua con Napoleone come Marte pacificatore, che andò a Parigi. L’iniziativa di celebrarlo con un monumento equestre spettò allora a Napoli, sull’idea del Marco Aurelio del Campidoglio: ancora una volta venne incaricato Canova, che iniziò a lavorare con soddisfazione ai modelli, ma non ne arrivò mai a compimento (come testimoniano le incisioni del progetto in mostra, Canova immaginò Napoleone con il capo e lo sguardo rivolti all’indietro, diversamente dal modello antico del Marco Aurelio). Con la caduta di Napoleone e la Restaurazione, re Ferdinando I decise di portare avanti quell’opera sostituendo Bonaparte con il padre Carlo III di Spagna: i modelli furono ultimati nel 1818 e fusi in bronzo entro il 1821. Nel frattempo anche Ferdinando I commissionò a Canova una statua equestre che lo raffigurasse, a pendant di quella del padre, ma prima di morire Canova riuscì a concludere solo il modello in scala reale del cavallo. Si bandì dunque un concorso per finire il monumento e Antonio Calì, sul modello canoviano, realizzò la statua di Ferdinando I. Successivamente, i due monumenti di Carlo III e Ferdinando I furono collocati, nel 1829, a Napoli davanti alla chiesa di San Francesco di Paola. I modelli in gesso patinato in finto bronzo vennero invece trasferiti a Possagno e infine donati al Museo Civico di Bassano del Grappa, ma la loro sorte non fu felice: quello di Carlo III venne distrutto sotto le bombe del 1945, mentre quello di Ferdinando I venne segato e ridotto in pezzi nel 1967-1968, finendo così nei depositi per volere dell’allora direttore del museo. Ora ricomposto e restaurato è esposto alla mostra milanese, prima di fare ritorno nelle sale del museo bassanese. Accanto al Cavallo colossale, apre la rassegna anche la Testa Carafa di Donatello, la grande testa di cavallo in bronzo che originariamente era destinata al monumento equestre del re di Napoli Alfonso d’Aragona, mai compiuto per la scomparsa del re, e oggi conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Il riferimento era il Marco Aurelio del Campidoglio, ed è per questo che nella stessa prima sezione sono esposti anche un’incisione e una rara riduzione in marmo della fine del Settecento del monumento, oltre al calco, realizzato da Leone Leoni (1560), della testa del cavallo dello stesso monumento.
Per una pura connessione logica, dato che l’idea di realizzare un monumento celebrativo a Napoleone a Milano nasce da lì, chi scrive avrebbe fatto poi seguire a questa prima sezione espositiva la sezione dedicata al Foro Bonaparte, che invece nel percorso di mostra si trova all’ottava sezione. Dell’ambizioso progetto ispirato all’antica Roma che avrebbe ospitato feste patriottiche e parate militari, ma che, dopo la posa della prima pietra nell’aprile del 1801, non venne mai portato a termine poiché troppo costoso e quasi irrealizzabile, rimase solo una serie di disegni ad acquerello di Giovanni Antonio Antolini, l’architetto bolognese che ideò il progetto fondatore. Conservati alla Bibliothèque nationale de France, sono esposti qui in occasione della mostra per la prima volta.
Tornando alla seconda sezione, dedicata invece ad Antonio Canova, Giuseppe Bossi e all’immagine dell’Italia, ci si soffermerà davanti all’imponente riproduzione fotografica in scala 1:1 della Riconoscenza della Repubblica Italiana a Napoleone, dipinto da Giuseppe Bossi nel 1802 custodito all’Accademia di Belle Arti di Brera inamovibile per le sue monumentali dimensioni (304 per 436 centimetri) e per la sua fragilità. Anch’essa destinata al progettato Foro Bonaparte, ma poi collocata nel Palazzo Nazionale (l’attuale Palazzo Reale), l’opera vincitrice del concorso, indetto per realizzare un dipinto che celebrasse la gratitudine nei confronti di Napoleone, raffigura al centro “Bonaparte vestito di un paludamento di porpora, e coronato dall’alloro trionfale” che “dà alla Repubblica italiana un ramo di ulivo frammisto ad uno di quercia, noti simboli di pace l’uno, l’altro della solidità”: così descrive la scena rappresentata lo stesso Bossi. Alla destra di Napoleone vi sono poi Minerva ed Ercole, che “gli assoggettano la Fortuna invano renitente al potere delle due maggiori divinità”. Alla sua sinistra è il Genio della Storia che scrive e tramanda i fatti alla posterità. Nel bassorilievo su cui poggia i piedi Napoleone è non a caso rappresentata la vittoria di Marengo. L’allegoria della Repubblica italiana, con il capo coronato di torri e nella mano sinistra la Costituzione, è la prima immagine moderna e risorgimentale dell’Italia: anticipò nella sua iconografia turrita l’Italia piangente nel Monumento funerario a Vittorio Alfieri di Canova (in mostra i bozzetti in gesso da Bassano del Grappa, Possagno, Carrara e Roma). Sul fondo del dipinto spicca il Foro Bonaparte. Dopo averlo ritratto nella Riconoscenza, Bossi raffigurò ancora Napoleone, questa volta in un brillante mantello verde, appoggiato al globo e con la spada stretta in mano (da notare la “N” sull’elsa) da conquistatore, nel dipinto del 1806 qui esposto (immagine guida della mostra), ritenuto a lungo disperso e ricomparso soltanto nel 2013 quando venne identificato da Mazzocca. Accanto è stato invece collocato il calco in gesso del Ritratto di Napoleone di dimensioni colossali utilizzato da Canova per la statua di Napoleone come Marte pacificatore.
Giuseppe Bossi si ritrova anche nella quinta sezione, dopo quelle non particolarmente esaltanti dedicate alle arti decorative (di rara bellezza e raffinatezza è tuttavia il cammeo in agata di Liborio Londini raffigurante l’Aurora che Guido Reni affrescò nel Casino di Palazzo Rospigliosi a Roma, a testimonianza di come grandi capolavori precedenti vennero reinterpretati in epoca neoclassica) e alle vedute di Roma e Milano di Giovanni Battista Piranesi e Domenico Aspari. Il pittore, formatosi prima all’Accademia di Brera sotto la guida di Giuseppe Parini e poi a Roma sui modelli antichi e sui classici del Rinascimento, era legato da una profonda amicizia con Antonio Canova, con il quale ebbe anche un fitto e continuo scambio epistolare: accanto al suo Autoritratto di collezione privata, troviamo qui infatti un ritratto che egli stesso realizzò all’amico Canova, conservato alla GAM di Milano. Nelle lettere si confrontò più volte con lo scultore riguardo al lungo processo creativo di uno dei suoi maggiori e monumentali capolavori, l’Incontro di Edipo cieco con le figlie, qui esposto, iniziato nel 1800 e presentato ufficialmente al pubblico in occasione dell’Esposizione delle arti e delle manifatture a Brera per celebrare l’incoronazione di Napoleone a Re d’Italia. Un grande dipinto in cui Bossi rappresenta l’ultima scena della tragedia dell’Edipo re di Sofocle, l’incontro drammatico tra Edipo già cieco e le figlie Ismene e Antigone, alla presenza di Creonte, Tiresia e dei signori di Tebe. Dell’opera si erano perdute a lungo le tracce; riemerse nel 2002 in occasione della mostra Napoleone e la Repubblica Italiana che si tenne a Milano l’anno successivo presso la Rotonda di via Besana, dove venne presentata. È infine visibile il bel confronto tra le versioni in disegno e in pittura della Sepoltura delle ceneri di Temistocle nella terra attica, attraverso cui si comprende, oltre alla capacità pittorica, la sua straordinaria abilità nel disegno. Come si può notare anche nella sezione successiva, dedicata proprio al disegno, nella quale i suoi Dannati e l’Incontro di Dante con Paolo e Francesca sono accostati a opere di Tommaso Minardi, Bartolomeo Pinelli, Pelagio Palagi, Luigi Sabatelli e Francesco Hayez.
Un altro momento significativo della mostra alle Gallerie d’Italia è rappresentato dall’esposizione di una delle riproduzioni realizzate nel 1987 da Bruno Ferri della Corona ferrea (l’originale è custodita nella Cappella di Teodolinda nel duomo di Monza) e degli originali Onori d’Italia (corona, scettro, mano di giustizia, bastone e mantello), realizzati in occasione dell’incoronazione di Napoleone a re d’Italia da manifatture parigine e restaurati nel 2022 nell’ambito del progetto Restituzioni di Banca Intesa. Sono qui esposti per rievocare la celebre cerimonia avvenuta nel Duomo di Milano il 26 maggio 1805, quando Napoleone si pose sul capo da solo la Corona ferrea, accompagnando il solenne gesto con queste parole: “Dio me l’ha data, guai a chi me la tocca”. A compiere il ritratto ufficiale di Napoleone re d’Italia è Andrea Appiani, appena nominato premier peintre: lo raffigurò con gli Onori d’Italia, avvolto nel prezioso mantello di velluto verde ricamato, mentre poggia la mano sinistra sulla corona del Regno d’Italia. Da questo prototipo, oggi conservato a Vienna, ne derivarono varie copie e versioni, tra cui quella qui esposta, sempre ad opera di Appiani, proveniente dal Museo del Risorgimento di Brescia.
Segue la già citata sezione sul Foro Bonaparte, altro importante fulcro della rassegna milanese, per concludersi infine con le ultime due, una dedicata alla scultura da Roma a Milano (vi sono ad esempio esposte la Minerva che infonde l’anima all’automa modellato da Prometeo del romano Camillo Pacetti, che trasferitosi a Milano per la nomina a professore di scultura a Brera si era portato con sé la versione in gesso che aveva eseguito precedentemente, e l’Atalanta a caccia del cinghiale Calidonio del forlivese Luigi Antonio Acquisti, che dopo sedici anni trascorsi a Roma si trasferì a Milano per partecipare al cantiere della facciata del Duomo portando con sé quella statua a testimonianza delle sue riflessioni sul dinamismo dei marmi di Canova), l’altra dedicata ai ritratti dei protagonisti dell’età napoleonica. Partendo da due gessi di Canova da Villa Carlotta a Tremezzina che raffigurano affiancati in un ideale pendant un suo autoritratto e il Ritratto dell’amico Giuseppe Bossi da poco scomparso, si susseguono, tra gli altri, Giuseppe Parini, Ugo Foscolo, Giovanni Battista Sommariva, Vincenzo Monti, Alessandro Manzoni e l’inedito ritratto di Bianca Milesi.
Dal Cavallo colossale ai protagonisti del Neoclassicismo, la mostra riflette su un’epoca di grande fermento nella pittura, nella scultura e nelle arti decorative. Oltre a Canova, emerge senz’altro qui la figura di Giuseppe Bossi, pittore poco noto al grande pubblico che però fu centrale in quel periodo come Andrea Appiani, più conosciuto per essere stato il pittore ufficiale di Napoleone. Effigiato dagli artisti e rievocato attraverso gli Onori d’Italia, quest’ultimo è il vero protagonista dell’intera esposizione, che come già accennato, segue un andamento altalenante, tra momenti di notevole spicco (il Cavallo colossale, i capolavori di Bossi, gli Onori d’Italia, il nucleo di disegni di Giovanni Antonio Antolini) e altri più tiepidi. Se infine nel titolo e negli intenti, Roma e Milano sono le città capitali del Neoclassicismo, l’impressione è quella di una mostra sbilanciata verso Milano, dove la Città Eterna viene perlopiù evocata attraverso i riferimenti all’antico. Completa l’esposizione un bel catalogo con le schede di tutte le opere. Nel suo insieme, un’occasione rilevante per conoscere vicende di riscoperta e ricostruire una trama di relazioni culturali che pone in dialogo personalità che contribuirono a definire il volto del Neoclassicismo italiano, dove la riflessione sull’antico si intreccia con le istanze di rinnovamento. In questa prospettiva, Milano appare come laboratorio culturale che incise profondamente sull’immaginario del tempo.
L'autrice di questo articolo: Ilaria Baratta
Giornalista, è co-fondatrice di Finestre sull'Arte con Federico Giannini. È nata a Carrara nel 1987 e si è laureata a Pisa. È responsabile della redazione di Finestre sull'Arte.
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