Amedeo Modigliani. Un mito controverso


A distanza di cento anni dalla sua scomparsa, Amedeo Modigliani e il suo mito continuano a far discutere. Come inquadrare la sua storia?

“Amedeo sorride, stretto in una giacca di velluto. È bellissimo, simpatico, un attore” (Dan Franck). La fotografia, scattata nel 1918 da Paul Guillaume, uno dei primi e maggiori mercanti d’arte incontrato da Amedeo Modigliani (Livorno, 1884 – Parigi, 1920) a Parigi è l’immagine più nota del suo amico artista. “Una lunga sciarpa lo segue come una scia. Si siede davanti a uno sconosciuto, allontana tazza e piattino con le lunghe mani nervose, tira fuori di tasca un taccuino e una matita e incomincia a disegnare un ritratto senza nemmeno chiedere il permesso. Firma. Stacca il foglio e lo tende orgogliosamente al suo modello. Così beve, così mangia”.

Molti anni dopo, nel 2004, per lo scrittore Dan Franck è più un artista maledetto, un italiano spiantato che parte alla volta di Parigi per fare fortuna. Tante altre saranno le mostre, i libri o i cataloghi che riproporranno lo stereotipo (a volte però con dati certi) di un Modigliani bohemien che usa l’hashish o indugia nell’alcool. Non è un caso se la sua biografia, tracciata in parte dentro contorni fumosi, in parte con cognizione di causa, si concluda con un destino breve e beffardo. Seguito, peraltro, da una serie di drammi e dai suicidi delle sue donne, Beatrice Hastings prima e poi da Jeanne Hebuterne, moglie e modella che si getta, incinta, da una finestra della casa paterna il giorno dopo la morte dell’artista. Eppure, la vera “maledizione Modigliani” è quella di cui è lui la vittima. Come spesso accade, leggenda e tragedia si mescolano fino a perdere le tracce dell’obiettività, quando si tratta di grandi personaggi, come Caravaggio o Van Gogh, soprattutto se si tratta di “Modì”. È difficile quindi poter distinguere la reale qualità di un artista dalla sua tormentata vicenda esistenziale.

Amedeo Modigliani nel suo studio, fotografia del 1915 di Paul Guillaume
Amedeo Modigliani nel suo studio, fotografia del 1915 di Paul Guillaume


Amedeo Modigliani, Ritratto di Paul Guillaume (1916; olio su tela, 81 x 54 cm; Milano, Museo del Novecento)
Amedeo Modigliani, Ritratto di Paul Guillaume (1916; olio su tela, 81 x 54 cm; Milano, Museo del Novecento)

L’artista livornese non fa eccezione. Mille sono le ragioni che stanno alla base del suo mito: molte vanno ascritte ai pregiudizi, alla necessità di costringere nell’etichetta dell’artista maledetto nonché alle bizzarrie che hanno spesso viziato il giudizio, negando il valore intrinseco dell’opera, tagliandolo per lungo tempo fuori dalle personalità di spicco dei primi del Novecento. Questa narrazione, fatta di falsi miti, ha talvolta soppiantato un’indagine scientifica e accurata, e ciò a dispetto delle numerose indagini, tra svolte e smentite, che si sono susseguite: dalla vicenda del ritrovamento nel 1984 delle tre teste a Livorno, all’archiviazione del caso nel 1991, dai fatti di Palermo con la presunta contraffazione di opere, fino al caso più recente di Spoleto. Da qualche tempo ormai si è insinuato il dubbio sul catalogo delle opere e sulle motivazioni che stanno dietro a movimentazioni di queste e alle esposizioni dedicate ad Amedeo Modigliani. Per giunta, ogni volta che si parla di lui, impazzano le polemiche sui giornali, decine di articoli scritti da studiosi e critici smentiscono la firma e la paternità di alcune opere ancora in circolazione. Sovente si parla di “falsi” che si aggirerebbero sul mercato d’arte a suo nome. Non c’è, infatti, solo il caso del disegno con la Donna Seduta, sequestrato l’anno scorso a Roma o quello dei pezzi esposti alla mostra (aperta due anni fa e subito chiusa), a Palazzo Ducale di Genova, anche sul disegno della Femme Fatale uscita per la prima volta dopo settant’anni alla mostra di Spoleto del 2018, si nutrono forti sospetti. Tutti questi episodi sono ormai talmente frequenti che si può, a buon diritto, parlare di “ossessione per i falsi Modigliani”, se non addirittura di un vero e proprio “Affaire Modì”: per spiegare un paradosso che colpisce una figura di tutto riguardo che, dopo quasi cento anni dalla sua morte, non trova pace, scossa da continui scandali, presunte attribuzioni di quadri, perizie diagnostiche fasulle e idee preconcette. Valide sono quindi le ragioni per far tornare alla luce l’intera vicenda Modigliani, inquadrarla con più rigore e attenzione possibili. Ci sono da tener presente, in primis, il posto d’onore che occupa nelle raccolte dei maggiori musei del mondo (il Museo dell’Orangerie a Parigi, la Tate Gallery di Londra, la Pinacoteca di Brera) oltre che tra le fila dei maggiori collezionisti (Roger Dutilleul, Georges Menier, Jonas Netter e Paul Alexandre), e poi il luogo speciale che trova nel cuore del grande pubblico.

Ma benché sia molto amato, ricercato dai mercanti d’arte e i suoi quadri raggiungano quotazioni vertiginose, Amedeo Modigliani è rimasto troppo a lungo ai margini ed è stato ripetutamente escluso da quella cerchia di artisti, come Picasso e Derain, che, dopo Cézanne, rappresentavano l’incunabolo dell’arte moderna. Perché? Colpa di una costruzione ad hoc di un mito facile da travasare in mostre blockbuster? O le responsabilità devono ricadere sugli ambienti accademici? Gli studi ufficiali, fino a poco tempo fa, lo avevano trascurato, considerandolo un pittore di poco conto, semplice, e trovando ripetitivi i suoi moduli: era ritenuto privo di una reale carica innovativa. Accecata non solo dalle accesissime diatribe che hanno animato (e come abbiamo visto, ancora animano), la vexata quaestio dell’autenticità delle sue opere appare anche intimidita nell’esprimere pareri definitivi: la ricerca scientifica ha rischiato di restare paralizzata, quando non impigliata nella rete dell’aneddotica o, tutt’al più, nell’incertezza. Ad aver cercato di dirimere con più esattezza la questione, hanno contribuito la caparbietà di alcuni studiosi, e anche la mostra alla Tate Gallery di Londra (2018). Tenendo l’artista lontano dall’aura mitica che fino a quel momento lo aveva circondato, tutti ne hanno restituito lo spessore, ricostruendo la sua breve parabola dentro uno scenario più aderente alla verità.

Amedeo Modigliani, Jeune fille rousse (Jeanne Hébuterne) (1918; olio su tela, 46 x 29 cm; collezione Jonas Netter)
Amedeo Modigliani, Jeune fille rousse (Jeanne Hébuterne) (1918; olio su tela, 46 x 29 cm; collezione Jonas Netter)


Amedeo Modigliani, Ritratto di Jeanne Hébuterne (1919; olio su tela, 91,4 x 73 cm; New York, Metropolitan Museum of Art)
Amedeo Modigliani, Ritratto di Jeanne Hébuterne (1919; olio su tela, 91,4 x 73 cm; New York, Metropolitan Museum of Art)


Amedeo Modigliani, Ritratto di Beatrice Hastings (1915; olio su tela, 43 x 35 cm; Milano, Museo del Novecento)
Amedeo Modigliani, Ritratto di Beatrice Hastings (1915; olio su tela, 43 x 35 cm; Milano, Museo del Novecento)


Amedeo Modigliani, Nudo seduto (Beatrice Hastings?) (1916; olio su tela, 92 x 60 cm; Londra, Courtauld Gallery)
Amedeo Modigliani, Nudo seduto (Beatrice Hastings?) (1916; olio su tela, 92 x 60 cm; Londra, Courtauld Gallery)

La storia di Amedeo Modigliani ha attraversato due nazioni, l’Italia e la Francia, e si è svolta in un periodo molto complesso della storia europea. Alla svolta del secolo breve, quando, in una manciata di anni si andava profilando una serie di eventi tragici per le conseguenze che di lì a poco si sarebbero prodotte: l’attentato di Sarajevo e l’affaire Dreyfus hanno segnato la fine della BelleÉpoque, e hanno anticipato i fermenti già in atto, portando allo scoppio della prima guerra mondiale e all’affermarsi delle ideologie totalitariste. Modigliani era ebreo (come rivelano anche alcuni simboli scolpiti nelle teste in arenaria), e da giovane, nella sua città d’origine, si era avviato allo spiritismo, ai principi alchemici e alla Kaballah. Era un artista ostinatamente alla ricerca di una forma pura: prima, nell’espressione della scultura di sole teste, poi nella pittura quasi esclusiva di ritratti, spesso dei suoi amici e delle donne amate.

“La carriera di Modigliani è la storia d’una lunga riflessione del e sul viso umano” (Claude Roy). Inizialmente si forma a Livorno nella bottega di Guglielmo Micheli, dove conosce anche Oscar Ghiglia. Qui, spinto proprio dai consigli del maestro, parte per continui viaggi in Italia: Venezia, Roma, e soprattutto Firenze, per studiare all’Accademia libera del nudo, vedere Masaccio nella Cappella Brancacci e le sculture di Tino da Camaino al Museo dell’Opera del Duomo. Ma va anche a Pisa, sulle tracce degli affreschi di Buonamico Buffalmacco. Presto, dal 1906, sente forte il richiamo delle luci di Parigi, dove risiederà con lunghi soggiorni e la definitiva permanenza fino alla sua morte, avvenuta per febbre tifoidea, nel 1920, all’ospedale della Carità.Quando arriva nella Ville Lumière, inizialmente s’installa a Montmartre, a rue de Calaincour, vicino ai luoghi di Pablo Picasso (un’ex fabbrica di pianoforti). È l’anno delle Demoiselles d’Avignon, il 1907, ma prima che tutti (artisti, musicisti, scrittori), si spostino nel quartiere di Montparnasse, Modigliani, non lontano da dove lavora Brancusi, sta alla Cité Falgiuère, un “buco miserabile dentro al cui cortile, [realizza] nove o dieci teste”. E pare che talvolta “disponesse le sue sculture - ispirate all’arte africana ma anche a quella dell’antico Egitto, alla scultura kmer e finanche alla scultura gotico classicheggiante italiana - in modo tale da farle apparire elementi di un tempio primitivo” (Gloria Fossi).

Amedeo Modigliani, Cariatide (1911-1912; olio su tela, 77,5 x 50 cm; Düsseldorf, Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen)
Amedeo Modigliani, Cariatide (1911-1912; olio su tela, 77,5 x 50 cm; Düsseldorf, Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen)


Amedeo Modigliani, Ritratto di Léopold Zborowski (1916; olio su tela, 100 x 65 cm; San Paolo del Brasile, Museo d'Arte di San Paolo)
Amedeo Modigliani, Ritratto di Léopold Zborowski (1916; olio su tela, 100 x 65 cm; San Paolo del Brasile, Museo d’Arte di San Paolo)

Per questo si dice che talvolta accendesse sopra ognuna di esse una candela.Nel nuovo quartiere frequenterà la comunità di rue Delta, diretta da Maurice Drouart e creata dal medico Paul Alexandre (il suo primo mecenate, e uno dei primi a procurargli l’hashish). Qui conosce Marc Chagall e Chaïm Soutine, artista che diventerà suo grande amico e protetto. Sono anni frenetici, anni di “paradisi artificiali” e di arruolamenti. Apollinaire va in guerra, molti non faranno ritorno, in città però resta Picasso, poiché spagnolo è neutrale, e resta Modì riformato per problemi di salute. Nel corso degli anni, da Parigi a Londra, New York e Zurigo, sono state poche lemostre, in tutto dodici, e solo una personale, alla galleria Berthe Weill nel 1917. Organizzata dal suo amico e mecenate Leopold Zborowski, sarà, per la presenza dei nudi, subito chiusa. Perché solo una mostra? Modigliani muore a trentasei anni, poco dopo la fine della prima guerra mondiale, in più sono anni che facilitano le esposizioni di gruppo: anche Picasso e Matisse, in quegli anni partecipano solo a mostre collettive. Ma Modigliani va riconsiderato anche come attento conoscitore d’arte, e non esclusivamente dell’arte italiana, ma anche di quella extra europea. Modelli e forme del cosiddetto “primitivismo” o “art nègre” hanno avuto una forte incidenza sul suo lavoro, un influsso che però lui ha rigenerato con una propria ricerca. “A quel tempo”, scrive Anna Achmatova, amica e poetessa, “Modi s’infervorava per l’Egitto [...] è chiaro che fu la sua ultima infatuazione [...]. Diceva:“Les bijoux doivent etre sauvages” riferendosi alle mie perle africane e mi ritrasse con quella collana. “Nelle sue opere - Modigliani - rivela e cela, toglie e accresce, seduce e acquieta. Questo eclettico, profondamente ispirato aristocratico, socialista e sensuale insieme, utilizza le tecniche artigianali della Costa d’Avorio e lo stile delle icone bizantine, dell’arte gotica e pluribus, crea un Modigliani palpitante”.

La sua precisa ricerca sulla linea, le forme allungate, l’esasperata costruzione del ritratto, ne fanno una delle personalità artistiche di primo piano in quegli anni, in particolare per una forma di sperimentazione perenne. “Il prolungamento dell’immagine, eccessivo di fronte alle misure naturali”, scriveva di lui Lionello Venturi, “è stato la necessità essenziale di un gusto che conteneva in se l’antitesi alla profondità e della superficie, del costruttivo e del decorativo”.

Il suo stile, pur con passaggi talvolta impercettibili cambia di continuo, dall’iniziale studio della scultura (sua vera passione, come confida all’amico Ortiz de Zarate nel 1903, a Venezia) all’abbandono di questa in favore della pittura. Un changement de pas dovuto non solo ai danni che le polveri dei materiali arrecavano alla sua già precaria salute, ma perché spinto dai suoi mercanti, in quanto consideravano la pittura un’attività più remunerativa. La sua poetica da quel momento in poi, sarà esclusivamente dedita alla pittura con l’impiego di una tavolozza che si concentra, oltre che nell’uso predominante del bianco di piombo, rivelato da una diagnosi ai raggi X, in altri tre o quattro toni: giallo di cromo o di cadmio, ocra gialla, rosso vermiglione, terra verde e blu di Prussia. Tutti colori diluiti con l’olio di lino, in modo da ridurre i tempi di indurimento dei colori. “Se deforma tutto preso dal desiderio di conseguire la grazia, se sacrifica per creare e se nulla lo interessa tranne la scelta del colore dopo il ritmo” (Francis Carco).Qui si fonda il suo segreto lungo poco più di quattrocento opere, nell’architettura del movimento che subordina le linee del racconto e lo spinge verso il mito.

Bibliografia di riferimento

    Bibliografia:
  • Annette King, Nancy Ireson, Simonetta Fraquelli, Joyce H. Townsend, The Modigliani technical research study, in The Burlington Magazine, CLX, 1380 (marzo 2018)
  • Gloria Fossi, Amedeo Modigliani a Londra. Tre teste e un mendicante, in Art e Dossier (febbraio 2018), Giunti, pp.36-43
  • Enzo Maiolino (a cura di), Modigliani dal vero. Testimonianze inedite e rare raccolte e annotate da Enzo Maiolino, De Ferrari, 2016
  • Giorgio Cortenova (a cura di), Il settimo splendore. La modernità della malinconia, catalogo della mostra (Verona, Palazzo della Ragione, dal 25 marzo al 27 luglio 2007), Mondadori, 2007
  • Dan Franck, Montmartre & Montparnasse. La favolosa Parigi d’inizio secolo, (titolo originale Bohémes), Garzanti Elefanti, 2004
  • Marc Restellini, Amedeo Modigliani. L’angelo dal volto severo, catalogo della mostra (Milano, Palazzo Reale, dal 20 marzo al 6 luglio 2003), Skira, 2003
  • Alfred Werner, Modigliani, editore Garzanti, 1990


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