Il culto di san Nicola nell'arte a Bari e in Puglia


Un viaggio in Puglia per scoprire, attraverso le opere d'arte dal Medioevo in poi, in quali termini è stato rappresentato il culto di san Nicola.

Quando si pensa a Bari è inevitabile l’accostamento al santo patrono, Nicola, fra i santi più venerati e rappresentati in pittura. Chi accede alla città vecchia dal mare si trova di fronte la mole cubica della zona presbiteriale della basilica nicolaiana (fig. 1), che si erge oltre la muraglia, oggi percorso dedicato alla passeggiata, ma sino agli inizi del Novecento spartiacque fra la città e il mare, che la lambiva. Si deve pensare che nel Medioevo tale visuale doveva essere fortemente suggestiva e doveva commuovere quanti, marinai e pellegrini, arrivavano o si allontanavano da Bari.

Bari, basilica di San Nicola
1. Bari, basilica di San Nicola. Ph. Credit Berthold Werner

Le fonti

Secondo quanto narrato nella Vita di san Nicola di Michele Archimandrita (Cioffari 1987, p. 22), vergata nell’VIII secolo, Nicola nacque a Patara, una delle maggiori città della Licia, nella parte sud-occidentale della Turchia, verso il 255 d.C.; eletto vescovo di Myra (l’attuale Demre), partecipò al concilio di Nicea (325), morendovi pochi giorni dopo. Il santo diviene “barese” di adozione a partire dal 1087, a seguito della traslazione delle reliquie per mano di sessantadue marinai che, con tre caravelle, portarono nell’attuale capoluogo pugliese i sacri resti (Lavermicocca 1987, p. 12). Le cause che spinsero i marinai a procedere a tale furto furono di vario genere, di carattere divino e di ordine pratico. Secondo la Leggenda di Kiev, in cui sarebbero confluite testimonianze dirette legata all’impresa, Nicola apparve in sogno a un sacerdote barese, confessandogli di non gradire più di restare in un luogo profanato dai turchi, tesi ribadita anche dal Compilatore franco, secondo cui Dio rivelò a un monaco la volontà di trasferire le reliquie di Nicola nella città sede del Catepanato bizantino. Diversi sovrani e personaggi influenti cercarono, ma invano, di trafugare le reliquie, mentre i baresi vi riuscirono perché quella era la volontà di Nicola (Corsi 1987, p. 44), giocando di anticipo rispetto ai veneziani, anch’essi interessati ad accaparrarsi il sacro bottino, che, inevitabilmente, avrebbe dato maggiore prestigio alla loro città, con tutte le conseguenze socio-econoniche che ne sarebbero derivate. I veneziani, infatti, fra il 1099 e il 1100 completarono l’opera dei baresi, ripulendo la tomba delle poche ossa di Nicola rimaste a Myra; trasportate a Venezia, si venerano ancora nella chiesa di San Nicolò a Lido.

Myra, assieme ad Antiochia, Costantinopoli e Alessandria d’Egitto, era fra le mete privilegiate e più battute dalle rotte commerciali baresi. Dopo aver provato, ma invano, a corrompere il clero di Myra e i guardiani della tomba del santo, i marinai riuscirono a impossessarsi del cranio e delle ossa lunghe di Nicola e salparono dal porto di Myra la sera del 20 aprile e approdarono in quello di Bari il 9 maggio 1087, una domenica che sarebbe divenuta memorabile (Lavermicocca 1987, p. 14). Col favore del popolo, le reliquie furono affidate ad Elia, abate del monastero di San Benedetto; Bari già possedeva una cattedrale, ma l’arcivescovo Ursone accordava ad Elia il compito di sovrintendere ai lavori della basilica che avrebbe accolto le sacre reliquie, la cui cripta veniva consacrata già nell’ottobre 1089 da papa Urbano II, mentre Elia veniva consacrato arcivescovo di Bari.

La narrazione dei fatti è molto dettagliata nel Tractatus de translatione sancti Nicolai confessoris et episcopi, scritto nel 1087, o al massimo nell’anno successivo, da Niceforo, un clericus probabilmente benedettino, e nella Translatio sancti Nicolai episcopi ex Myra di Giovanni Arcidiacono, entrambi di origine barese (Corsi 1987, p. 37). Mentre Niceforo era stato ingaggiato dai nobili della città, Giovanni Arcidiacono, fra gli stretti collaboratori di Ursone, esaltava la dimensione religiosa venutasi a creare con l’arrivo delle reliquie nel capoluogo pugliese. Da allora, Bari divenne meta privilegiata di pellegrini, tappa comune per i viaggiatori diretti per mare o per terra in Oriente e, viceversa, in Occidente, mentre Nicola era assurto a santo protettore di naviganti e marinai e a santo ecumenico, tentativo perseguito dallo stesso Urbano II, che, nel 1089, aveva cercato di creare i presupposti per ricomporre l’unità tra Chiesa orientale e Chiesa occidentale, interrotta drasticamente con lo Scisma del 1054 (Otranto 1987, p. 68).

La vera effigies

L’iconografia di san Nicola, in qualità di orante, fu fissata fra il IV e il VI secolo, mentre solo successivamente si delineò l’immagine del santo a figura intera, ritratto con l’Evangeliario e in atto benedicente; a quest’ultimo modello sembra rifarsi la più antica icona raffigurante il santo e conservata presso il monastero di Santa Caterina sul monte Sinai, datata fra VII e VIII secolo (Lavermicocca 1987, p. 20): Nicola è effigiato fra i santi Pietro, Paolo e Giovanni Crisostomo (fig. 2).

Nella basilica barese, alla stregua di quella di Myra, le reliquie furono sistemante sotto il pavimento, sormontato da una grande icona, che, allo stato attuale, è quella donata nel 1319 da Uroš Milutin, sovrano di Serbia (fig. 3), sulla quale fu modellata un’incisione (fig. 4) per il nobile Domenico Danesio Poliziano dal dalmata Natalij Bonifatius a Roma nel 1584, diventando un’immagine imprescindibile per molte riproduzioni nicolaiane: san Nicola è ritratto a figura intera, regge il Vangelo con la mano sinistra e solleva il braccio destro indicando Cristo, ritratto a mezzobusto all’altezza del volto del santo, al pari, ma sul lato opposto, di sua madre Maria. Ai piedi, invece, sono inginocchiati in atteggiamento orante Uroš Milutin e sua moglie Simonida (Calò Mariani 1987, pp. 98-137). L’icona serba, dunque, diventò l’immagine di san Nicola più venerata, tanto da essere riprodotta in tele, incisioni, ex-voto, bottigliette contenenti la “sacra manna”, sostanza che trasuda dalla sacre reliquie e che viene raccolta ogni anno. Nel corso del Sei e Settecento, invece, all’effigie dei sovrani si preferì rappresentare immagini relative ai miracoli del santo, con la comparsa del giovane coppiere Adeodato e del miracolo dei tre bambini, che, fatti a pezzi e messi sotto sale da uno spregiudicato oste, furono resuscitati da san Nicola (Calò Mariani 1987, p. 108).

Icona coi santi Paolo, Pietro, Nicola e Giovanni Crisostomo (VII-VIII secolo; Sinai, Monastero di Santa Caterina d’Alessandria)
2. Icona coi santi Paolo, Pietro, Nicola e Giovanni Crisostomo (VII-VIII secolo; Sinai, Monastero di Santa Caterina d’Alessandria)


Icona serba di san Nicola coi ritratti dei donatori, re Uroš Milutin e Simonida (1319; Bari, Basilica di San Nicola, cripta)
3. Icona serba di san Nicola coi ritratti dei donatori, re Uroš Milutin e Simonida (1319; Bari, Basilica di San Nicola, cripta)


Natalij Bonifatius, Replica della Vera effigies di san Nicola (1584; incisione; Parigi, Biblioteca Nazionale)
4. Natalij Bonifatius, Replica della Vera effigies di san Nicola (1584; incisione; Parigi, Biblioteca Nazionale)

Lo sviluppo dell’iconografia nicolaiana

In Puglia lo sviluppo iconografico fu accompagnato dal proliferare di edifici di culto dedicati a san Nicola (Sant’Agata di Puglia, Gravina in Puglia, Mola di Bari) o di borghi intitolati al santo taumaturgo (si pensi, per esempio, all’attuale comune di Sannicola, poco lontano da Gallipoli).

A seguito della traslatio, dunque, vi fu un incremento del numero delle immagini nicolaiane; a partire dall’XI secolo san Nicola appare soprattutto all’interno di chiese rupestri, come succede nella cripta di Santa Maria degli Angeli a Poggiardo (fig. 5), in Salento, della fine dell’XI secolo, dove san Nicola affianca la Vergine Odegitria in un dittico offerto dai committenti dell’affresco, Leone e sua moglie (Milella Lovecchio 1987, p. 81) o, ancora, nella cripta di San Nicola, nei pressi di Mottola, nel tarantino, dove l’effigie del santo taumaturgo fu fatta realizzare dal sacerdote Sarulo. Si tratta di casi in cui il santo viene ritratto per lo più olosomo, ovvero a figura intera (oltre ai casi indicati, si segnalano quelli della cripta delle Sante Marina e Cristina a Carpignano (fig. 6), in cui san Nicola compare in un affresco del IX secolo e in un secondo dell’XI fra san Teodoro e santa Cristina – Jacob 1983-84, pp. 103-123; Falla Castelfranchi 2004, pp. 207-221 – , della cripta di San Biagio a San Vito dei Normanni (fig. 7), nel brindisino, o, in edifici di culto sub divo (“sotto il cielo”, all’aperto) nella chiesa di Santa Marina a Muro Leccese e, infine, nella cripta di Santa Lucia a Brindisi).

A mezzobusto, san Nicola è presente nella cripta della Candelora a Massafra, databile fra il XIII e il XIV secolo, nella cripta del Crocefisso a Ugento (fig. 8) e nella cripta della Coelimanna a Supersano, entrambi della metà del XIV secolo. In tutti questi casi le pitture risentono di modelli artistici bizantini, con figure prive di profondità, fortemente appiattite e frontali, mentre dal punto di vista formale le proporzioni di san Nicola sono sempre più ingigantite rispetto a quelle degli altri santi, quasi certamente per sottolineare la posizione privilegiata e accordata al santo taumaturgo.

L’iconografia del santo, allora, viene codificata sin dall’XI secolo, facilmente riconoscibile perché il vescovo indossa il phailonion (il mantello fino alle caviglie), lo stichàrion (la tunica) e l’omophorion (la fascia che gira attorno al collo e cade sulle spalle) a forma di V crocesignato. Il volto è solitamente quello di un uomo di mezza età, calvo e con fronte alta e corrugata, con barba corta e riccioluta. Si tratta di elementi iconografici che ebbero una codifica che li portò a essere ripetuti nella stessa maniera tanto in Oriente quanto in Occidente; grazie al verificarsi di eventi storici di notevole portata come la caduta di Gerusalemme (1187), la conquista di Bisanzio (1204) e la coeva espansione veneziana lungo l’Adriatico e il Mediterraneo orientale, si crearono i presupposti per un cambio di rotta, con un processo di occidentalizzazione che investì le terre della sponda opposta a quella pugliese. Grazie alla diffusione sempre più sensibile di prodotti cultuali (quali manoscritti e icone) e al movimento fisico di maestranze da un luogo all’altro, le caratteristiche formali e iconografiche già individuate nei secoli precedenti sono riscontrabili nelle immagini di san Nicola dei secoli successivi. Nel XIII secolo, inoltre, continuava lo sviluppo di raffigurazioni dedicate al santo di Myra tanto in contesti rupestri, quanto in altri subdiviali, in cui si realizzavano rappresentazioni fortemente devote e didascaliche. San Nicola appare in compagnia della Vergine o di altri santi: l’esempio migliore è dato dagli affreschi nella cripta di San Vito vecchio a Gravina in Puglia (fig. 9), risalenti fra la seconda metà del XIII e gli inizi del XIV secolo, staccati e conservati nel museo Pomarici della medesima città. Ritratto al di sotto di arcatelle, san Nicola regge un pastorale del tipo a spirale, una variante occidentale che sostituisce il consueto attributo del Vangelo nelle coeve immagini orientali.

Di pari passo, fra XII e XIII secolo si svilupparono le icone agiografiche, col santo ritratto a figura interna e tutt’attorno scene della sua vita; l’esempio più importante è l’icona risalente alla seconda metà del XIII secolo (fig. 10), conservata presso la Pinacoteca Provinciale “Corrado Giaquinto” a Bari, ma proveniente dalla chiesetta medievale di Santa Margherita a Bisceglie, costruita dalla famiglia Falcone nel 1197, per la quale la critica ha individuato stringenti analogie con opere della Terra Santa, ma soprattutto con l’icona risalente al XII secolo di San Nicola e storie della sua vita (fig. 11) conservata nel monastero di Santa Caterina d’Alessandria sul Monte Sinai. Nella tavola barese san Nicola è effigiato a figura intera, con abito vescovile; stringe col braccio sinistro il Vangelo e solleva l’altro in segno benedicente. All’altezza del volto, a mezzobusto, sono ritratti Cristo e la Vergine, rispettivamente a sinistra e a destra, che gli porgono il libro e l’omophorion. Tutt’attorno, invece, si distribuiscono le scene della vita di Nicola, riconoscibili grazie all’ausilio di iscrizioni in latino vergate nella parte superiore dei riquadri; a partire dal primo registro a sinistra si susseguono il Miracolo del bagno, l’Educazione alla fede cristiana, il famoso episodio della dote consegnata a tre fanciulle, il Ringraziamento da parte del loro padre che, in mancanza di denaro, le aveva indotte alla prostituzione, l’Elezione a vescovo, la Praxis de nautis (il salvataggio dei marinai, fig. 12), il Sortilegio di Artemide, il Salvataggio di tre soldati da parte di Nicola da ingiusta esecuzione (fig. 13), la Praxis de stratelatis (il salvataggio di tre ufficiali alla corte dell’imperatore Costantino a seguito della condanna a morte ingiusta), le Apparizioni in sogno di Nicola a Costantino e ad Ablavio, il Ringraziamento dei due stratelati e, infine, il miracolo di Adeodato, giovane cristiano rapito dai Saraceni presso i quali era stato impiegato in qualità di coppiere (Milella Lovecchio 1987, pp. 122-123).

Fra le storie che legano il santo al mare, la Praxis de nautis fa riferimento al viaggio da parte di alcuni marinai verso Gerusalemme, mentre nel Sortilegio di Artemide viene raffigurato il momento in cui il diavolo, sotto le sembianze di una giovane e aitante donna, si avvicina con la sua barca ad alcuni marinai diretti in pellegrinaggio verso Myra, e chiede loro di portare una fiaschetta d’olio da porre sulla tomba del santo. Secondo quanto narrato nella versione latina della Vita di Giovanni Diacono e nell’EncomiumNeophyti, ascrivibile al 1200, san Nicola sarebbe apparso ai marinai su un’altra imbarcazione e avrebbe ordinato loro di svuotare il contenuto della fiaschetta che, a contatto con l’acqua, avrebbe preso fuoco. Nella tavola barese le scene sono tutte ambientate in esterni e la loro impostazione rimanda a modelli miniaturistici che il pittore, verosimilmente locale, doveva conoscere, mentre la distribuzione sembra rammentare la medesima che costituisce l’icona agiografica affrescata nella cripta di San Nicola a Mottola o, per rimanere nel barese, quella nella grotta di Santa Maria dei Miracoli ad Andria (fig. 14), risalente alla seconda metà del XIII secolo, ma inglobata in uno dei maggiori santuari mariani della Puglia, costruito nella prima metà del Seicento. Gli episodi della vita di san Nicola, in realtà, nascono dalla interpolazione verificatasi nel X secolo con quelli di un altro santo, Nicola di Sion, cofondatore del monastero della Santa Sion, non lontano da Myra, vissuto due secoli dopo san Nicola di Myra e deceduto nel 564 (Milella Lovecchio 1987, p. 92).

In tale periodo si intensificarono i rapporti tra la Puglia, naturale ponte proteso verso l’Oriente e la Terrasanta, divenuta un forte polo di attrazione, in cui si crearono le condizioni utili per innesti culturali frammisti di cultura bizantina e di morfemi occidentali. In epoca moderna, le pitture tardo-bizantine della Puglia dipendono fortemente dall’arte cretese, una scuola che continuò a operare sino ad almeno il 1640 e che trovava in Venezia il più stringente termine di paragone. A ciò si aggiunga il fenomeno, per nulla circoscritto, di pittori cretesi che avevano messo su bottega nelle città di Otranto, Barletta e, molto probabilmente, anche Monopoli. Fra i maggiori rappresentanti della scuola cretese si rammenta Andrea Rico da Candia, attivo dal 1451, cui si deve il trittico conservato nella basilica barese raffigurante la Madonna della Passione fra i santi Giovanni Teologo e Nicola (fig. 15): le figure sono ritratte a mezzobusto, i volti sono ben torniti al pari dei colli e Nicola è riconoscibilissimo per l’omophorion, per il tipo fisionomico ormai consolidato del volto, e per il gesto, tutto bizantino, di unire il pollice e l’anulare sinistri per indicare la duplice natura di Cristo.

A partire dalla prima metà del Quattrocento si diffuse, soprattutto in Terra d’Otranto, un tardogotico che risentì in maniera specifica di quanto si venne a delineare in area umbro-marchigiana e che, in Salento, diede risultati davvero alti grazie all’incontro con le accezioni artistiche provenienti dalla capitale partenopea. San Nicola continuò ad essere effigiato al di sotto di architetture di intonazione gotica, olosomo e in compagnia di altri santi, come indicano gli affreschi eseguiti fra secondo e terzo decennio del secolo nella chiesa di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina, fondata per volere di Raimondello del Balzo Orsini dal 1384 e decorata ad affresco e in più riprese dallo stesso feudatario, da sua moglie Maria d’Enghien e dal figlio Giovanni Antonio sino al Quattrocento inoltrato, o, ancora quelli realizzati nella chiesa di Santo Stefano a Soleto, sempre di pertinenza della potente famiglia feudale (fig. 16).

Alle pitture su muro si aggiungono i polittici della bottega dei Vivarini, tra le più prolifiche fra il 1460 e il 1483, che da Venezia giungono sui litorali pugliesi per poi piegare verso l’interno; fra tutti valga la pena ricordare quello proveniente da Santa Maria delle Grazie di Altamura e attualmente esposto nella Pinacoteca Provinciale a Bari (fig. 17).

San Nicola, particolare (IX secolo; Poggiardo, chiesa rupestre di Santa Maria degli Angeli)
5. San Nicola, particolare (IX secolo; Poggiardo, chiesa rupestre di Santa Maria degli Angeli)


San Nicola fra i santi Cristina e Teodoro (XI secolo; Carpignano, chiesa rupestre delle Sante Marina e Cristina)
6. San Nicola fra i santi Cristina e Teodoro (XI secolo; Carpignano, chiesa rupestre delle Sante Marina e Cristina)


San Nicola (San Vito dei Normanni, cripta di San Biagio)
7. San Nicola (San Vito dei Normanni, cripta di San Biagio)


San Nicola (metà XIV secolo; Ugento, cripta del Crocifisso)
8. San Nicola (metà XIV secolo; Ugento, cripta del Crocifisso)


San Nicola (fine XIII-inizi XIV secolo; Gravina in Puglia, Museo Pomarici Santomasi, già chiesa di San Vito)
9. San Nicola (fine XIII-inizi XIV secolo; Gravina in Puglia, Museo Pomarici Santomasi, già chiesa di San Vito)


Icona agiografica di San Nicola e storie della sua vita (seconda metà XIII secolo; Bari, Pinacoteca ‘Corrado Giaquinto’; già Bisceglie, chiesa di Santa Margherita)
10. Icona agiografica di San Nicola e storie della sua vita (seconda metà XIII secolo; Bari, Pinacoteca ‘Corrado Giaquinto’; già Bisceglie, chiesa di Santa Margherita)


Icona agiografica di San Nicola e storie della sua vita, particolare (XII secolo; Sinai, Monastero di Santa Caterina d’Alessandria)
11. Icona agiografica di San Nicola e storie della sua vita, particolare (XII secolo; Sinai, Monastero di Santa Caterina d’Alessandria)


Icona agiografica di San Nicola e storie della sua vita, Praxis de nautis (seconda metà XIII secolo; Bari, Pinacoteca ‘Corrado Giaquinto’; già Bisceglie, chiesa di Santa Margherita)
12. Icona agiografica di San Nicola e storie della sua vita, Praxis de nautis (seconda metà XIII secolo; Bari, Pinacoteca ‘Corrado Giaquinto’; già Bisceglie, chiesa di Santa Margherita)


Icona agiografica di San Nicola e storie della sua vita, Salvataggio di tre soldati ingiustamente condannati a morte (seconda metà XIII secolo; Bari, Pinacoteca ‘Corrado Giaquinto’; già Bisceglie, chiesa di Santa Margherita)
13. Icona agiografica di San Nicola e storie della sua vita, Salvataggio di tre soldati ingiustamente condannati a morte (seconda metà XIII secolo; Bari, Pinacoteca ‘Corrado Giaquinto’; già Bisceglie, chiesa di Santa Margherita)


Icona agiografica con San Nicola e storie della sua vita (metà XIII secolo; Andria, cripta di Santa Maria dei Miracoli)
14. Icona agiografica con San Nicola e storie della sua vita (metà XIII secolo; Andria, cripta di Santa Maria dei Miracoli)


Andrea Rico da Candia, Madonna della Passione fra i santi Giovanni Teologo e Nicola (1451; Bari, Basilica di San Nicola)
15. Andrea Rico da Candia, Madonna della Passione fra i santi Giovanni Teologo e Nicola (1451; Bari, Basilica di San Nicola)


San Nicola (1420-1430; Soleto, chiesa di Santo Stefano)
16. San Nicola (1420-1430; Soleto, chiesa di Santo Stefano)


Bartolomeo Vivarini, San Nicola, particolare di polittico (1490 circa; Bari, Pinacoteca ‘Corrado Giaquinto’; già Altamura, chiesa di Santa Maria delle Grazie)
17. Bartolomeo Vivarini, San Nicola, particolare di polittico (1490 circa; Bari, Pinacoteca ‘Corrado Giaquinto’; già Altamura, chiesa di Santa Maria delle Grazie)

L’iconografia di san Nicola dal Cinquecento al Settecento

Nel corso del Cinquecento vi fu un maggiore impulso alla realizzazione di statue e polittici in ligneo che sempre più venivano adoperati per completare gli altari in base ai gusti della nobiltà locale che, nella fattispecie, si faceva portavoce di una moda assai diffusa un po’ ovunque nel meridione d’Italia. Ridotta al minimo la presenza greca, si procedette a modernizzare quegli edifici di culto adibiti sino ad allora al rito greco, di cui il caso della chiesa altamurana di San Nicola è fra i casi più celebri.

Nello stesso torno di anni si delinea una nuova iconografia nicolaiana, secondo cui il santo vescovo, abbigliato con vesti sontuose, è assiso in trono: una versione è quella di Gaspar Hovic (Oudenaarde, 1550 – Bari, 1627), eseguita verso il 1581 per la chiesa dei Cappuccini a Corato (fig. 18); nella tela tornano puntuali ormai i consueti attributi del santo, il pastorale retto dal committente dell’opera, Adeodato, riconoscibile per reggere un vassoio con una caraffa, mentre il suo legame col mare viene enfatizzato con la veduta che si apre oltre lo schienale del trono.

Verso il terzo decennio del secolo la tradizionale importazione di dipinti da Venezia si affievolisce, mentre ci si rivolge con sempre maggiore attenzione a Napoli. San Nicola continua a essere effigiato da solo, ma sempre più spesso in compagnia di altri santi e la Vergine: nelle Sacre conversazioni il santo è abbigliato in abiti vescovili, ritratto con il libro, su cui sovente sono poggiati tre pomi d’oro, allusione all’episodio delle tre fanciulle, e in compagnia con l’ormai familiare Adeodato e i tre bambini risorti. Tale iconografia restò pressoché invariata anche nei due secoli successivi, tanto che il culto per san Nicola continuò ad essere fra i più celebrati anche dai nuovi ordini religiosi, soprattutto dai Teatini di cui torneremo a parlare. A Barletta Cesare Fracanzano (Bisceglie, 1605 – Barletta, 1652) dipinse verso il 1639 la Vergine Immacolata tra i santi Giuseppe e Nicola di Bari (fig. 19) per la chiesa di Sant’Antonio, in cui coniuga il recente culto per san Giuseppe, elevato nel 1621 da papa Gregorio XV a festa universale fissata il 19 marzo, con quello più antico e più diffuso per san Nicola, entrambi uniti poi ad uno dei temi più sentiti della Controriforma, la Vergine concepita senza macchia, il cui dogma fu decretato soltanto nel 1854 da papa Pio IX. Verso il 1651, invece, per la chiesa di San Ruggero dipinse la monumentale pala d’altare di san Nicola di Bari (fig. 20), in cui il vescovo è ritratto inginocchiato, con la testa leggermente rivolta verso l’alto, dove si muovono due paffuti putti che sorreggono la mitra e il pastorale; colpiti dalla luce divina, uno di essi è costretto a pararsi la vista alzando il braccio destro (Doronzo 2013, pp. 207-211).

Fra i pittori vicini a Cesare Fracanzano ci fu Carlo Rosa (Giovinazzo, 1613 – Bitonto, 1678); entrambi avevano già lavorato nel 1640 per la corale impresa pittorica in Santa Maria della Sapienza a Napoli. Dopo la morte di Cesare, Carlo, a capo della cosiddetta Bottega bitontina, assai prolifica in Terra di Bari, diventò tra i maggiori rappresentanti del naturalismo in molte zone della “periferia” del Viceregno spagnolo, come bene esemplificano il ciclo con Storie della vita di san Nicola e della Vergine per il soffitto e il transetto della basilica di San Nicola a Bari (fig. 21), eseguito fra il 1661 e 1662 e ancora fra il 1666 e il 1668 (Pugliese 1987, pp. 80-90; Melchiorre 2000, pp. 308-315), o quello con Storie della vita di san Nicola per il soffitto della navata di San Gaetano a Bitonto (fig. 22), del 1665, custodita dai Teatini che, come già anticipato, celebrarono il santo vescovo affidando a Carlo Rosa la decorazione del soffitto della loro casa (fig. 23, Basile Bonsante 1994, pp. 527-568).

Per la basilica barese, i lavori dell’intaglio del soffitto furono assegnati al materano Caterino Casavecchia e al napoletano Michele Maurizio, impegnato attorno al 1658 già all’esecuzione di nuove spalliere per gli stalli del coro nella cripta, mentre quelli di indoratura a Cesare Villano. I lavori furono effettuati grazie ai tanti introiti raccolti a seguito della scongiurata peste del 1656, cui parteciparono la corona spagnola, pellegrini e fedeli, molti originari di Napoli e lo stesso viceré Gaspar de Bracamonte, conte di Peñaranda, che finanziò i lavori per la soffittatura del transetto (Pugliese 2000, p. 106).

Per la basilica barese il ricorso ad una soffittatura lignea sembrò opportuno per nascondere, in un periodo caratterizzato dal forte ammodernamento barocco della chiesa, le vecchie strutture architettoniche; il risultato finale è caratterizzato da forte dinamismo, cui concorrono le continue variazioni di forme e di dimensioni delle tele incastonate in cornici ottagonali, quadrangolari, trapezoidali rivestite di oro e di argento, frammiste, a loro volta, a varie figure plastiche, scolpite a tutto tondo o ad alto rilievo, quali angeli, cherubini, busti di santi ed elementi zoomorfi. All’aquila bicipite, emblema degli Asburgo di Spagna, cui il meridione d’Italia apparteneva politicamente, si giustappongono gli stemmi del Priore, del Capitolo della Basilica, della Città e della Provincia di Bari e del nobile De Sangro, in un horror vacui serrato, ma elegante e mai oppressivo. Nelle tele Carlo Rosa sembra essere sì legato ai modi fracanzaniani, ma i risultati cui giunge sono l’esito di una contaminatio assai variegata, con tonalità alte, accomunate tuttavia da un’interpretazione più dolce del colore, secondo le novità fiamminghe diffuse a Napoli sulla scia di Antoon van Dyck da Pietro Novelli (Monreale, 1603 – Palermo, 1647) e Andrea Vaccaro (Napoli, 1604 – 1670). Si tratta, dunque, di un’arte con la quale si spiegano le gesta (la partecipazione di Nicola al concilio di Nicea e al leggendario episodio dello schiaffo ad Ario, fig. 24) e i miracoli legati a san Nicola (la liberazione di Adeodato a seguito dell’invocazione da parte dei suoi genitori al santo, fig. 25), cui si giustappongono altri messaggi significativi, che vanno dalla fondazione della basilica all’esaltazione dei nuovi culti legati alla devotio moderna della Controriforma, come quello per l’Immacolata Concezione, raffigurata nella grande tela centrale della navata, sotto la quale è ritratto san Nicola su un’imbarcazione comandata da angeli (fig. 26). Per il transetto Carlo Rosa eseguì una grande tela di forma ottagonale con l’immagine del Padre Eterno, circondata da altre otto tele raffiguranti la Vergine e santi, intervallate fra loro da angeli-cariatidi. Sulle quattro trombe che raccordano gli arconi della crociera della zona presbiteriale furono affrescati i quattro Evangelisiti e putti in volo, in parte perduti, di cui resta la data 1662 a ricordo dell’intervento.

Tra i pittori del Settecento che dedicarono attenzione a san Nicola vi fu il molfettese Corrado Giaquinto (Molfetta, 1703 – Napoli, 1766): nella pinacoteca barese è conservato il bozzetto (fig. 27), autografo, che servì da modello alla grande pala dipinta nel 1746 per la chiesa di San Nicola de Lorenesi a Roma, poi andata persa. San Nicola, in abito vescovile, in maniera solenne seda una tempesta di mare che rischia di far affondare un’imbarcazione colma di marinai. All’evento miracoloso partecipa anche la Vergine, ritratta su un banco di nuvole in compagnia di angeli.

Per concludere questo excursus iconografico e storico-artistico su san Nicola si rammentano l’altare argenteo del santo risalente al 1684, ancora in loco nella parte destra del presbiterio della basilica barese, e la statua del santo (fig. 28) che viene portata in processione per mare e per terra, riprodotta all’infinito negli studi folkloristici dedicati a san Nicola e nei santini devozionali; essa andò a sostituire una statua seicentesca conservata oggi nella vicina chiesa di San Gregorio, prospiciente la basilica dedicata al santo e fu intagliata nel 1794 da Giovanni Corsi, verosimilmente un napoletano trasferitosi a Bari, come si evince dall’iscrizione incisa sul petto e forse formatosi presso la bottega del più celebre scultore Giacomo Colombo, documentato a Napoli dal 1678 al 1731 (Pasculli Ferrara 1991, pp. 109-117).

Gaspar Hovic, San Nicola in trono (1581; olio su tela; Corato, chiesa dei Cappuccini)
18. Gaspar Hovic, San Nicola in trono (1581; olio su tela; Corato, chiesa dei Cappuccini)


Cesare Fracanzano, Vergine Immacolata tra i santi Giuseppe e Nicola di Bari (1639; olio su tela, 1639; Barletta, chiesa di Sant’Antonio)
19. Cesare Fracanzano, Vergine Immacolata tra i santi Giuseppe e Nicola di Bari (1639; olio su tela, 1639; Barletta, chiesa di Sant’Antonio)


Cesare Fracanzano, San Nicola (1651; olio su tela; Barletta, chiesa di San Ruggero)
20. Cesare Fracanzano, San Nicola (1651; olio su tela; Barletta, chiesa di San Ruggero)


Carlo Rosa, Storie della vita di san Nicola e della Vergine (1661-1668; Bari, basilica di San Nicola, soffitto, veduta di insieme)
21. Carlo Rosa, Storie della vita di san Nicola e della Vergine (1661-1668; Bari, basilica di San Nicola, soffitto, veduta di insieme)


Carlo Rosa, Storie della vita di san Nicola (1665; Bitonto, chiesa di San Gaetano, soffitto, veduta di insieme)
22. Carlo Rosa, Storie della vita di san Nicola (1665; Bitonto, chiesa di San Gaetano, soffitto, veduta di insieme)


Carlo Rosa, San Nicola fra i santi Gaetano e Andrea Avellino (1665; Bitonto, chiesa di San Gaetano)
23. Carlo Rosa, San Nicola fra i santi Gaetano e Andrea Avellino (1665; Bitonto, chiesa di San Gaetano)


Carlo Rosa, san Nicola schiaffeggia Ario (1661-1668; Bari, basilica di San Nicola, soffitto)
24. Carlo Rosa, San Nicola schiaffeggia Ario (1661-1668; Bari, basilica di San Nicola, soffitto)


Carlo Rosa, san Nicola libera Adeodato, particolare (1661-1668; Bari, basilica di San Nicola, soffitto)
25. Carlo Rosa, San Nicola libera Adeodato, particolare (1661-1668; Bari, basilica di San Nicola, soffitto)


Carlo Rosa, Immacolata Concezione e san Nicola in una barca pilotata da angeli (1661-1668; Bari, basilica di San Nicola, soffitto)
26. Carlo Rosa, Immacolata Concezione e san Nicola in una barca pilotata da angeli (1661-1668; Bari, basilica di San Nicola, soffitto)


Corrado Giaquinto, San Nicola salva i naufraghi (ante 1746; olio su tela; Bari, Pinacoteca ‘Corrado Giaquinto’)
27. Corrado Giaquinto, San Nicola salva i naufraghi (ante 1746; olio su tela; Bari, Pinacoteca ‘Corrado Giaquinto’)


Giovanni Corsi, statua di san Nicola (1794; Bari, basilica di San Nicola)
28. Giovanni Corsi, statua di san Nicola (1794; Bari, basilica di San Nicola)


Giovanni Corsi, statua di san Nicola, particolare (1794; Bari, basilica di San Nicola)
29. Giovanni Corsi, statua di san Nicola, particolare (1794; Bari, basilica di San Nicola)


Bari, processione di San Nicola
30. Bari, processione di San Nicola

La statua di san Nicola è propriamente un manichino vestito, nel senso che la testa, le mani e i piedi sono lignei, mentre il corpo è composto di materiali più leggeri e, dunque, più facilmente trasportabile durante le processioni. I tratti somatici del santo sono i medesimi che presenta la vera effigies, con epidermide scura (fig. 29), in ossequio alla provenienza medio-orientale del vescovo, con stempiatura e con barba lunga e scura; le mani sono intagliate in maniera tale che la sinistra possa impugnare il pastorale e la destra, con anulare e mignolo piegati, sia in atteggiamento benedicente. Il san Nicola di Giovanni Corsi, da oramai due secoli, la mattina dell’8 maggio di ogni anno viene condotto in processione per le vie della città vecchia sino al molo San Nicola: portato a bordo di una barca, continua idealmente il corteo in mare sino alla sera, quando viene riportato nuovamente sulla terraferma, a ricordo dell’arrivo delle sacre reliquie nel 1087. Le solennità iniziano già dal pomeriggio del 7 maggio, quando per le vie della città di Bari (fig. 30) e sino al piazzale antistante la basilica di San Nicola sfila il solenne corteo storico chiamato la “Caravella”, a ricordo delle imbarcazioni adoperate dai sessantadue marinai che da Myra trafugarono le reliquie (Pasculli Ferrara 2017, pp. 363-371). Alla “Caravella”, preceduta da alcuni “quadri scenici” in cui sono riprodotti scene e miracoli del santo, partecipa un numero altissimo di figuranti in abiti storici. Giunti nei pressi della basilica, la statua di san Nicola è consegnata dai marinai al priore e al sindaco della città, un momento commovente che rammenta quello durante il quale la cassetta lignea contenente il sacro bottino (ancora conservata nel vicino Museo nicolaiano) venne consegnata all’abate Elia. In un incontro fraterno che unisce Occidente e Oriente (si ricordi che san Nicola è il santo più invocato nei paesi balcanici sino alla Russia), i tre giorni della festività richiamano migliaia di pellegrini e fedeli da ogni parte del mondo.

Bibliografia

  • Basile Bonsante Mariella, Sviluppi tipologici dell’edificio di culto nella tradizione teatina. La chiesa di San Gaetano a Bitonto, in Cultura e società in Puglia e a Bitonto nel sec. XVIII, Atti del Convegno di Studi (22-23 maggio, 6-7 novembre 1992), a cura di Stefano Milillo, Bitonto, Edizioni del Centro Ricerche di storia e arte bitontina, Bitonto 1994, 2 voll, II, pp. 527-568.
  • Calò Mariani Maria Stella, San Nicola nell’arte in Puglia tra XIII e XVIII secolo, in San Nicola di Bari e la sua basilica. Culto, arte, tradizione, Milano 1987, pp. 98-137
  • Cioffari Gerardo, La vita, in San Nicola di Bari e la sua basilica. Culto, arte, tradizione, Milano 1987, pp. 20-36, p. 22.
  • Corsi Pasquale, La traslazione delle reliquie, in San Nicola di Bari e la sua basilica. Culto, arte, tradizione, Milano 1987, pp. 37-48.
  • Doronzo Ruggero, La bellezza del Divino. Le opere pugliesi di Cesare Fracanzano, Barletta 2013.
  • Falla Castelfranchi Marina, La cripta delle Sante Marina e Cristina a Carpignano Salentino, in Puglia preromanica dal V secolo agli inizi dell’XI, a cura di G. Bertelli, Milano 2004, pp. 207-221.
  • Jacob André, L’inscription métrique de l’enfeu de Carpignano, in Rivista di Studi Bizantini e Neoellenici, a cura dell’Istituto di Studi Bizantini e Neoellenici dell’Università “La Sapienza”, n.s. 20-21 (XXX-XXXI), Roma 1983-1984, pp. 103-123.
  • Lavermicocca Nino, Città e patrono. Bari alla ricerca di una identità storico-religiosa, in Il segno del culto. San Nicola. Arte, iconografia e religiosità popolare, Bari 1987, pp. 9-27.
  • Melchiorre Vito Antonio, Il soffitto dorato della basilica di San Nicola, in “Nicolaus”, X (1999), fasc. 2, pp. 275-354.
  • Milella Lovecchio Marisa, San Nicola nell’arte in Puglia tra XI e XIII secolo, in San Nicola di Bari e la sua basilica. Culto, arte, tradizione, Milano 1987, pp. 81-97, p. 81
  • Milella Lovecchio Marisa, S. Nicola e storie della sua vita. Scheda di catalogo, in Icone di Puglia e Basilicata. Dal Medioevo al Settecento, Catalogo della mostra (Bari, Pinacoteca Provinciale, 9 ottobre-11 dicembre 1988), a cura di P. Belli D’Elia, Sesto San Giovanni (MI) 1988, pp. 122-123.
  • Otranto Giorgio, San Nicola e Bari, in San Nicola di Bari e la sua basilica. Culto, arte, tradizione, Milano 1987, pp. 61-71.
  • Pasculli Ferrara Mimma, Due patroni per la città di Bari: il San Sabino di Andrea Finelli (1674) e il San Nicola di Giovanni Corsi (1794), in “Storia dell’Arte”, 1991, pp. 109-117.
  • Pasculli Ferrara Mimma, Bari: la statua a ‘manichino vestito’ di San Nicola di Giovanni Corsi (1794) e il Corteo storico ‘La Caravella’, in Santi Patroni in Puglia e in Italia meridionale in età moderna. Modelli in legno, tecniche e pratiche cultuali. Studi in ricordo di Vincenzo Pugliese, a cura di I. Di Liddo, M. Pasculli Ferrara, Fasano 2017, pp. 363-371.
  • Pugliese Vincenzo, Dipingere san Nicola. L’arte pugliese tra scuole, commenti e limiti, in Il segno del culto. San Nicola. Arte, iconografia e religiosità popolare, Bari 1987, pp. 80-90.
  • Pugliese Vincenzo, Bari. Basilica di S. Nicola. Il soffitto di Carlo Rosa: la agiografia in chiave barocca (1656), in Itinerari in Puglia tra arte e spiritualità, a cura di M. Pasculli Ferrara, Roma 2000, pp. 102-106.


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1. ValMess in data 11/07/2019, 06:34:20

Ritengo ricorra qualche stereotipo che, nonostante la lunga tradizione di studi sulla figura del vescovo di Myra, ci si ostina a riproporre pur dinanzi all'evidenza della proponibilita. Il riferimento che balza inevitabilmente agli occhi è quello di citare ancora col termine "caravella" l'imbarcazione utilizzata per la traslazione. Eppure è notorio che la caravella non è certamente utilizzata nelle acque del Mediterraneo dell'XI secolo.
Tralascio poi di svolgere considerazioni sui cosiddetti "marinai", su cui ci sarebbero da fare precisazioni.



2. ValMess in data 11/07/2019, 06:37:55

...pur dinanzi all'evidenza della improponibilita'







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